Quello di quest’anno sarà un 8 marzo diversissimo, decisamente insolito. Niente cortei, niente eventi pubblici nelle piazze, nei teatri e nei centri culturali, probabilmente niente (o quasi) cene di gruppo: l’opportunità data dalle circostanze attuali si configura dunque come quella di riflettere più intimamente e sommessamente su una celebrazione che, oggi più che mai, perde i suoi connotati di “festa”. E probabilmente, in questo senso, non tutti i mali vengono per nuocere.

Quella che viene ricordata principalmente come la “Festa della donna” si va ad intrecciare, infatti, ad argomentazioni politiche e sociali molto più ampie e profonde di quelle che vengono blandamente citate, e spesso dimenticate. Una festa non è una commemorazione, non è una cerimonia né tanto meno un’occasione di riflessione. Una festa non può assorbire totalmente la vera idea di donna e non può, ugualmente, soltanto sfiorare la storia di una lotta dura e cruenta portata avanti dai primi movimenti femministi internazionali. Una festa non può essere l’acme indipendente, sottovalutato e lontano dalla storia a cui oggi si è ridotta la concezione stessa di donna.

L’8 marzo non si festeggia – ma si celebra – la Giornata Internazionale della Donna. Donna vista, per la prima volta, come potente ambasciatrice dei diritti dell’essere umano, come sacra rappresentazione della libertà e della coscienza umana, così come ideale messaggera di quei valori che affondano le proprie radici nella capacità di cambiare la visuale collettiva di una storia non solidale con le minoranze.

Ripercorriamo, dunque, un viaggio attraverso la figura della donna come motore dell’esistenza, come madre natura, simbolo di vita e di sacralità: cinque poesie che narrano e descrivono il senso più puro del concetto di donna.

Tanto gentile e tanto onesta pare

la donna mia, quand’ella altrui saluta,

ch’ogne lingua devèn, tremando, muta,

e li occhi no l’ardiscon di guardare.

 

Ella si va, sentendosi laudare,

benignamente e d’umiltà vestuta,

e par che sia una cosa venuta

da cielo in terra a miracol mostrare.

 

Mostrasi sì piacente a chi la mira

che dà per li occhi una dolcezza al core,

che ’ntender no la può chi no la prova;

 

e par che de la sua labbia si mova

un spirito soave pien d’amore,

che va dicendo a l’anima: Sospira.

La dedica di Dante Alighieri alla sua amata Beatrice, racchiude il senso della donna nella corrente del Dolce Stil Novo: una corrente poetica che celebra l’amore e la donna angelicata, una donna-madonna simbolo di sacralità e vera intermediaria tra l’uomo e Dio. Una purezza, quella della donna del Dolce Stil Novo, talmente veritiera e sacra da non poter essere toccata ma solamente decantata tramite versi dolci e sublimi.

Dante and Beatrice – Henry Holiday

“Che piacere vedere luccicare la pelle

del tuo corpo bello

come una stella tremula,

indolente mia!

 

Che profonda la tua capigliatura

Con quegli acri profumi!

È un mare olezzante e vagabondo

Dai flutti azzurri e bruni,

 

e l’anima mia di sogno vi salpa

per un cielo lontano

come nave ridestata

dal vento del mattino.

 

Che freddi gioielli quei tuoi occhi!

Un misto d’oro e ferro,

ove nulla si rivela

di dolce o di amaro.

 

Ti vedo incedere in cadenza,

bella d’abbandono,

e penso ad un serpente che danza

in cima ad un bastone.

 

Sotto il peso della pigrizia,

ecco, la tua testa di bimba

si dondola con la mollezza

d’un giovane elefante,

 

e il tuo corpo s’inclina e s’allunga

come esile vascello

che scorre sul fianco

con gli alberi

a pelo dell’acqua.

 

Quando poi la saliva della bocca sale

Fino all’orlo dei tuoi denti,

come flutto accresciuto da ghiacciai

che si fondano rombanti,

 

allora mi pare di bere un vino di Boemia

amaro e vittorioso,

un cielo liquido che cosparge

di stelle questo cuore!”

 

Charles Baudelaire – Il Serpente che Danza: rievoca immagini, o meglio simboli, attraverso i quali il poeta francese dell’’800 ritrae una danzatrice come un elegante serpente, che sinuoso, danza vittorioso e termina la sua danza con un bacio dal sapore di Vino di Boemia.

 

“Corpo di donna, bianche colline, cosce bianche

tu assomigli al mondo nel suo atteggiamento di abbandono.

Il mio corpo di contadino selvaggio ti scava

e fa saltare il figlio dal fondo della terra.

 

Sono stato solo come una galleria. Da me fuggivano gli uccelli

e in me la notte entrava con la sua invasione possente.

Per sopravvivermi ti ho forgiato come un’arma,

come una freccia al mio arco, come una pietra nella mia fionda.

 

Ma cade l’ora della vendetta, e ti amo.

Corpo di pelle, di muschio, di latte avido e fermo.

Ah le coppe del petto! Ah gli occhi dell’assenza!

Ah la rosa del pube! Ah la tua voce lenta e triste!

 

Corpo di donna mia, persisterò nella tua grazia.

La mia sete, la mia ansia senza limite, la mia strada indecisa!

Oscuri fiumi dove la sete eterna continua,

e la fatica continua, e il dolore infinito.”

Pablo NerudaCorpo di Donna: è un’intensa passione, un brutale pugno nello stomaco che lascia come suo ricordo un velo di insanabile purezza di cui è intrisa la figura della donna. L’amore è donna: idealizzato, agognato e sublimato.

“Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso

sei un granello di colpa

anche agli occhi di Dio

malgrado le tue sante guerre

per l’emancipazione.

Spaccarono la tua bellezza

e rimane uno scheletro d’amore

che però grida ancora vendetta

e soltanto tu riesci

ancora a piangere,

poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,

poi ti volti e non sai ancora dire

e taci meravigliata

e allora diventi grande come la terra.”

Alda MeriniA tutte le donne: un inno alla bellezza, alla saggezza, alla grandiosità della donna come madre natura. Una dedica, quella di Alda Merini, che abbraccia e decanta tutte le donne, la meraviglia che rappresentano e la vita che generano.

“Donna, non sei soltanto l’opera di Dio,

ma anche degli uomini, che sempre

ti fanno bella con i loro cuori.

I poetai ti tessono una rete

con fili di dorate fantasie;

i pittori danno alla tua forma

sempre nuova immortalità.

Il mare dona le sue perle,

le miniere il loro oro,

i giardini d’estate i loro fiori

per adornarti, per coprirti,

per renderti sempre più preziosa.

Il desiderio del cuore degli uomini

ha steso la sua gloria

sulla tua giovinezza.

Per metà sei donna,

e per metà sei sogno.”

Rabindranath Tagore (Rabíndranáth Thákhur) – Donna: con il poeta bengalese vissuto a cavallo tra l’’800 e il ‘900, la figura della donna ritorna a essere rappresentazione sacra, un sogno dal quale nessuno vorrà mai risvegliarsi.

© riproduzione riservata