di Delia Amendola e Lorenzo Maestripieri

La data in cui celebriamo la liberazione d’Italia dal fascismo e dal nazismo rappresenta oggi, come non mai, terreno di scontro politico tra fazioni che difendono visioni opposte della storia. Il tema è stato trattato da molti, e anche in letteratura ha avuto grande risonanza: numerosi sono i libri che trattano le gesta dei partigiani (basti pensare a “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino); numerosi anche quelli che trattano dello strascico della liberazione, generato dalla miseria e dalla guerra, ma anche da soprusi umani dei vincitori sui vinti: memorabile, in questo senso, è “La Pelle” di Curzio Malaparte, che in pagine spietate ed essenziali narra la Napoli del 1944 e la natura di un popolo pronto a rinunciare ad ogni dignità per aver salva la pelle, a beneficio degli Americani che in marcia trionfale risalivano la Penisola.

Dal punto di vista storico, le vicende legate alla Seconda Guerra Mondiale e, soprattutto, al fenomeno della “Resistenza” italiana, figurano spesso come motivo di orgoglio tanto quanto come esplicitazione del carattere reale della nazione italiana tra la fine della guerra e l’inizio del dopoguerra. La fine della Seconda Guerra Mondiale, infatti, è strettamente legata a quella che è stata la caduta di un simbolo fascista in Italia: quello di Benito Mussolini. Il crollo della popolarità e della potenza mussoliniana, insieme all’urgenza, da parte dei cittadini italiani, di far fronte alla miseria e alla devastazione, all’indomani del famoso 8 settembre 1943, sono essenziali per comprendere lo sviluppo della Resistenza Italiana.

L’8 settembre, infatti, se da un lato rappresenta il simbolo dell’origine dell’antifascismo in Italia, dall’altro potrebbe inserirsi nell’accrescimento di una consapevolezza tutta italiana, quella che segue la fuga di Vittorio Emanuele III e del ministro Badoglio: la consapevolezza del tramonto dell’idea di potenza dello Stato italiano, insieme all’autoirrisione a seguito di una fuga, quella del Re e del Ministro, vista spesso come simbolo dell’immaturità, dello smarrimento e della confusione italiana successivi allo sbarco degli Alleati. In questo senso è memorabile l’interpretazione che ne dà un film di straordinario impatto sociale Tutti a casa” di Luigi Comencini (1960) con la celebre battuta di Alberto Sordi: “I tedeschi si sono alleati con gli americani”; a sottolineare l’atmosfera di smarrimento e, soprattutto, lo stato di abbandono nei quali versavano i militari italiani al fronte e sintomatico della natura della nazione italiana.

Tra l’8 settembre 1943 e il 1945, l’Italia accentua il distacco tra Nord e Sud, soprattutto a seguito della nascita, in Italia Settentrionale, del CLNAI (Comitato Nazionale di liberazione nazionale dell’alta Italia): rappresentazione di quelli che saranno, poi, i risultati delle elezioni per il celebre Referendum del 1945. Se il 25 aprile è il giorno che celebra la liberazione dal fascismo da parte dei partigiani italiani, un simbolo di insurrezione autonoma e libera nei confronti dell’oppressione fascista, dall’altra è sempre bene ricordare come la “liberazione” sia stata frutto di una resistenza ai limiti di una guerra civile, terminata con la fucilazione di Mussolini e, successivamente, con la vittoria della Repubblica al Referendum: una vittoria che esaltò le sinistre come reazione, ma anche la netta e perenne separazione territoriale italiana, quella tra Nord e Sud.

Tuttavia, festeggiare la liberazione non è solo prendere atto del sopravvento di una determinata fazione politica su un’altra; non è accettare il risultato di un gioco a somma zero in cui un ideale ugualmente discutibile ha visto la propria affermazione sul fascismo. Piuttosto, il 25 aprile dovrebbe allora rappresentare un giorno simbolico che ci garantisce il diritto di esercitare le nostre scelte in piena autonomia rispetto agli altri e, in massimo grado, anche rispetto alle ingerenze sociali e politiche esterne.

