di Paola Viscatale

sfruttamento lavoratori

Queste frasi sono state dette realmente durante diversi colloqui di lavoro a persone che provengono da una formazione umanistica o storico-artistica. Alcune possono far sorridere, di un sorriso amaro però, perché sembra davvero assurdo che in un Paese dove la cultura è fondamento primario, le figure professionali operanti nei beni culturali non siano tutelate e riconosciute in maniera equa. Qualche settimana fa il ministro Franceschini celebrava un nuovo concorso per direttori museali. Una procedura che naturalmente risulterà riservata sempre agli stessi pochi eletti che periodicamente cambiano museo da dirigere. Nulla da dire sul fatto che saranno sicuramente tutti eccellenti professionisti nel loro settore e grandi personalità nel mondo della cultura. Ma per tutto il resto? Che succede a tutti gli altri laureati, specializzati con esperienze assolutamente valide? Le alternative che si propongono ormai da anni sono tristemente sempre le stesse.

Le perplessità sui concorsi pubblici

Al primo posto della classifica delle prese in giro ci sono i concorsi pubblici farlocchi che rasentano il ridicolo per posti messi a disposizione e per modalità con cui vengono proposti. Ultimo esempio in ordine cronologico è il reclutamento tramite centri per l’impiego regionali di 500 Operatori alla custodia, vigilanza e accoglienza. Requisiti di accesso sono la licenza media ed un reddito quanto più basso possibile. Nessun commento circa la valenza professionale che tali figure potrebbero avere. Ma quello che davvero ha il sapore della beffa è il “mega concorsone” super pubblicizzato e super affollato indetto dal MIBACT ad inizio dell’anno ed ancora in corso per 1.052 Assistenti alla fruizione, accoglienza e vigilanza. Requisito di accesso è il diploma superiore, pagamento della quota di partecipazione e tre livelli di prove selettive. Sebbene queste due tipologie di figure professionali siano collocate in fasce contributive diverse esse svolgono esattamente le stesse mansioni.

Il ragionamento di chi si indigna converge sempre sullo stesso punto: perché non riservare la possibilità a chi si è formato in questo ambito di avere almeno un concorso dedicato? Se non ho studiato per fare l’infermiere, il medico o l’avvocato, ad esempio, non posso accedere a procedure concorsuali di questi settori, d’altra parte chiunque può candidarsi a lavorare nei beni culturali. La perplessità è lecita.

Purtroppo chi si muove da anni in questo settore è abituato e ormai assuefatto a queste dinamiche, quasi non ci fa più caso e si cerca di andare avanti.

Il caso del FAI

Un profondo scossone potrebbe essersi finalmente manifestato in seguito ad una vicenda che sta coinvolgendo il FAI (Fondo Ambiente Italiano) ma che forse era li pronta ad esplodere dopo tanti anni di soprusi. Alcuni giorni fa sulla pagina Facebook del FAI è comparso un post dove si ricercavano guide volontarie per le loro tradizionali “Giornate della cultura”. Questo post ha scatenato una lunga serie di commenti indignati e un’eco di pubblicità negativa di tale portata che il post è stato rimosso.

Sono seguiti articoli su riviste di settore, post sui social, commenti di personalità eminenti come lo storico dell’arte Tomaso Montanari, e l’indignazione generale di associazioni, in prima linea citiamo “Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali”, che da tempo si battono per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori del settore cultura.

Il problema è che questa modalità di reclutamento è totalmente radicata nella cultura. Non si comprende perché ma fa parte della consuetudine. Non si può lasciar morire ogni volta le polemiche in parole sterili e senza costrutto. Bisognerebbe iniziare un profondo percorso di costruzione di identità lavorative precise e ben delineate. Profili professionali ben strutturati e stipendiati. Solo così possiamo sperare di non essere più considerati come soggetti non identificati del mondo del lavoro, per non imbatterci più in colloqui mortificanti e in rapporti di lavoro a scadenza breve.

Bisogna davvero iniziare. Adesso.

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