Oggi, 24 febbraio 2020, è una giornata triste, e il mondo, ancora una volta, ma non di certo l’ultima, si colora di giallo e di viola. I colori dei Los Angeles Lakers, indossati tutta la vita da Kobe Bryant, la leggenda del basket.
Quasi una seconda pelle quella divisa. Muscoli, ossa e quei colori. Il fisico scolpito, le mani grandi, il volto illuminato dal sorriso capace però di trasformarsi in una smorfia per liberare un grido dopo l’ennesimo canestro. Gli occhi furbi, curiosi, di chi ne ha viste tante, resteranno per sempre impressi nella memoria di tutti noi. Nessuno escluso.
Questo era ed è Kobe Bryant e oggi, Los Angeles, la sua città, e tutto il pianeta Terra, si stringe nel ricordo di questo straordinario campione. Uomo carismatico e così amato da essere prima, e diventato ancor di più dopo la sua prematura dipartita, un’icona immortale. I numeri sono sempre stati legati alla storia di Kobe.

Anche questo 24 febbraio non è una data scelta a caso per dare l’ultimo saluto a lui e a sua figlia Gianna, scomparsi, insieme ad altre sette persone, quella maledetta mattina del 26 gennaio. Il 24, infatti, per chi ancora non lo sapesse, è il numero che ha indossato per dieci anni e che, insieme al numero 8, altro numero con cui ha giocato, sono stati ritirati dai Los Angeles Lakers. Mentre il 2 è il numero con cui sua figlia Gigi iniziava a farsi conoscere sui campetti da basket. Lo Staples Center è stato il suo più grande palcoscenico, qui Bryant ha scritto pagine e pagine della sua storia e della storia della NBA. Non poteva dunque che essere questo stadio il luogo dove tributargli l’ultimo saluto.
Il grande palazzetto che, nel cuore di Los Angeles, ospitò la commemorazione funebre di un’altra leggenda, l’icona mondiale Michael Jackson.

Kobe Bryant - Photo by Elsa/Getty Images

Kobe Bryant e sua figlia Gianna. Photo by Elsa/Getty Images

Da quel tremendo 26 gennaio i fan e le persone comuni lasciano fiori e messaggi nella piazza antistante allo Staples Center. Un’emanazione di amore che ha contagiato tutti in ogni angolo del globo. Di Kobe Bryant ormai sappiamo ogni cosa. Il tam tam mediatico delle scorse settimane ha contribuito a farcelo conoscere ancora di più. Ma bastano le immagini e, ancora una volta, i numeri a parlarci di lui.
198 centimetri per 96 chilogrammi.
20 anni sempre con la casacca dei Los Angeles Lakers. Dalla prima all’ultima partita da professionista nel campionato americano.
5 volte campione NBA.
2 medaglie d’oro alle Olimpiadi, nel 2008 e nel 2012.
1346 partite disputate nel campionato americano.
18 partecipazioni al NBA All Star Game.
2 volte capo cannoniere della lega di basket a stelle e strisce.
81 punti messi a referto in una singola partita NBA (seconda migliore prestazione di sempre).
60 punti nella sua ultima partita da professionista, unico giocatore a riuscirvi nella storia. 33.643 punti segnati. Terzo nella classifica All Time del campionato americano.
Una media di 25 punti a partita.

Questi numeri ci fanno capire la grandezza di un campione capace di regalare emozioni incredibili. Ma lui, Kobe Bryant, era molto di più che un cestista. Era un uomo il cui carisma e la cui energia arrivavano lontano, oltre i campi della pallacanestro. Ci sono quindi i numeri, i trofei, le schiacciate e le parole di Bryant, che hanno caratterizzato la sua splendente parabola. E c’è un “dopo” quel dannato 26 gennaio. Da quella data in poi, ogni angolo del mondo ha voluto onorare Kobe e la piccola Gigi. Lo ha fatto la street art per prima, probabilmente.
Forse perché questo tipo di arte è capace, per sua stessa natura, di parlare direttamente alle persone. Un grande murale realizzato a Manila, nelle Filippine, sul pavimento di un campo da basket vede ritratti insieme il grande campione e la figlia. Quest’opera, realizzata il giorno successivo alla notizia della morte dei due, ha fatto da apripista a decine e decine di altri murales in tutto il mondo.

