L’Università di medicina di Tokio ha recentemente ammesso di avere falsificato i propri test di ingresso per un periodo di oltre dieci anni allo scopo di limitare l’entrata e la partecipazione delle donne agli studi.
Il caso ha meritato le attenzioni della cronaca perché collegato ad una società percepita in Occidente come permeata da valori ferrei ma giusti, ma è lungi dall’essere l’unico in epoca contemporanea in cui le donne sono state penalizzate. In un momento storico in cui le differenze di genere dovrebbero andare appianandosi, perché continua ad esistere questa netta separazione tra uomini e donne, di fronte alle assunzioni e al mondo del lavoro, ma non solo? Pur non essendo nuova, la questione non è di facile soluzione, perché riguarda il tessuto stesso della società e tradizioni radicate profondamente.

Partendo da un quadro generale, secondo il World Economic Forum e l’annuale report sulla differenza di genere, Il gender Gap, ossia lo iato in termini di opportunità tra uomini e donne è stata l’anno scorso del 68%. Questo vuol dire che, in tutto il mondo e a parità di altre condizioni, le donne hanno avuto molte meno possibilità degli uomini di partecipare all’avanzamento della società.

L’Italia, dal canto suo, non può sedersi sugli allori: 82esima su 144 Stati partecipanti, è tra Messico e Myanmar negli indici globali, sotto la Grecia e ultima in Europa continentale (Malta si trova in 93esima posizione). A livello globale, mentre buoni risultati vengono già ottenuti nell’educazione e nella salute, i due punti deboli più grandi di trovano all’interno dei settori più delicati, dal punto di vista del potere, e per questo probabilmente tanto lenti a trasformarsi: l’economia e la politica. Partiamo tuttavia dal fattore economico. In tale ambito, le manchevolezze sistemiche delle nostre società si esprimono in vari modi, e c’è chi le quantifica in termini prettamente pecuniari facendo notare la disparità di salario tra uomini e donne nel mondo.

Nella maggior parte dei casi, tuttavia, più che un fattore finanziario è quello sociale a contare, perché la discrepanza non si trova tanto a parità di mansione e ore svolte, quanto negli ambiti lavorativi e nelle modalità all’interno delle quali le donne si trovano limitate. Molte donne lavorano ancora in settori mal retribuiti, o sono costrette al part-time a causa della divisione dei compiti che le vede rinunciare alla propria carriera per preoccuparsi del sostegno della famiglia. Ciò che occorre non è dunque una cura al problema economico, quanto un approccio preventivo: perché i settori in cui le donne vengono assunte maggiormente sono anche i meno convenienti per il lavoratore? Perché la donna si trova molto spesso automaticamente a dover rinunciare alla carriera per occuparsi dei figli?

Problematizzare lo status quo significa già fare un passo avanti e aprire una importante discussione sulla problematica di genere, perché le risposte a queste domande ci fanno percorrere a ritroso lo sviluppo mentale della società in cui viviamo.

Nell’episodio dell’Università di Tokyo, ha giocato un ruolo importante la credenza che le donne, una volta adottato anche il ruolo di mogli e madri, divengano incapaci di coprire i turni di lavoro, e dunque non possano rappresentare una sicurezza sul lavoro.
Vi sarebbero dunque degli ipotetici calcoli razionali dietro alle scelte sessiste dei datori di lavoro e delle organizzazioni; interessante tuttavia che quella proposta non sia quasi mai una soluzione, quanto un rapido escamotage con cui continuare a penalizzare una fascia non indifferente della popolazione mondiale, soprattutto nei percentili più poveri.

La vera risposta alle discriminazioni sarebbe garantire l’uguaglianza di genere, e dunque rendere diritti e doveri, per esempio, spartibili all’interno della coppia: i permessi di maternità sarebbero così garantiti anche ai padri, e il datore di lavoro non potrebbe “prevedere” in anticipo un’ipotetica ignavia dell’intervistato/a.
Il problema, tuttavia, sta nel concetto stesso di efficienza a tutti i costi, che spinge per la massimizzazione dei profitti a discapito dei diritti dei lavoratori, siano essi uomini o donne. Riprendendo lo stesso esempio, concedere congedi per motivi familiari vorrebbe dire dover rinunciare ad ore di manodopera preziose in un’ottica di continua competizione mondiale, in cui gli Stati con meno diritti civili possono permettersi anzi di comprimere maggiormente le necessità individuali per il bene dell’economia.

Parlare di diritti delle donne, allora, significa anche parlare di diritti umani, perché ciò che nel mondo occidentale si rivela attraverso il mancato ingresso ad una università o un lavoro con meno prospettive di promozione, in altre parti del globo è invece rappresentato da una costante oppressione che tarpa le ali non solo all’economia, ma soprattutto al benessere degli individui.

Anche in politica, poi, le donne devono affrontare situazioni analoghe. In Italia, per esempio, pur diminuendo il totale degli omicidi, sale in percentuale la quantità di crimini perpetrati a danno delle donne, la maggior parte dei quali avviene all’interno delle mura domestiche. Nel momento in cui a queste manca una voce in ambito politico, dunque, è ancora più difficile spostare l’attenzione sul problema. Il calo delle denunce per stalking, costante negli ultimi anni, più che far ben sperare per un’evoluzione dell’ambiente sociale pare denunciare l’immobilità giudiziaria e la mancanza di adeguati strumenti per affrontare i fatti.

La questione, in ogni caso, non andrebbe risolta soltanto con un inasprimento delle pene, ma con una messa in discussione del paradigma sociale che vede le donne sottomesse all’autorità maschile, e dunque sussunte a oggetto e proprietà.
Se non si apre un dialogo educativo sulla violenza di genere (non solo nel nostro Paese), il rischio è che le misure prese ex-post saranno molto lontane da quello che la società nel suo complesso dovrebbe ritenere desiderabile.

I dati sulla violenza di genere nell’anno 2016-2017, pubblicati dal Ministero dell’Interno.

Il discorso non si esaurisce di certo qui, e nella sua complessità richiede una trattazione più approfondita e precisa che prenda in considerazione, a seconda delle esigenze, il piano globale e quello locale; a qualsiasi livello si voglia considerare la disparità di genere, tuttavia, abbiamo visto che una migliore e mirata educazione potrebbe aiutare a portare la società verso un equilibrio più egualitario.

Una prima forma di educazione sentimentale è già stata introdotta, ma la sua diffusione è ancora limitata. L’intera società dovrebbe parteciparvi (coinvolgendo dunque anche il contenuto dei programmi tv, dei libri, dell’arte) perché la questione di genere possa rivelarsi non una problematica diffusa, ma un percorso di sviluppo consapevole.

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