Come siete venuti a sapere di cosa si tratta quando si parla di violenza su una donna?

Vi siete mai chiesti quand’è stata la prima volta nella vita che ne avete sentito parlare? Ci avete mai pensato? Non è una cosa su cui si riflette molto spesso. Vi chiedo di prendervi un attimo per ricordare questo episodio. Di fermarvi un minuto in più mentre state leggendo questo articolo. Distogliete lo sguardo. Rubatelo pure alla lettura. Dedicategli tempo, se vi occorre. Fatelo vostro. Riviviamo la sensazione che ci suscita questo episodio, delicatamente, non stringiamola, lasciamo che si adagi, che sussurri con calma quello che abbiamo dimenticato, che abbiamo ignorato, a cui non ci siamo opposti, a cui abbiamo sorriso, seppur forzatamente, che ci ha fatto arrossire e imbarazzare, che non abbiamo avuto il coraggio di affrontare, che abbiamo faticato a inghiottire, che ci ha fatto abbassare lo sguardo, stringendo le labbra, lasciandoci la bocca secca, che ci ha rese incapaci di uscire per il timore di essere additate come “noiose”, “esagerate” o “noiose femministe esagerati”.

Immaginiamo, cosa possa provare qualcuno che, questo episodio, lo abbia vissuto. In prima persona.

© UN Women

Una donna su tre ha subito una qualche forma di violenza, fisica o psicologica che sia, almeno una volta nel corso della sua vita, secondo l’Osservatorio delle Nazioni Unite: una piaga sociale che affligge tutti, indistintamente, la vittima e chi le è vicino. Forse questo è ancora più facile da ricordare: vuol dire un miliardo di donne nel mondo. Oggi, 25 novembre 2019, ricorre il ventesimo anniversario della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Fu istituita dall’ONU, la quale ufficializzò questa data, scelta da un gruppo di donne attiviste, in ricordo dell’assassinio delle tre sorelle Mirabal, stuprate, torturate e poi brutalmente uccise nel 1960 nella Repubblica Dominicana, per aver avuto l’ardire di contrastare il regime del dittatore Trujillo. L’ONU stessa ha fornito, nel 1993, una definizione di violenza contro le donne: “Qualsiasi atto di violenza di genere che provoca o possa provocare danni fisici, sessuali o psicologici alle donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia che si verifichi nella vita pubblica o privata”. Innumerevoli sono le forme in cui avvengono questi atti: dall’insulto – che sarà mai? –, ripetuto, sadico e gratuito (attenzione: c’è un abisso di differenza con la critica), al ricatto, includendo la manipolazione, l’abuso, lo sfruttamento, le molestie, le minacce, lo stalking, fino al gesto estremo, il femminicidio.

© UN Women

Un crescendo di tipologie di violenza che vengono messe in atto contro le donne, a partire da forme che non vengono considerate come atti violenti ma che per alcuni sono addirittura irrilevanti: “ragazzate” da poco, giustificabili da concezioni e gesti cosiddetti romantici (à la “se ti tratta male vuol dire che gli piaci!”); atti convalidati da secoli di ideologie e sovrastrutture maschiliste – aspettate, scettici, non arricciate subito il naso, vi sfido a continuare – che li hanno resi normali, persino banali, tanto da essere accettati a buon viso, con una risatina, senza considerare neanche per un momento che proprio quei gesti possano essere l’anticamera del crimine più estremo. Il termine “femminicidio”, utilizzato per la prima volta nel 1990 da Jane Caputi, docente femminista, e da Diane Russell, criminologa, indica “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”. Secondo il dossier “Femminicidio e violenza di genere in Italia” dell’Eures, nel 2018, le vittime di femminicidio sono state 142, e ben 119 dei casi si sono verificati in famiglia: è il valore più alto mai attestato nel nostro Paese. Nei primi dieci mesi del 2019 sono state registrate 94 vittime, gelosia e possessività i moventi principali: quasi sempre il colpevole è il partner o un ex. Sono aumentate anche le denunce per stalking e violenza sessuale: dati freddi, crudi, che non evidenziano la reale portata del problema ma a cui si può far riferimento, al giorno d’oggi, per riscontrare e parlare del tema della violenza di genere (nonostante le denunce continuino a essere una sottostima rispetto al fenomeno) e che, grazie a un maggior interesse dell’opinione pubblica, rilevano una leggera controtendenza rispetto al passato.

C’è, indubbiamente, una crescente sensibilità rispetto a questo tema, sotto ogni punto di vista: se fino al dicembre 1968 una donna poteva essere accusata del reato di adulterio ed essere punita con un anno di carcere, oggi le battaglie, le manifestazioni, gli eventi, le denunce vengono da ogni ambito della vita quotidiana. I movimenti femministi, nati negli anni ’60 nelle università con obiettivi e connotati diversi ma uniti nella richiesta di parità e rispetto dei diritti delle donne, sono le fondamenta solide su cui oggi si reggono le innumerevoli forme di lotta per l’uguaglianza di genere.

© UN Women

Sono molte le iniziative messe in atto in ogni città italiana, dalle realtà istituzionali ai progetti e alle iniziative delle associazioni, che spesso arrivano dove il timore dell’autorità e i limiti della burocrazia non riescono. Innovativo e ammirabile, ad esempio, il progetto dell’associazione Studiodonne Onlus che sul proprio sito ha attivato in questi giorni una chat anonima in cui gli uomini, autori di violenza, possono chiedere aiuto e iniziare un percorso di cura, rimarcando quanto la violenza sia una ferita per tutti, anche per chi la commette.

