Qual è il rapporto tra cultura e cambiamento climatico?

La prima è il segno umano sul mondo, l’ingegno che si eleva a creazione e immortala apice e sentina della nostra esistenza; il secondo è, al momento, la minaccia più concreta alla nostra sopravvivenza e, dunque, anche all’esistenza di un qualcosa da raccontare.

Negli ultimi anni si è molto parlato delle minacce climatiche all’ambiente naturale, così come della possibile perdita di luoghi culturalmente inestimabili, nel caso in cui non dovessimo essere in grado di porre un argine alle conseguenze delle nostre tendenze produttive; si parla meno, però, del potenziale che la cultura fornisce per mobilitare la popolazione mondiale, e prendere dunque le redini della nostra attuale condizione.

Se si pensa alle opere che riguardano il cambiamento climatico, il pensiero va immediatamente al contesto accademico, oppure ai documentari in cui personaggi di spicco (Al Gore e Di Caprio, tra gli altri) tentano di rendere la minaccia tangibile e, dunque, fornire uno stimolo all’azione.

Di Caprio durante le riprese del suo documentario.
© 2016 RatPac Documentary Films, LLC and Greenhour Corporation, Inc.

Quel che manca, colpevolmente, è un apporto di quella frangia della cultura rivolta al grande pubblico e basata su una comunicazione non tanto scientifica quanto emozionale.
La cultura potrebbe rappresentare una pietra d’angolo nell’affrontare la minaccia climatica. È quindi necessario dedicarvi più attenzione e studiare come un’attivazione del contesto creativo potrebbe contribuire alla creazione di una narrazione utile all’ambiente.

Le arte visive sono di per sé esplicative, dunque passibili di più grande influenza sul pubblico: un film come “2012”, pur nei diversi presupposti originari, suscita certamente delle emozioni di necessario rispetto nei confronti dell’ambiente, molto più di quanto potrebbe fare un articolo di giornale o un’opera letteraria.

Contestualizzare la minaccia ambientale all’interno di un filmato, di un video musicale, o perfino di un meme, può portare a una maggiore consapevolezza del problema e fungere da divulgazione informativa.

Nonostante ciò, è importante non limitare “l’ambito di applicazione” di questo discorso ai soli contesti facilmente assumibili dal pubblico; questo perché la popolazione in questi casi è pericolosamente passiva. La recentissima scelta di Lacoste di inserire le specie a rischio di estinzione nella propria produzione tessile rappresenta uno stimolo immediato, ma le cui probabili conseguenze saranno misurabili in termini di vendite di magliette piuttosto che di aumentata difesa della biodiversità.

La passività fa sì che l’eccitamento temporaneo generato da una narrazione attraente svanisca non appena questa pubblicità viene meno, perché il fruitore non ha il tempo materiale di indugiare, questionare o perfino compatire, in alcuni casi, i temi trattati.

L’arte al servizio del clima: Lorenzo Quinn e le sue mani che sorreggono una Venezia sempre più minacciata dall’attività umana

Per questo la cultura diventa importante nella sua interezza, perché attraverso canali di comunicazione differenti il messaggio necessario alla protezione dell’ambiente possa giungere in maniera indiretta ed efficace, costruendo un sostrato fertile da cui poi possano andarsi a creare azioni concrete, nel senso della produzione positiva (riciclo la vecchia maglietta come straccio per pulire) o nella riduzione negativa (comprare ad un supermercato che vende prodotti sfusi).

Prima della primavera araba, nella maggior parte dei Paesi coinvolti, l’intellighenzia aveva tacitamente ottemperato alla creazione di una comunità ideologica condivisa, attraverso il racconto, spesso metaforizzato, delle ingiustizie sociali, delle condizioni di vita, dei fuggitivi di quei regimi. Una volta scoccata la scintilla queste manifestazioni culturali, riecheggianti attraverso altre più fruibili, e con l’aiuto dei social network, hanno contribuito a portare la popolazione nelle piazze, e a generare l’attuale ordine delle cose.

Di conseguenza, nel momento in cui gli scrittori, i pittori, i fotografi, i poeti, gli scultori decideranno di coniugare la propria arte a beneficio della natura, pur potendo quell’insieme artistico non rappresentare il motore primo dell’azione ne sarà ugualmente la benzina. Per ora, la cultura ambientale pare essere la grande assente del panorama creativo preso nel suo complesso.

Ben inteso, la responsabilità di tale assenza non è unicamente imputabile alle istituzioni governative, che pure potrebbero esservi sprone; è invece la conseguenza di una sottovalutazione congenita da parte di un ambito sociale (quello culturale) troppo preoccupato della sola propria sopravvivenza, e dell’ancora presente tendenza a considerare la problematica ambientale come una questione post-materialistica, nonostante ad oggi essa incida su ogni aspetto della nostra vita.
L’importanza del discorso climatico è quindi centrale oggi, ma sembra che venga ancora trascurato dagli attori che più dovrebbero porvi attenzione.

Senza una mobilitazione sociale completa, sarà infatti molto difficile rimanere sotto i limiti dichiarati nell’Accordo di Parigi ed evitare la perdita del nostro patrimonio naturale (e, in alcuni casi, storico).

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