Tutte le volte che mi ritrovo ad attraversare la strada sulle strisce pedonali – e mi capita spesso, perché detesto guidare: quindi consideratemi un esperto – non manco mai di interrogarmi su una questione che tocca da vicino tutti noi imperterriti pedoni: se tu sei lì, fermo, che aspetti sul pericoloso ciglio della strada, e oltretutto sulle strisce, perché le macchine non si fermano? E no: a loro non interessa proprio niente delle strisce, al diavolo il codice della strada; e che cambia se per esempio porti al guinzaglio un cane enorme che tira o a braccetto una dolce vecchietta? L’unica maniera per far magicamente fermare le automobili è quella di andare un poco avanti, di superare insomma quell’immaginaria linea oltre la quale il mezzo sarà costretto a bloccarsi, se non vuole finire per tranciarti un piede.

È una storiella stupida, lo so, ma penso che possa insegnarci molte cose sulla questione della gentilezza. Essere gentili, proprio come fermarsi sulle strisce per far passare un pedone, è infatti una cosa sì giusta, ma in fin dei conti evitabile. Se si può farne a meno, chi se ne importa. È così: siamo gentili solo se proprio dobbiamo, e la gentilezza ha finito per diventare una di quelle cose che non si vorrebbero fare mai, ma che ogni tanto ci toccano – del tipo mangiare la verdura, fare attività fisica, rispondere a quei parenti oramai sconosciuti che chiamano esclusivamente il giorno del tuo compleanno. Con questo non voglio dire che la gente è sempre aggressiva e rabbiosa. Non esageriamo: il contrario della gentilezza difatti non è solo la violenza, ma anche l’indifferenza, la distanza, lo scherno. Tutto ciò che, per farla breve, annulla un contatto invece di crearlo.

Se si dovesse associare alla gentilezza un genere letterario mi verrebbe subito in mente la poesia – penso per esempio ai componimenti di Bertolucci, Saba, Sandro Penna, ma anche alla prosa di alcuni malinconici romanzi di formazione, o ai quadri di Giorgio Morandi. La gentilezza possiede infatti, di certa poesia, due particolari doti; o meglio, l’amalgama, e la contraddittorietà che si crea tramite la loro unione, di queste due doti. Sto parlando da un lato della naturalezza propria della poesia, dall’altro della sua celata difficoltà. Pensate a una rima: è la cosa più naturale del mondo, no? Un suono armonico che si va a incastonare negli oggetti come l’anello su un dito o il piede in una scarpetta. Ecco, la gentilezza è come la rima: quanto sembrano semplici, e giusti – e naturali – un sorriso, un saluto, un consiglio, un abbraccio? Eppure, lo sa bene chi si cimenta con la poesia, trovare una rima – proprio come fare un sorriso quando si è di malumore, o salutare quella persona di cui non si ricorda il nome, o dare un consiglio disinteressato o concedere un abbraccio – è difficilissimo.

Sulla difficoltà della gentilezza si è espresso bene George Saunders, nel suo discorso ai laureandi della Syracuse University dell’11 maggio 2013 (adesso in un libro pubblicato da minimum fax, L’egoismo è inutile. Elogio della gentilezza, appunto): secondo lo scrittore americano la gentilezza è quel particolare sentimento che va in contrasto a molte delle convinzioni inconsce che nutrono l’immagine che ognuno di noi possiede si se stesso: quella per esempio di essere il centro del mondo, e di conseguenza di ritenersi più interessanti e degni di attenzione degli altri; o quella di essere eterni, noi soltanto in mezzo a un mondo di mortali.

