L’Enciclopedia Treccani definisce schiavitù come la condizione di chi viene trattato come una proprietà privata, con la conseguente negazione di qualsiasi diritto umano. Nel 1926 la Società delle Nazioni l’aveva resa illegale, dichiarando la fine della tratta degli schiavi dal continente africano alle coste del Nuovo Mondo, pratica risalente alla fine del XV secolo. Tuttavia, la schiavitù non si può dire terminata. Nonostante sia stata riconosciuta dall’Onu come un crimine contro l’umanità, siamo ancora circondati da schiavi silenziosi e molto spesso inconsapevoli della propria condizione. Lo stesso mondo occidentale non è più abituato a riconoscere la schiavitù perché i libri di storia ne raccontano una antica. Non assistere al maltrattamento di esseri umani costretti a costruire il Colosseo non significa che queste pratiche siano state sradicate. Oggi si parla di “sfruttamento,” ma la sostanza rimane la stessa. Si potrebbe ipotizzare che l’abolizione della schiavitù abbia riguardato più il vocabolario che la vita reale.

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La schiavitù in età moderna

Dopo la scoperta dell’America, pensatori cristiani quali Bartolomeo de Las Casas e Juan Ginés de Sepùlveda si confrontarono sul trattamento da riservare a popolazioni non evangelizzate. Sepùlveda, convinto sostenitore della schiavitù, predicava la naturale superiorità degli spagnoli civilizzati di fronte agli indigeni. Alla fine prevalse però la linea di Las Casas, che invocava invece l’uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio. Le prime leggi abolizioniste vennero dunque formulate nella Spagna del Cinquecento. Tuttavia, la Spagna della seconda metà del XVI secolo, date le frequenti bancarotte, non si faceva scrupoli morali sulla provenienza delle ricchezze che arrivavano dalle colonie oltreoceano. Per di più, non si rinunciò alla forzata conversione degli Indios d’America al cattolicesimo. Le leggi contro lo schiavismo vennero ignorate a un punto tale che lo stesso Las Casas finì per suggerire l’importazione di schiavi direttamente dal continente africano per rimediare all’estinzione degli indigeni.

Secondo una lettura esclusivamente marxista della storia, l’abolizione della schiavitù in America dopo la guerra di secessione ebbe motivi prevalentemente economici. Nonostante sia rassicurante pensare che la coscienza dell’umanità si fosse improvvisamente risvegliata, la cruda verità è che gli schiavi costavano, e anche parecchio. Con i dovuti aggiustamenti, il mantenimento di uno schiavo richiedeva al padrone circa 40.000 dollari moderni all’anno.

La situazione attuale nel mondo

Ad oggi, sono circa 40.3 milioni le persone in stato di schiavitù. Il 71% sono donne, il 25% bambini (10 milioni). Kevin Bales, professore di Schiavitù Contemporanea all’Università di Nottingham, ha dedicato lunghi anni di studio e di attivismo internazionale ai “nuovi schiavi.” Con la fondazione dell’organizzazione Free the Slaves, e la collaborazione alla realizzazione di un Indice Globale della Schiavitù, è riuscito a indicare un numero approssimativo di quanti esseri umani siano ancora nelle mani di schiavisti senza scrupoli. Bales sostiene che la schiavitù moderna sia una delle maggiori cause del cambiamento climatico. Se fosse uno stato, la schiavitù seguirebbe Stati Uniti e Cina con 2,54 miliardi di emissioni annue di carbon-fossile. Servirebbero 20 milioni di dollari per estirpare definitivamente questa pratica; distribuito sulla popolazione statunitense, si tratterebbe di una somma tra i 5 e i 10 dollari a testa.

Spesso ospite dei talks di TED, premette che la schiavitù è aumentata perché il costo per acquistare un essere umano è drasticamente collassato. Anche oggi esistono schiavi; le tecnologie odierne e la crescita della domanda ne hanno ridotto il costo. Una media di 450 dollari per una vita umana. Internazionale riporta che un singolo lavoratore forzato frutta 8 mila dollari all’anno, mentre la prostituzione può mettere nelle tasche dello schiavista fino a 36 mila dollari. L’esperto di schiavitù Siddharta Kara riporta che il profitto annuo globale di queste pratiche si aggira intorno ai 150 miliardi di dollari, di cui 46,9 miliardi nei paesi detti “avanzati.” Uno dei mercati di schiavi più grande degli ultimi anni è stato quello messo in piedi dal Ministero dei Bottini dello Stato Islamico. Nel 2014, l’Isis guadagnava 2 milioni di dollari al giorno, trafficando esseri umani sia in mercati fisici che attraverso WhatsApp. La maggioranza di schiavi in questo caso erano donne e ragazze, trafficate nei paesi del Medio Oriente e del Golfo per scopi sessuali.

Bales ha osservato da vicino gli effetti della schiavitù sulle vittime, formulando anche una wordcloud con le parole più usate dai sopravvissuti nel corso delle loro testimonianze. Le vittime fanno fatica a utilizzare il futuro semplice perché la schiavitù, dice Bales, è atemporale e aspaziale. Gli sfruttatori non permettono agli schiavi di pensare a ciò che hanno perso e ad un futuro diverso dalla loro attuale situazione e questi imparano ad occupare solamente lo spazio che gli viene concesso. Qualsiasi forma di ribellione viene sradicata dalla loro immaginazione.

La condizione femminile: il caso italiano

Secondo Benjamin Skinner, autore del libro Face-to-Face with Modern-Day Slavery, “uno schiavo è un essere umano che venga costretto a lavorare attraverso la frode o attraverso la minaccia di violenza, e che non riceva in cambio alcun compenso al di là del mero sostentamento.” In Italia, le donne vittime di tratta e sfruttamento sessuale sono sempre più giovani. In maggioranza nigeriane, arrivano sulle coste italiane dopo mesi di abusi nelle carceri libiche. Una volta sbarcate, vengono messe sotto la protezione di una maman a cui devono restituire il debito del viaggio. Di prestazione in prestazione, di 20 euro in 20 euro, provano a ripagarne 30.000. Il Guardian ha seguito le attività di PIAM Onlus, una no-profit di Asti che si prende cura di strappare queste ragazze dai soprusi psicologici delle maman e per restituire loro dignità; vengono costruiti legami di sangue con la maman tramite la rasatura di parte dei peli pubici delle ragazze durante i riti d’iniziazione.

Essendo l’Italia paese di transito per molti immigrati provenienti dalle carceri libiche, la schiavitù è un problema che ci tocca da vicino. Nel 2018, l’Italia era al terzo posto in Europa per numero di schiavi, subito dopo Polonia e Turchia. Nonostante i richiami internazionali, campagne mediatiche di sensibilizzazione stentano a decollare, favorendo le organizzazioni criminali che approfittano della mancanza di una legislazione adeguata. Secondo la director della Walk Free Foundation Fiona David, occorrerebbe che paesi come l’Italia adottassero il Modern Slavery Act redatto dalla Gran Bretagna nel 2015. In questo modo, si andrebbe a colpire il settore privato, il maggiore beneficiario di questa schiavitù silenziosa. Una schiavitù senza fruste e urla ma piene di abusi omertosi che uccidono ugualmente la dignità di 40.3 milioni di esseri umani.

In copertina: ph. Allison Heine on Unsplash.
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