Siamo nell’Italia dei primi anni Sessanta, in una società arcaica e tradizionalista, dalla quale tuttavia emergono le prime avvisaglie di uno dei mutamenti socio-culturali più significativi della storia del nostro Paese, che sul finire del decennio scatenerà la cosiddetta “contestazione giovanile”. Pier Paolo Pasolini, in una recensione ai Casi clinici di Sigmund Freud apparsa poi su Il Giorno, si dimostra deluso da un’insufficiente ed inibita conoscenza da parte degli italiani della realtà gravitante attorno alla psicanalisi freudiana e alla sfera della sessualità più in generale. Egli afferma difatti:

«Io, reduce dalla mia maledetta inchiesta, ho davanti agli occhi l’Italia sessuale come un vecchio monumento di fango e di sole.»

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L’inchiesta giornalistica alla quale Pasolini, con toni amareggiati, fa riferimento nella sua recensione, è quella da lui condotta tra il marzo e il novembre 1963. Si tratta di una sorta di esperimento antropologico ambientato nel Bel paese e basato sui criteri dell’indagine statistica: il lungometraggio che ne deriva è il famoso Comizi d’amore, per la realizzazione del quale Pasolini dichiara di ispirarsi al documentario di Jean Rouch ed Edgar Morin Chronique d’été.

L’intellettuale-regista, in una lettera del 22 ottobre 1963 indirizzata a Lucio Settimio Caruso, definisce con queste parole il suo progetto di lavoro:

«[…] si tratta di una serie di interviste, singole o collettive, in cui interpello, a livello assolutamente ideologico e di puro commercio intellettuale, gli italiani (operai, impiegati, gente semplice e ignorante, intellettuali), sulle loro opinioni intorno alla vita e alla coscienza sessuale»

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Aggirandosi con il produttore Alfredo Bini lungo le strade, le spiagge, i campi, Pasolini intervista una variegata parte del popolo italiano definendosi (secondo una sua celebre espressione) un commesso viaggiatore, la cui missione è permettere l’affioramento di un lucido e singolare quadro sociale dell’epoca; numerosi anche gli intellettuali e gli scrittori eletti a testimoni di quel periodo storico: tra questi, figurano Giuseppe Ungaretti, Alberto Moravia, Oriana Fallaci, Cesare Musatti Adele Cambria.

Oggetto dell’inchiesta pasoliniana, come è facile dedurre dal significativo titolo del film, è la sfera dell’amore, nelle sue diverse sfaccettature: gli italiani sono chiamati per la prima volta – e in maniera del tutto improvvisa e casuale – a esprimere un giudizio personale su temi “scottanti” come la famiglia, il sesso, la coppia, l’omosessualità, la prostituzione e il divorzio.

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Pasolini intervista Ungaretti

Il film è sapientemente edificato su diversi piani di regia, accomunati dalla serialità delle interviste, le quali definiscono la drammaturgia di fondo tipica del cinema di Pasolini. Le espressioni stupite o imbarazzate, le risposte accennate e talora non concesse, sono paradigmatiche dimostrazioni di un’Italia arretrata culturalmente, la quale annaspa, con indole corale, di fronte alle spinose domande di un intellettuale progressista.

Comizi d’amore è un’interessante testimonianza di come, nell’arco di solo mezzo secolo, siano profondamente cambiati i costumi degli italiani e il loro modo di rapportarsi con i sentimenti: un film-documentario che apre le porte sul nostro passato, invitandoci a riflettere su temi ancora estremamente attuali.