La gentilezza infatti è complicata, e nasconde sotto di sé svariati pensieri e visioni del mondo: proprio come la poesia, non si esprime solo attraverso il suo significante esteriore (il saluto, la rima); bisogna invece valutare l’atto di gentilezza sezionandolo, scoprendone insomma gli intimi meccanismi che lo controllano. “Perché si scopre che la gentilezza è difficile:”, scrive Saunders, “all’inizio è solo coniglietti e arcobaleni ma poi si espande fino ad abbracciare… be’, tutto quanto”. D’altronde, per Saunders la gentilezza, essendo un’azione tanto difficile, risulta essere anche migliorabile: si diventa infatti più gentili col tempo, con l’età adulta, e per esempio facendo figli, ma anche studiando, meditando, interrogandosi sul mondo. Perché la gentilezza, in fondo, lasciando da parte coniglietti e arcobaleni, è, filosoficamente parlando, la negazione stessa dell’egoismo, e quindi autentica apertura verso l’altro: un’azione che detta così pare semplice, ma che è forse la cosa più complessa di tutte.

David Foster Wallace. Fonte: Wikimedia Commons.

Ce lo spiega un altro grande scrittore americano in un altro famoso discorso pronunciato sempre di fronte ad alcuni laureandi: si tratta di David Foster Wallace, e l’intervento è quello al Kenyon College del 21 maggio 2005. Il suo titolo poi è abbastanza celebre: Questa è l’acqua (lo trovate in un’antologia pubblicata da Einaudi dal medesimo nome). C’è bisogno, secondo Wallace, di tentare di evitare ciò che lui chiama la nostra modalità predefinita naturale; e cioè quella cosa per cui, nella vita quotidiana, che è dura, inutile, logorante, si finisce spesso per convincersi che tutte le altre persone non facciano altro che intralciarci. Pensate per esempio agli enormi Suv che vi imbottigliano nel traffico o alla fila chilometrica di gente alla cassa di un supermercato dopo una giornata estenuante, per giunta quando stai morendo di fame. Che fastidio, no? Altro che gentilezza, altro che apertura. Eppure, secondo Wallace “non è da escludere che a bordo dei Suv ci sia qualcuno che in passato ha avuto uno spaventoso incidente e ora ha un tale terrore di guidare che il suo analista gli ha ordinato di farsi un Suv mastodontico per sentirsi più sicuro alla guida”.

In poche parole, è una cosa incredibilmente difficile, ma bisogna davvero mettersi nei panni degli altri, anche quando siamo irritati o arrabbiati o disperati, anche se siamo portati di natura a rimanercene tranquilli nei nostri, di panni, e di solito esclusivamente per lamentarci. Mettersi nei panni degli altri è insieme la prerogativa e il significato ultimo della gentilezza. Ecco perché essere gentili è una cosa (dannatamente) importante: vuol dire ammettere che la nostra infelicità non è l’unica infelicità del mondo.

Siamo costretti, e sempre lo saremo, a confrontarci con gli altri. Bisogna solamente scegliere in che modo farlo. Lasciar passare il pedone oppure no? Ogni giorno ci troviamo di fronte al quesito della gentilezza, che è la strada più difficile – perché un sorriso, l’abbiamo detto, cavolo quanto è complicato. Eppure, se la prossima volta che starai guidando ti fermerai sulle strisce, vedrai che probabilmente il pedone ti farà una specie di sorriso – forse un po’ tirato, forse stanco, forse addirittura impercettibile, ma un leggero movimento delle labbra avverrà di sicuro. Perché sì, sembra una banalità ma è vero: la gentilezza richiama gentilezza. L’apertura chiede apertura. Torna in mente quel meraviglioso verso del poeta stilnovista Guido Guinizzelli: Al cor gentile rempaira sempre amore. In quel caso con la gentilezza si faceva riferimento alla nobiltà d’animo di colui che è capace di accogliere dentro di sé Amore, cioè una sorta di dirompente altro, con tutta la sua forza destabilizzante. È una vecchia poesia, ma non poi così tanto lontana.

In copertina: “Una domenica pomeriggio sull’isola della Grande-Jatte”, di Georges Seurat (1883-1885). Fonte: wikipedia.org.
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