La politica e la cultura vanno raramente a braccetto. Prima delle elezioni avevamo già parlato dell’importanza della cultura all’interno dei rispettivi programmi, sottolineando come questa fosse necessaria tanto quanto poco trattata nei progetti della maggior parte dei partiti concorrenti alle politiche.
Oggi torniamo sull’argomento per tirare le fila dell’attuale stato della cultura, per capire se dei primi passi avanti sono stati compiuti o se la situazione manca, invece, di sviluppi.

Cominciamo dai giovani, che come sempre si trovano al centro della tematica: il bonus cultura, introdotto per la prima volta dal precedente governo, non ha per il momento subito modifiche. È ancora uno strumento di distribuzione a pioggia di buoni acquisto “una tantum” che, in mancanza di un programma che ne indirizzi l’uso su iniziative veramente culturali, diventa per alcuni il modo di andare al cinema o comprare musica gratuitamente, per altri il modo di arrotondare un budget familiare già ampio. Che anche questi elementi costituiscano cultura è fuori di dubbio; il problema sta nel capire che tipo di sviluppo formativo si vuole promuovere, perché altrimenti il bonus rimane una sorta di “paghetta” (e una che nelle intenzioni pareva fin dall’inizio elargita a scopo elettorale).

Il nuovo Ministro dei Beni e delle Attività Culturali, Alberto Bonisoli, ha chiarito la volontà di strutturare meglio l’iniziativa, includendovi forse un sistema progressivo e limitazioni più chiare. Sarebbe bene pensare anche alla possibilità di spostare l’elargizione del bonus ad anni antecedenti al diciottesimo, in modo da svincolare l’iniziativa dall’ambito politico e rivolgerla al pubblico nell’età in cui è più fertile. Staremo a vedere.

Il bonus vuole stimolare il consumo culturale dei giovani; ma in che direzione?

Come se la cava l’ambito culturale in generale, invece? Non molto bene.
Il MIBACT creato nel governo Letta è oramai Ministero dei Beni e delle attività culturali, senza il Turismo la cui gestione è passata al Ministero delle politiche agricole. È chiaro che questa scelta implichi un forte segnale per l’enogastronomia, ma questo comporta anche una diversione di investimenti dall’ambito prettamente artistico a quello più direttamente “consumabile” della tavola.

A questo si accompagna la mancanza di continuità politica, che non garantisce la promozione di ciò che più oramai ci contraddistingue: se l’annuncio dell’abolizione delle domeniche gratuite altro non era che un volerne renderne indipendente e delocalizzata la gestione, il Ministro Bonisoli ha recentemente affermato che il Ministero manca di competenze (e nessuno, prima di lui, l’aveva notato?), fattore chiave perché il settore riceva dovute attenzioni e finanziamenti. La promozione di un concorso pubblico per assumere nuove figure è un avanzamento, ma non abbastanza allora per garantire che l’ambiente esistente sia in grado di scrollarsi di dosso l’inettitudine e la pigrizia di chi c’era prima, se di questo si tratta.

Gli investimenti sulla conservazione del patrimonio sono ancora sporadici e direttamente dipendenti da scelte politiche passibili di cambiamenti subitanei, e a farne le spese sono gli esperti dell’ambito, da architetti a restauratori ad artisti. Per fare un esempio, i restauratori della Piramide Cestia, vincitori di riconoscimenti internazionali per il lavoro effettuato a partire dal 2015, si sono in seguito trovati disoccupati e costretti a fare altri lavori. La loro condizione è emblematica della precarietà dell’intero settore.

La recente manovra governativa, volta pure all’aumento del benessere sociale, non cita la cultura al suo interno, che quindi non venendo trattata rimane automaticamente penalizzata: il budget allocato a politiche alternative ha conseguenze inevitabili per il Ministero dei Beni Culturali, e la crescita del deficit d’altro canto non si lega a una altrettanto forte politica di rinforzo del settore artistico, creativo e di tutela del patrimonio.

A margine, è anche importante trattare il problema delle infrastrutture: oltre alla manutenzione del patrimonio culturale è indubbio che, senza un piano per collegare i siti decentrati alle arterie delle città principali (con treni o navette, quantomeno), il rischio è che l’aumento di turisti rimanga sempre e solo limitato ai grandi centri. Investire in cultura allora significa e significherà capire che, ad esempio, vanno affidati più fondi alle città per rimodernare il proprio sistema di viabilità, e non solo per tenere in piedi musei e monumenti cui i visitatori accedono a stento. Il bando periferie aveva anche questo scopo, ma è attualmente bloccato in Parlamento e oggetto di uno scontro con le realtà decentrate che avrebbero giovato senza dubbio di più di 40 milioni di euro di finanziamenti.

A tutti questi elementi si collegano le situazioni episodiche che sembrano descrivere una chiara tendenza antagonista di un certo tipo di espressione individuale. Il problema sottostante l’attuale situazione culturale è il fatto che, per definizione, l’arte è politica.

La cultura diviene dunque la traccia di un passaggio creativo che può risultare scomodo, certo, ma che deve essere tutelato perché ha valore nel fatto stesso che promuove il pensiero e la prospettiva. Quando manifesti e iniziative, anche a livello locale, vengono censurati per motivi politici, è chiaro che la cultura perde, perché si distrugge il terreno fertile in cui dovrebbero crescere nuove creazioni da tutelare.

Il manifesto della barcolana di Trieste, in scena in questi giorni, è stato recentemente al centro di polemiche politiche su scala nazionale; inutile la constatazione che il messaggio non fosse riferito al tema dei migranti, ma a quello più generico della salvaguardia del pianeta.

Lo stato della cultura non è quindi dei migliori. Qualcuno, ironicamente, potrebbe gioire pensando che l’arte nasca dagli impedimenti (non è forse un caso che il Rinascimento sia stato uno dei periodi più turbolenti politicamente ed artisticamente prolifici della nostra storia), ma noi preferiamo auspicare che l’Italia possa trovare una nuova via maestra perché la cultura possa essere valorizzata nelle sue espressioni esistenti e stimolata in quelle future. Fino ad allora il Paese tutto non potrà avere il diritto di fregiarsi dei successi dei suoi esponenti, che se raggiungono il successo non lo fanno grazie alle, ma nonostante le circostanze fin qui delineate.

 

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