Il cinema si deve ancora riprendere dalla crisi del Covid-19 e forse non lo farà finché la politica non ci concederà un vaccino.

Pur tenendo conto delle restrizioni per le sale cinematogragiche, il remake di Mulan è stato un flop inaspettato nei botteghini in Cina. Per di più, il film ha suscitato l’indignazione degli attivisti per i diritti umani dato che alcune scene sono state girate nella regione in cui la Cina ha installato campi di concentramento per la minoranza degli Uiguri. Sui social sta impazzando l’hashtag #boycottMulan, ma forse non per tutti i motivi corretti.

Il vice di Disney Studios Alan F. Horn avrebbe commentato al New York Times: “Se Mulan non va bene in Cina, allora abbiamo un problema.” Teme che l’action movie che rivisita il cartone animato del 1998 non avrà successo nemmeno nel mondo democratico e libero, ovvero l’Occidente.

Horn si sbaglia. Mulan farà furore nelle sale al di qua del Medio e dell’Estremo Oriente perché costruito su una visione della Cina propria di produttori, sceneggiatori e registi occidentali. Disney ha costruito una versione immaginaria della Cina. Nonostante fossero di nazionalità cinese, gli attori hanno infatti recitato in inglese. Come se non bastasse, gli autori hanno inserito una sequela d’inesattezze storiche che però solo chi ha studiato la storia cinese riuscirà a cogliere.

La storia di Mulan e gli Uiguri

La Ballata di Mulan, vecchia di 1500 anni, raccontava le vicende di una donna che combatteva i turchi per salvare la pelle all’imperatore. È stata da sempre un’icona femminista, anche in Cina. Eppure, il pubblico di Pechino non ha gradito l’estremizzazione di questa sua caratteristica e la trasformazione di Mulan in un Avenger in gonnella. Il troppo stroppia, anche quando si parla di politically correct.

Ciò che però infuria sui giornali occidentali è il risentimento per alcune scene del film girate nella zona di Xinjiang, Cina occidentale, dove la minoranza musulmana Uiguri sta subendo una violenta repressione. Alcuni invocano il crimine del genocidio contro il governo comunista di Pechino, ma ci sono poche notizie certe. L’omertà regna sovrana come in qualsiasi regime dittatoriale, specialmente in uno che tenta di salvaguardare un ruolo di falsa democrazia. Le notizie che provengono dalla zona sono scarse, circostanziali, basate solamente su testimonianze che non vengono ascoltate. Ai giornalisti vengono negati i visti d’ingresso e chi ha provato a raccontare dal luogo non ha fatto una bella fine.

Chiamati “centri vocazionali”, gli Uiguri vi vengono imprigionati dopo retate notturne nascoste dall’assenza dei media e dal silenzio impaurito della popolazione. Sono additati come nemici della patria cinese, terroristi senza scrupoli che devono rinunciare alla propria religione per avere salva la vita. Nella serata di lunedì, l’Europa ha mandato un avvertimento alle autorità cinesi, minacciandoli di sospendere i commerci se non chiuderà i campi di lavoro forzato. Una mossa già vista e che non ha mai portato a conseguenze positive.

L’Occidente non si decide

Il governo cinese possiede l’autorità di compiere legittimamente tali atti all’interno dei propri confini. Il caso balzò alle cronache dopo che una ragazzina aveva evitato la censura su TikTok, inscenando un make-up tutorial mentre raccontava queste atrocità. Tuttavia, il governo cinese ha anche il potere di costringere ByteDance, la società cinese proprietaria di TikTok, a cedere i dati raccolti sui propri utenti. Tutto ciò non importa a chi ha aperto gli app store per scaricare 315 milioni di volte un’applicazione che permette di ballare davanti a una fotocamera.

TikTok ha successo perché i video possono diventare virali molto facilmente e ottenere milioni di visualizzazioni. Il fascino dei 15 minuti di Warhol. Solo che, in questo caso, i 15 minuti sono fabbricati da un algoritmo che incanala gli utenti per alzare le visualizzazioni e fidelizzare gli users.

Il video-denuncia della ragazza è circolato per una settimana, poi abbiamo scoperto che su TikTok si può ballare e addio Uiguri. La stessa cosa che è successa quest’estate con il Covid-19. Molte persone muoiono, li piangiamo sui balconi per un mesetto, ringraziamo chi ha fatto tripli turni in ospedale per poterli aiutare, dopodiché andiamo ad assembrarci in discoteca e sbuffiamo quando ci chiedono di mettere la mascherina.

TikTok telefono

Photo by Kon Karampelas on Unsplash

Per questo Mulan sarà un successo in Occidente. Non solo l’occidentalizzazione del suo personaggio renderà il film famigliare e piacevole al pubblico, ma sarà proprio il pubblico a dimenticare la violazione dei diritti umani. Come TikTok o la discoteca non responsabile in tempo di Covid, Mulan è un prodotto costruito per gratificare e distrarre chi lo consuma.

Gli attivisti si indignano perché la Disney ha girato alcune scene a Xinjiang e per la violazione della dignità umana da parte della Cina, con cui l’Occidente continuerà a commerciare. La mancanza di rispetto per una pietra miliare della letteratura cinese non viene invece presa altrettanto in considerazione. Si preferisce dividere il mondo in una battaglia ideologica tra buoni e cattivi dove i buoni sono sempre gli occidentali. Boicottiamo Mulan perchè la Cina viola i diritti umani, non possiamo aggiungere che la Disney ha costruito un ritratto distorto e irrispettoso della cultura cinese? Si può decidere da che parte schierarsi oppure analizzare le colpe e agire nel proprio piccolo per migliorare. Disinstallare TikTok e informarsi sugli Uiguri sarebbe già un buon inizio.

 

Immagine di copertina: Mulan Live Action da Cinematographe 
Immagine secondaria: Donne uiguri da Wikimedia Commons
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