«Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre, e le guerre come se fossero partite di calcio.» (W. Churchill)

Capita che siamo portati in tribunale con l’accusa infame e malversa di semplicità. Capita di esser processati a nostra insaputa, perché la semplicità è reato solo agli occhi di chi ha arroganti pretese di superiorità. Capita che sia tutto un grande equivoco, per cui si tende a confondere semplicità con superficialità (e non è forse proprio questo ad essere superficiale?). Ma noi abbiamo per maestro Ugo Fantozzi, l’emblema della contraddizione che abita lo stesso personaggio ma che probabilmente è tanto sottile che non tutti riescono a coglierla. A quanto pare chi vince le guerre può non essere per forza così avveduto.

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Dare per scontato il dono della risata è un errore grossolano. Anzitutto identifica un linguaggio universale che capiscono tutti, a prescindere da parlante e interlocutore. La risata è arte, è stimolare le giuste corde emotive per suonare lo strumento della sguaiatezza. Tradotto, è accessibile a tutti, ma ci vuole una dote particolare per saper usarla bene. Fantozzi rappresenta la grande sfida di Paolo Villaggio, attore a tutto tondo e padre del personaggio: fondere la banalità dell’uomo qualunque con la profondità di una psicologia complessa.

Paolo Villaggio
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Il profilo del ragioniere è ottimale per questo scopo: umile lavoratore diplomato che abita un appartamento a misura d’impiegato, l’identikit dell’italiano medio anni ’70. Costretto a ritmi serratissimi e ad un impiego sotto il Megadirettore che ne limita lo spazio vitale, Fantozzi tiene i conti che gli presenta il destino, senza sconti né riserve. Un saldo amaro che sa di sopraffazione, sfiga e arrendevolezza, consegnato a lui come anche ai suoi colleghi d’ufficio, coi quali condivide divertenti avventure anche fuori dall’orario di lavoro, sketches che nel corso degli anni lo hanno reso celebre. Tra i travet più vicini figura il mitico ragionier Filini, che per certi aspetti rappresenta lo sdoppiamento di Fantozzi, manifesta estensione della sua coscienza. Coscienza che è la nebbia che lo avvolge nella monotonia, oltre la quale sembra impossibile vedersi, riconoscersi, e di cui la celebre partita a tennis è metafora azzeccatissima. Un autentico capolavoro di semplicità.

Fantozzi e Filini
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«Filini fissò il campo da tennis per la domenica più rigida dell’anno, dalle 6 alle 7 antelucane. Tutte le altre ore, man mano che si avvicinava mezzogiorno, erano occupate da giocatori di casta sempre più elevata: Direttori Clamorosi, ereditieri, cardinali e figli di tutti questi potenti». Queste parole dicono tanto. Spiegano come due semplici dipendenti siano preceduti dai loro superiori persino in una lista di prenotazioni, e chiaramente non per ragioni tempistiche. È l’emblema della sopraffazione dettata dal privilegio, che si prende il meglio di ogni cosa e lascia agli altri le briciole. Una condanna consapevole e per questo anche un po’ autolesionistica, che a volte rasenta l’umiliazione e a volte vi si immerge, come quando i dipendenti della ditta sono chiamati a rendere ritualmente omaggio alla statua della madre di Catellani, temibile Gran Maestro dell’Ufficio Raccomandazioni e Promozioni, prima di iniziare il loro orario di lavoro.

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Dunque la critica è forte, ed è rivolta alla classe dirigente, a quelli che «la gavetta» la fanno per finta, perché di fatto godono di sostegni importanti e appartengono a ceti dignitosi. Di fatto l’ironia fantozziana – aggettivo che tra l’altro nobilita la figura del Ragioniere per la sua autonomia e profondità di significato – condanna le dinamiche dell’attuale mobbing aziendale e la morale sovversiva radicata dietro la scrivania del contabile. È l’accusa all’infantilismo e la scorrettezza di chi si sente in diritto di prevaricare solo perché forte del titolo che la sorte gli ha assegnato. E contro la schiavizzazione della coscienza e la strumentalizzazione dell’uomo – che non a caso per la sua corteggiatrice, la signorina Silvani, Fantozzi è piuttosto «Fantocci »- si pronuncia il debole portavoce di debolezze condivise, perché in effetti sì, «la corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca!». Novantadue minuti di applausi. Quando ci vuole, ci vuole.

Fantozzi e la signorina Silvani
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Profondità. Il senso di iellata persecuzione simboleggiata dal personale nuvolone di pioggia riecheggia le vicende drammatiche dei Malavoglia, la «maschera» che veste con spagnolin genovese blu, salopette e maglia della salute l’uomo e prima ancora la sua condizione profuma di pirandelliano, l’impotenza rispetto al suo sentirsi insignificante ha l’impronta dell’inetto di Svevo, la famiglia come unico appiglio contro i colpi della vita sa ancora di Verga e un po’ anche di Pascoli. Questo è il punto cruciale: l’eclettismo letterario di Fantozzi, che ancora una volta gioca a favore di questa complessità del semplice, capace di nascondere il dramma sotto la demenza.

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Con la letteratura, la filosofia. Il Ragioniere è la creatura di Spinoza, secondo il quale chi detiene il potere ha bisogno che i suoi sottomessi siano vinti dalla tristezza: la condizione necessaria per garantirsi la sopraffazione è sopire ogni entusiasmo, combattere la felicità. Fantozzi regala gioia, l’unico antidoto possibile a fronte del totale disarmo cui è costretto. È il riscatto di quel pugno di risorse, la rivincita dei perdenti. E basta davvero poco, basta il semplice. Il semplice, non il superficiale.

«Una risata vi seppellirà», diceva Bakunin. Nient’altro. Perché spesso non c’è bisogno delle armi per vincere le guerre.

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