Il Salone del Libro di Torino apre i battenti, dopo giorni intensi e pieni di polemiche e senza ospitare, infine, la casa editrice Altaforte tra gli espositori. La scelta, effettuata in extremis, è l’ultimo atto di una polemica che aveva visto contrapporsi anche duramente esponenti culturali e politici : dopo la notizia dello stand dato ad Altaforte, molti avevano deciso di disertare il Salone, ritenendo incompatibile una tale decisione con i principi che esso si prefigge; tra questi possiamo sottolineare la fondazione Wu Ming e ZeroCalcare. Altri, invece, difendendo l’idea di una cultura libera, o promuovendo l’evento come occasione per ribadire ancora una volta, fermamente, l’estraneità dei valori fascisti (che AltaForte liberamente supporta) ad una società progressiva e tollerante, programmavano incontri ed azioni per promulgare attivamente l’antifascismo. Ieri, la sindaca Appendino e il presidente regionale Chiamparino hanno infine preso una decisione in merito alla questione, una volta che la sopravvissuta ad Auschwitz Halina Birenbaum aveva manifestato l’intenzione di tenere la propria lectio fuori dai confini del Salone, in segno di protesta per l’accoglienza ad una casa editrice di stampo fascista. Come soci fondatori dell’iniziativa, hanno estromesso Altaforte dal Salone, tramite un comunicato cui i responsabili hanno “dato esecuzione”.

Uno stralcio del comunicato con cui si chiede la rimozione di Altaforte dafgli espositori, e l'”obbedisco” degli organizzatori

La polemica non si è, ovviamente, ancora spenta, ma perché tanto parlare attorno a una tale scelta? È un argomento delicato, e se lo trattiamo è per la sua importanza dal punto di vista culturale e la sua rilevanza nello scenario, anche artistico, contemporaneo. Se l’arte è arte qualsiasi sia la sua provenienza, si può dire lo stesso della cultura? Quella promulgata da Altaforte è cultura, o non dovrebbe essere considerata tale?
Sono domande fondamentali, e non riguardano solamente il caso specifico, ma lo prendiamo come emblema di un discorso di più ampio respiro, che si lega a una certa linea di revisionismo e, addizionalmente, complottismo riguardante Mussolini e l’intero Ventennio.

Quello che si è verificato negli ultimi anni, in effetti, è una generale spinta verso la riconsiderazione del fascismo e delle sue sfaccettature più varie, generata da una selezione delle fonti parziale e da un medium, quello di Internet, che non può assicurare di per sé la certezza delle fonti. Un caso tra gli altri è quello di Giuseppina Ghersi, la giovane fascista apparentemente violentata e trucidata dai partigiani. La vicenda solleva regolarmente discussione, ma le sue origini sono tutt’altro che chiare, così come i dettagli, i responsabili e le opinioni dei commentatori. Allo stesso modo, Wikipedia Italia si trova ora ad affrontare una questione spinosa, che è quella delle revisioni “al dettaglio”, che cambiano un periodo, omettono informazioni, ne aggiungono da fonti faziose, smentite o incomplete.

Ovviamente, l’importanza della comunicazione quando si parla di storia è fondamentale: la figura di Cristoforo Colombo esemplifica bene la questione, dato che egli ormai è tanto salutato come esploratore quanto esecrato in quanto fautore di stragi. Presentare l’ eccidio delle Fosse Ardeatine come una semplice rappresaglia sarebbe una grave mistificazione di quella che è stata la realtà della guerra e dell’evento, con la conseguenza di una legitimizzazione di atti non giustificabili dalle Convenzioni di guerra internazionali. Per questo, essenziale è comprendere fin dall’inizio se quella promossa da Altaforte non sia solo una lettura del fenomeno fascista in quanto tale, quanto piuttosto un’accurata selezione delle fonti atta a fornire un’immagine parziale delle sue cause, conseguenze e implicazioni nella società dell’epoca.