Il murales a Manila (photo credits: Ezra Acayan – Getty Images)

Un filo conduttore, quello dell’arte urbana, che lega idealmente Los Angeles, Manila ma anche Napoli. Infatti, nel capoluogo campano, a pochi giorni dalla triste notizia, lo street artist partenopeo di chiara fama mondiale, Jorit, ha realizzato il ritratto del grande campione su di un muro vicino ad un campetto da basket. Sì, perché Bryant era anche italiano. Qui nel nostro paese ha passato parte della sua infanzia ed è proprio qui che ha iniziato a segnare i suoi primi canestri e a muovere i suoi primi passi sul parquet. Un po’ di Italia Kobe l’ha messa anche nel nome delle sue quattro adoratissime figlie. La primogenita Natalia Diamante, Gianna Maria-Onore tragicamente scomparsa con il padre a soli 14 anni, Bianka Bella e Capri Kobe ultima arrivata, nemmeno un anno fa. Un legame forte, mai reciso, quello con la nostra nazione. Kobe parlava fluentemente l’italiano e spesso usava la nostra lingua con i compagni di squadra per dare indicazioni e non far capire agli avversari schemi e tattiche di gioco. L’asso del basket più e più volte nel corso della sua vita è tornato nel Bel Paese e ha dichiarato che qui da noi ha imparato molto, non solo in merito al basket, ma anche su come vivere la vita. Ricordiamo, infatti, che dai 6 ai 13 anni il piccolo Kobe, a seguito del papà Joe, anch’egli cestista professionista, girovagò per l’Italia passando da Rieti a Reggio Calabria, per proseguire a Pistoia e Reggio Emilia. Proprio la società di basket della città emiliana, a seguito della drammatica notizia, ha deciso di intitolare una piazza al compianto campione.

L’Italia non ha dimenticato Kobe e lo scorso 28 gennaio, in occasione del match di Coppa Italia tra Milan e Torino, la società rossonera, di cui Bryant era tifoso, ha deciso di scendere in campo con il lutto al braccio. Al minuto 24 del match tutto lo stadio Meazza si è alzato in piedi e, tra lacrime e applausi, ha salutato questo mitico giocatore di basket. Dalla Milano del calcio a quella della pallacanestro, naturalmente. L’AX Milano in occasione della Coppa Italia di Basket 2020, tenutasi a Pesaro dal 13 al 16 febbraio, ha deciso di non indossare i tradizionali colori della società (il rosso e il bianco ndr) ma quelli con cui Kobe ha giocato per venti anni, il giallo e il viola dei Lakers.

Milano non ha vinto la Coppa Italia di Basket, ma ha sicuramente stravinto la gara di solidarietà nel ricordo del grande cestista americano. Infatti, il ricavato della vendita del merchandising prodotto dalla società di basket milanese per questa manifestazione cestistica, sarà interamente devoluto a ‘Mamba On Three‘, fondo istituito dalla ‘Mamba Sports Foundation’ per sostenere finanziariamente le famiglie delle altre sette vittime coinvolte nell’incidente.

Se questo è quello che è successo da noi, moltissime sono state le manifestazioni d’amore per Kobe negli USA. Nella notte americana della tragedia, durante i Grammy Awards, si è tenuto il primo vero grande tributo pubblico a Kobe e sua figlia Gigi. Alicia Keys e Boyz II Men hanno cantato per loro una versione a cappella del brano It is so hard to say goodbye to yesterday. Anche una delle protagoniste della serata, Lizzo, ha ricordato la star del basket e sua figlia in uno dei suoi discorsi da vincitrice di ben tre Grammy.

Il giorno successivo l’Empire State Building di New York è rimasto illuminato tutta la notte con i colori giallo e viola e lo stesso è avvenuto in molti altri stadi e palazzetti dello sport, da una parte all’altra degli Stati Uniti. Kobe, con le sue magie sul parquet, era riuscito ad incantare tutti, indipendentemente dalla fede cestistica. Ad inizio di febbraio, anche il più alto grattacielo al mondo, situato a Dubai, ha ricordato il grande giocatore e sua figlia. Una proiezione della foto dei due, teneramente abbracciati, ha illuminato la notte araba.

