Il 30 novembre 1981 l’Assemblea generale dell’ONU (L’Organizzazione delle Nazioni Unite) ha istituito la giornata mondiale dedicata alla pace con l’obiettivo di costruire un percorso universale di armonia tra popoli. Il desiderio di pace nel mondo è uno di quei concetti utopici su cui ognuno si interroga almeno una volta nella vita ma che, contrariamente alle aspettative, viene continuamente corroso e distrutto dalle centinaia di guerre che proseguono inarrestabili a distruggere la collettività.

La nostra storia, la storia dell’intera umanità, in effetti, si fonda sulle guerre: coloniali, economiche, di religione; qualsiasi sia l’impulso che alimenta le violenze nel mondo è da ritenere assolutamente antitetico l’idea stessa di vita. Ogni minuto di ogni giorno, da qualche parte nel mondo, muoiono persone, muoiono idee, muoiono quelle tendenze di rivoluzione tese alla solidarietà e all’amore e muore, in definitiva, il concetto di pace: uno dei concetti più etici e reiterati della storia e ugualmente una delle idee più ardue da realizzare.

François Gerard – La battaglia di Austerlitz

Solo tra il 2017 e il 2018 nel mondo sono morte circa 200.000 persone a causa di conflitti che tuttora mietono vittime e pesano sulla coscienza dell’intera popolazione della terra, a partire dai governi. Questi dati sono facilmente reperibili grazie al lavoro di ACLED (Armed Conflict Location & Event Data), un progetto che analizza e raccoglie dati inerenti tutti i conflitti attualmente in corso nel mondo. Numeri paurosi che stravolgono completamente l’idea di sicurezza e, soprattutto, violano uno dei diritti fondamentali dell’uomo: il diritto alla vita. ACLED, inoltre, definisce la Syria e l’Afghanistan come i territori più pericolosi del mondo e l’Africa come il luogo nel quale gli scontri e le guerre stanno crescendo di giorno in giorno a dismisura.

Di fronte questi dati è impossibile non lasciarsi trasportare da riflessioni profonde, soprattutto nel momento in cui viene celebrata la giornata internazionale dedicata alla pace. Si tratta, in effetti, di un giorno, il 21 settembre, per il quale l’ONU ha stabilito la cessazione del fuoco in ogni territorio di conflitto e in base al quale realizzare un percorso universale che porti efficacemente alla possibile considerazione di una terra liberata dalle violenze, dalle oppressioni, dalle guerre, dalla morte.

Di fronte questi dati ogni singolo individuo si muove indipendentemente da altri, cercando – anche solo per un giorno – di pensare realmente a quell’utopia chiamata pace e che può e deve divenire realtà. È nell’animo umano che bisogna scavare, è nell’interiorità della coscienza che si ha necessità di arrivare, toccando le corde più nascoste dell’uomo e facendolo fuoriuscire una volta e per tutte da quel viscoso magma di odio nel quale è costretto; forse da una società che non fa altro che alimentare le ostilità andando contro, nella teoria così come nella pratica, a quella purezza d’animo che è base dell’idea di religione, quella stessa religione sulla quale sono cresciute popolazioni e nazioni.

Il 21 settembre di ogni anno è giusto educare, parlare, ripetere, informare, è giusto riflettere e possibilmente ricavare un minuto di silenzio nel quale ricordare chi giornalmente vive tra fuoco, sangue e morte. Il 21 settembre è utile anche solo leggere qualche verso, lasciandosi trascinare lontano dal tempo e dallo spazio, magari in quell’universo parallelo chiamato “Isola che non c’è”.

“Promemoria” di Gianni Rodari

Ci sono cose da fare ogni giorno:

lavarsi, studiare, giocare,

preparare la tavola,

a mezzogiorno.

Ci sono cose da far di notte:

chiudere gli occhi, dormire,

avere sogni da sognare,

orecchie per sentire.

Ci sono cose da non fare mai,

né di giorno né di notte,

né per mare né per terra:

per esempio, la guerra.

 

“Se viene la guerra” di Dario Bellezza

Se viene la guerra

non partirò soldato.

Ma di nuovo gli usati treni

porteranno i giovani soldati

lontano a morire dalle madri.

Se viene la guerra

non partirò soldato.

Sarò traditore

della vana patria.

Mi farò fucilare

come disertore.

Mia nonna da ragazzino

mi raccontava:

“Tu non eri ancora nato. Tua madre

ti aspettava. Io già pensavo

dentro il rifugio osceno

ma caldo di tanti corpi, gli uni

agli altri stretti, come tanti

apparenti fratelli, alle favole

che avrebbero portato il sonno

a te, che, Dio non voglia!,

non veda più guerre”.

 

“Ho dipinto la Pace” di Talil Sorek

Avevo una scatola di colori

brillanti, decisi, vivi.

Avevo una scatola di colori,

alcuni caldi, altri molto freddi.

Non avevo il rosso

per il sangue dei feriti.

Non avevo il nero

per il pianto degli orfani.

Non avevo il bianco

per le mani e il volto dei morti.

Non avevo il giallo

per la sabbia ardente,

ma avevo l’arancio

per la gioia della vita,

e il verde per i germogli e i nidi,

e il celeste dei chiari cieli splendenti,

e il rosa per i sogni e il riposo.

Mi sono seduta e ho dipinto la pace.

 

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