L’ostracizzazione sociale subita dagli ebrei e perfettamente espressa in romanzi come “Il giardino dei Finzi-Contini”, coinvolgeva chiunque fosse visto come oppositore del pensiero politico univoco del nazismo. In alcuni casi, questa si sublimava in vera e propria violenza, e sfociò nelle deportazioni degli anni 1933-45. Gli autori che ebbero a che fare con il fascismo, si videro spesso ignorati (Ungaretti, Quasimodo) o apertamente ostacolati (Montale, Saba) quando non si facevano mera cassa di risonanza della linea culturale preminente.

Ignorare il significato della Liberazione è allora elemento sintomatico di uno Stato che concede nient’altro che il massimo grado di indipendenza politica, e può allora essere apprezzato in quanto tale. Ciononostante, se scriviamo oggi, è per fare sì che una conquista tanto grande, tanto importante, non debba ripetersi nuovamente nel futuro, previa la perdita dei diritti acquisiti dai nostri nonni. È la memoria, dunque, una volta ancora, il fulcro della celebrazione. Se a molti questa parola non dice più nulla, è solo perché questa non viene esercitata nella maniera giusta; la personalizzazione è allora la chiave di volta per fare sì che questo giorno diventi più tangibile e l’importanza della liberazione si concretizzi in qualcosa di materiale.

La storia del bicchiere di vetro come simbolo della “Liberazione d’Italia”

La storia di A.D.F (nome di fantasia) può aiutarci a comprendere meglio. La donna, cresciuta in Veneto, vede, giovanissima, suo padre deportato da Sacile in Germania per lavoro forzoso: operaio siderurgico, viene mandato dopo i bombardamenti inglesi a cercare superstiti sotto le macerie, controllato dai soldati tedeschi. Un giorno, dopo cinque anni di assenza da casa (tornerà solo nel ’45), vede un bicchiere di vetro su cui è dipinta una bambina con un frutto in mano. Quella, per lui, è la sua bambina, nel frattempo certamente cresciuta, ma che sta continuando a porgergli il frutto e, dunque, ad aspettare che lui lo prenda, che lui torni.

In un periodo in cui la lontananza da casa gli pesa come mai, nonostante il chiaro ordine di non prendere niente dalle macerie e il rimbrotto del compagno che ha già compreso la sua intenzione, l’uomo sottrae il bicchiere dai resti della casa, lo nasconde tenendolo tra gli stracci e finisce per riportarlo in Italia. Una volta libero riuscirà a mostrarlo a sua figlia e a narrarne la storia.

La liberazione ha dunque reso possibile il ricongiungimento di una famiglia, ma questa eredità è fragile: fino a pochi giorni fa, questa storia era conservata solo nei ricordi della donna. L’oggetto di cui parla, invero, è un bicchiere abbastanza brutto sia nella fattura che nella decorazione; non conoscendo la vicenda, si potrebbe buttare ignorando il valore che gli si è attribuito nel momento in cui è nato come oggetto che rappresentava qualcuno di lontano e, forse, mai più raggiungibile; sopra ogni cosa, ignorando la memoria che vi è custodita, e che può quasi sfuggire, non fosse per i racconti di chi ha vissuto quei giorni.

Il valore della Liberazione non è diverso: il bicchiere che ci giunge dai nostri genitori spesso non è una coppa dorata, le Istituzioni democratiche non sono perfette, lo Stato è ancora lontano dal riuscire a garantire i diritti individuali e sociali che ci si auspica. Se non comprendiamo la storia di quel bicchiere, dei passi della nostra Repubblica, siamo tentati di disdegnarne gli ottenimenti migliori distratti da una sbeccatura o da un modello ideale che nella realtà è difficilmente replicabile. È solo indagando il passato che l’oggetto acquista il suo significato, e diventa allora un cimelio da custodire, più che un semplice soprammobile di dubbio gusto. Per questo, ogni volta che si parla di Liberazione rimane fondamentale cercarne il significato più profondo, più personale, perché ognuno di noi deve qualcosa a questo giorno e, se ci dimentichiamo cosa rappresenta, rischiamo di buttare una ricchezza che ci rende più umani, più consapevoli, più cittadini.