Ritornado agli USA, il regista Spike Lee, sfegatato tifoso dei New York Knicks (squadra di basket della Grande Mela ndr) si è presentato alla notte degli Oscar indossando uno smoking di Gucci personalizzato con i colori dei Lakers e con il numero 24 ben cucito sul petto e sul retro dell’abito. Naturalmente anche all’All Star Games 2020, la partita delle stelle NBA, che si è tenuta lo scorso 16 febbraio, è stata nel segno di Kobe e Gigi Bryant. Il format dell’annuale partita delle stelle NBA, che vede sul parquet tutti i migliori giocatori del campionato di basket americano, è stato appositamente rielaborato per commemorare il fuoriclasse dei Lakers. Inoltre, le due squadre, guidate dai capitani LeBron James e Giannis Antetokounmpo, hanno indossato maglie per commemorare il grande campione e sua figlia di 13 anni. Tutti i membri del Team LeBron sono scesi in campo con il numero 2, in memoria di Gianna, giocatrice della Mamba Sports Academy, scuola di basket voluta da papà Kobe. I giocatori del Team Giannis, invece, hanno sfoggiato il numero 24. In questo grande momento di sport si sono volute ricordare anche le altre vittime della tragedia ed entrambe le squadre hanno quindi anche indossato una patch con nove stelle. Il premio di MVP(Miglior Giocatore della Partita) di questa manifestazione sportiva è stato intitolato proprio a Kobe Bryant e ad aggiudicarselo è stato Kawhi Leonard.

Il mondo dello sport ha avuto un duro colpo per la prematura scomparsa di Kobe. Il numero uno al mondo del tennis Djokovic, prima di iniziare il suo trionfale cammino agli Australian Open, a pochi giorni dalla drammatica notizia, si è presentato sul campo indossando una felpa con le iniziali e i numeri del compianto cestista. Il talentuoso tennista serbo, durante l’intervista di rito, non è riuscito a trattenere le lacrime al ricordo del suo amico e mentore. Sempre durante questo torneo ATP di tennis, l’australiano Nick Kyrgios ha disputato l’intero match contro Rafael Nadal indossando la canottiera dei Lakers con il numero 8, utilizzato da Kobe nei suoi primi dieci anni di basket NBA.
Anche Neymar Jr, la stella mondiale del calcio, ha voluto ricordare la leggenda Bryant. Dopo aver segnato il suo secondo goal contro il Lile, match valevole per la Ligue 1 (il campionato di calcio francese), ha mostrato alle telecamere le mani mimando il numero 24 e le ha giunte poi in preghiera.

La scomparsa della stella dei Lakers e di sua figlia ci ha colpito tutti profondamente e le testimonianze di affetto e di gratitudine che abbiamo provato a raccontarvi in queste righe sono solo alcune. Nei prossimi mesi altri tributi verranno realizzati, non ci è dato di sapere come e quando ma siamo sicuri che ci saranno. Alcuni rumors delle ultime ore, ad esempio, dicono che verrà realizzato un memoriale al leggendario cestista all’interno del videogame più famoso al mondo, Fortnite.

Delle gesta di Kobe ci restano le immagini, i filmati e i canestri.  Un passo indietro per smarcarsi, un tiro in sospensione, la palla che accarezza la retina e quell’espressione di gioia e rabbia messe insieme. Ma, per fortuna, ci restano anche le sue parole e la sua filosofia di vita. Mamba Mentality: How I play è il libro che contiene il Kobe pensiero e, forse, anche la sua eredità più grande. Concentrazione, impegno, dedizione, fatica, la voglia di non arrendersi mai.

kobe bryant Reuters

L’amore incondizionato per la famiglia, la passione, la grinta, la generosità, sono tante le cose che Bryant ci ha insegnato con il suo modo di fare, dentro e fuori il rettangolo di gioco.  Di lui ci restano queste parole unite a quel sorriso e quello sguardo di chi ha una chiara consapevolezza dei propri mezzi e della vita. Ecco, è forse anche per questo suo speciale modo di essere che la gente lo ha amato e continua ad amarlo moltissimo. Purtroppo, viviamo tutti quanti con la consapevolezza e il rammarico di aver avuto forse troppo poco tempo per conoscere Bryant fuori dal rettangolo di gioco.

Il premio Oscar vinto nel 2017 con il cortometraggio d’animazione Dear Basketball e la Mamba Sports Foundation che, dopo la tragedia, è diventata Mamba and Mambacita Sports Foundation in onore anche alla figlia Gigi, sono solo due delle cose che ci hanno permesso di conoscere un Kobe fuori dal basket. Certi che molti altri successi e attività sarebbero arrivati se un infausto destino non si fosse accanito contro di lui e la sua famiglia. Bryant ci ha indicato una strada e, la sua troppo prematura scomparsa, non ha fatto altro che illuminare ancora di più quel percorso. Sta solamente a noi, ora, seguire le sue orme e mantenere viva la sua memoria.
Grazie di tutto Kobe.

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