Oltre a questo, si pongono problemi pratici e legali. Prima di tutto, per comprendere la posizione originale del Salone di Torino, che aveva concesso lo stand alla casa editrice, bisogna accettare il fatto che anche quella promossa da Altaforte rappresenti cultura: questa è infatti, secondo la Treccani, “l’insieme dei valori, simboli, concezioni, credenze, modelli di comportamento, e anche delle attività materiali, che caratterizzano il modo di vita di un gruppo sociale.” Per questo, anche quella fascista deve essere definita cultura, per caratteristica dei suoi esponenti. Il problema, allora, si pone a valle, e cioè non tanto nella categorizzazione di Altaforte, quanto nella sua effettiva “accettabilità legale e politica”.

La domanda da porsi è allora la seguente: Altaforte vìola, di per sé, la legge in quanto ad apologia del fascismo? La Corte Costituzionale è intervenuta in merito. Nel momento in cui la legge Scelba è stata soggetto di analisi per possibili contrasti con il principio della libertà di espressione, i giudici hanno decretato che da punire sono le azioni volte a un’ “esaltazione [del fascismo] tale da potere condurre alla riorganizzazione del partito fascista”. A questo si aggiunge la legge Mancino, che tende a sanzionare “chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”. Entrambe le formulazioni lasciano uno spazio interpretativo relativamente ampio, che rende dunque ogni decisione in merito strettamente politica, in misura più o meno importante. Infatti, Se in altri casi, come il presidio di CasaPound per evitare assegnazioni legittime su base razziale, la violazione della legge è più chiara, per una realtà culturale la questione diviene delicata. Le singole persone sono imputabili per apologia, ma per quanto riguarda la casa editrice? La produzione letteraria di Altaforte, se non volge a una chiara esaltazione del fascismo ma, come già detto, si “limita” a presentare versioni mistificate dei fatti, non è condannabile.

Nel momento in cui Chiamparino e l’Appendino presentano allora un’esposto alla Procura perché venga fatta chiarezza sulla faccenda, i risultati di un tale processo rischieranno di incrinare ulteriormente il piano dei rapporti tra la dimensione fascista e antifascista della società.

Fino a che punto è lecito ostacolare una cultura? Fonte: Pexels

Questo non significa che la scelta non sia da prendere: anche negli ultimi giorni abbiamo constatato, attraverso la cronaca, come una società omertosa possa condurre a gravi conseguenze; quello che si rende necessario allora è una presa di posizione, più o meno forte che sia, ma indubbiamente decisiva. La mancata scelta, in questo caso, significa dipendere da un forte volere di pochi: fascismo e antifascismo sono un gioco a somma zero, in cui anche la mancanza di spinta oppositiva gioca un ruolo importante nell’affermazione dell’una o dell’altra fazione.
Se, allora, parlando di Altaforte parliamo di una casa editrice fascista, e che la legge, per tutela delle libertà individuali, non punisce, ne consegue che è l’attiva resistenza, ancora una volta, a rappresentare la via principale da percorrere: una resistenza che è tutta arbitraria e politica, siamo chiari, ma che rimane essenziale per preservare e promulgare i valori dell’antifascismo. Questa volta, qualcuno si è assunto la responsabilità di una decisione tale. Per il futuro, se questo non dovesse avvenire, si deve essere pronti a fare lo stesso. Quando si parla di ideali e di cambiamento della società, ogni momento, ogni episodio è decisivo come un altro per schierarsi.

 

Un inciso finale: secondo gli stessi fondatori, Altaforte ha raggiunto, negli ultimi giorni, vendite che una casa editrice di quella grandezza avrebbe potuto sperare in tre o quattro anni. Il libro-intervista a Matteo Salvini da loro edito è ora in cima alle classifiche dei BestSeller su Amazon. Come si dice spesso, bene o male purché se ne parli, e tuttavia la copertura mediatica non deve rappresentare una “scusa” per non trattare argomenti scottanti quando un episodio acquista una certa rilevanza politica. La riflessione da fare rimane questa: se ci sono state tante vendite, vuol dire che esiste un grande e silente bacino di individui che si riconosce nella casa editrice e nella sua legittimità. Quello del peggioramento dei rapporti tra lati opposti della società, allora, sembra essere oramai molto più che un rischio intangibile.

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