Non mancano organizzazioni, associazioni, movimenti che stanno provando a raggiungere anche le quotidianità più inaccessibili fisicamente e culturalmenteUN Women ogni anno invita tutti a contribuire al dibattito pubblico, anche sui social, utilizzando l’hashtag #orangetheworld (l’arancione è da sempre associato alla lotta contro la violenza di genere all’estero), sottolineando che anche la più piccola e semplice delle azioni può fare differenza nella cultura dello stupro; e ancora, One Billion Rising, Scarpe Rosse, il movimento #MeToo, il #TimesUp Non Una di Meno solo alcune delle iniziative più celebri che stanno dando la giusta risonanza al fenomeno, portando alla luce azioni che sono e sono state sottilmente e abilmente ignorate da una cultura patriarcale e radicata fin dalla nascita dell’umanità.

© ANSA

L’arte non si è mai tirata indietro di fronte al tema, essendo portatrice di messaggi in grado di condizionare l’umanità. Così, mentre in passato si limitava a rappresentare la situazione femminile nei contesti sociali rispecchiando la situazione attraverso i tempi – emblematici sono i casi dell’“Otello” di Shakespeare, dove due sono le donne uccise dai mariti, e delle opere di Artemisia Gentileschi, che attraverso l’arte espresse i suoi sentimenti più profondi dopo aver subito uno stupro – al giorno d’oggi risulta fondamentale come mezzo di denuncia in grado di modellare la società in cui viviamo. Letteratura, fotografia, teatro, arte, musica, cinema e televisione: tutti strumenti indispensabili e, probabilmente, tra i più efficaci che insieme al contributo delle istituzioni scolastiche e accademiche possono contribuire a instaurare un clima culturale sensibile e attento all’uguaglianza di genere e al rispetto delle donne.

Tra le iniziative più interessanti di quest’anno, segnaliamo la mostra fotografica “L’invisibilità non è un super potere”, allestita presso l’Ospedale Santi Paolo e Carlo di Milano: insieme alle immagini della fotografa Marzia Bianchi, saranno esposte le radiografie di donne che hanno subito una violenza. Al Mann di Napoli è prevista l’esposizione Il rumore del silenzio in programma fino al 2 dicembre, mentre in tutta Italia sarà possibile assistere ai sei monologhi di NOI di Francesco Olivieri, a cura della Contemporanea Teatrale Nazionale.E da oggi nelle sale cinematografiche arriva I racconti di Parvana, film d’animazione prodotto da Angelina Jolie che racconta le vicende di una ragazzina afghana che si traveste da maschio per lavorare e occuparsi della sua famiglia: tratto dal romanzo “Sotto il burqa” di Deborah Ellis, il film punta a catturare anche l’attenzione dei più giovani sul problema.

© One Billion Rising

IL NOSTRO SONDAGGIO

Anche noi di Artwave, nel nostro piccolo, abbiamo cercato di capire l’entità del problema attraverso un questionario anonimo online che abbiamo diffuso in rete coinvolgendo i nostri lettori. A partire dal modello utilizzato dall’Università di Toronto, abbiamo selezionato e rielaborato il sondaggio, avvalendoci del contributo prezioso di Virginia Predelli, studentessa di Infermieristica dell’Università degli Studi di Verona che lo ha utilizzato per la sua tesi sulla percezione della violenza di genere nell’ambito universitario italiano.

Ebbene, quasi l’84% dei partecipanti afferma di essere assolutamente d’accordo nel ritenere che il consenso debba essere dato in ogni fase dell’incontro sessuale. Il 50% attesta di aver osservato almeno una volta una situazione ambigua, che avrebbe potuto sfociare in una violenza sessuale (dato che conferma quello dell’indagine Eures) e oltre il 90%, gli intervistati afferma che interverrebbe a favore della vittima se gli/le capitasse di assistere a questo genere di molestie. Ancora, il 34% dei rispondenti ammette di aver vissuto almeno una volta situazioni in cui qualcuno ha provato ad avere rapporti orali, anali o vaginali senza il suo consenso. Quasi il 5% afferma che ciò è accaduto spesso. Infine, il tema della violenza di genere risulta serio e molto discusso da coloro che hanno risposto: quasi il 73% afferma di parlarne con amici e in famiglia e più del 45% ha letto un rapporto sui dati della violenza di genere; quasi il 93% ritiene importante che i ricercatori studino il fenomeno al fine di analizzarne le cause e favorire la prevenzione. Per chi volesse conoscere i dettagli di questa nostra piccola indagine, è possibile consultare tutti i dati raccolti a questo link.

Qual è il modo più giusto, più delicato, più rispettoso, migliore per parlare di questo problema? È naturale domandarselo per riguardo e per solidarietà di chi ha subito una violenza. È necessario porsi questa domanda e provare a contrastare con ogni mezzo questo atto che è contro l’umanità: partendo dall’educazione a scuola, alla denuncia tempestiva, dal recupero all’indipendenza economica, molto spesso un elemento chiave per uscire da situazioni di pericolo. Ogni forma di violenza deve essere combattuta partendo dall’essenza stessa dell’essere umani, con diritti inalienabili. Ora più che mai.

Illustrazione di Flavia Trifiletti realizzata per Artwave in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

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