di Valentina D’Antino

Restare a casa. Questo imperativo categorico è divenuto una sorta di mantra per tutti gli italiani, costretti nelle proprie abitazioni per diverse settimane a causa del dilagante COVID-19, ed è il caso che continui ad accompagnarci anche, e forse soprattutto, ora che sembra sempre meno lontano un vago ritorno alla normalità.

Come viviamo la nostra casa?

Come si poteva facilmente immaginare le reazioni al lockdown sono state eterogenee, ma nella maggior parte dei casi è indubbio che nessuno abbia manifestato grande entusiasmo alla prospettiva di ritrovarsi segregato entro quattro (o quattromila che siano) mura domestiche.


Tralasciando le situazioni estreme, di particolare difficoltà o elitario benessere, in linea di massima “restare a casa” ai tempi del coronavirus significa dividersi tra smartworking (che di smart ha spesso poco), faccende da sbrigare, pasti da preparare, bambini da seguire e intrattenere, in un ambiente che viene percepito come ostile in quanto, nella maggior parte dei casi, inidoneo allo svolgimento di questa attività.
Insomma, la maggior parte delle persone non ha vissuto l’isolamento sociale come un’occasione per rifugiarsi in un comodo, accogliente e familiare nido, bensì come l’esecuzione di una condanna e la sottomissione a una routine che ha i connotati di una prigionia.

Nella nostra mentalità dunque, l’abitazione sembra essere perfetta per un pranzo in famiglia o tra amici, una cena romantica o una domenica di pioggia da trascorrere tra libri e serie tv, ma nulla di più; la vita vera va vissuta all’esterno, è frenetica, incalzante, tumultuosa, e ha il sapore di un boccone mandato giù al volo tra una corsa e un’altra.

Questo sentimento di ostilità e paradossale estraneità nei confronti della propria casa forse è indice di un malessere e un malcontento generale che vanno considerati in un’ottica più ampia: il dinamismo è una semplice distrazione, un moto continuo che, facendoci rimbalzare un po’ ovunque, evita che ci fermiamo quel tanto che basta per percepire una profonda insoddisfazione di fondo. Ecco che subito la casa diviene il male assoluto, perché emblema della staticità, fonte di ogni consapevolezza, e conseguentemente, di scontentezza.

 

La filosofia “hygge” dei Paesi nordici

Forse è proprio per questo motivo che una tale percezione del proprio focolare è completamente inconcepibile nei Paesi nordici, non solo in tempo di pandemia. In particolare è pressoché sconosciuta in Danimarca, i cui cittadini sono considerati i più felici al mondo, in accordo con un sondaggio realizzato dall’Unione Europea.

Non a caso, proprio il territorio danese è patria e regno del sentimento dell’ “hygge“.
Questo termine, a dir poco polivalente, esprime un’atmosfera sociale, un’azione correlata al senso di comodità, sicurezza e familiarità. Il suo significato può tradursi nella creazione di un’atmosfera accogliente e nell’apprezzamento della vita con le persone care, in quella sensazione che gli inglesi definirebbero “cozy”.

È una parola difficilissima da pronunciare (hyoo·guh), le cui origini risalgono al 19° secolo e sono riconducibili tanto al lemma germanico “hyggja”, sentirsi soddisfatto, quanto al norvegese antico, in cui il suo valore era connesso all’area semantica del “benessere”.

Sebbene oggi sia prevalentemente conosciuto come definizione del celeberrimo design scandinavo, il termine hygge si può riferire a qualsiasi cosa, e i danesi lo utilizzano per tutti gli aspetti della vita quotidiana, poiché tale concetto non ha come fine la ricerca di una felicità momentanea, bensì quotidiana, frutto di un appagamento percepibile sul lungo periodo.

Cosa significa essere “hyggeligt”

Ecco perché, per essere hyggeligt, è fondamentale concentrarsi sulle cose semplici che fanno stare bene, in casa, a lavoro e soprattutto nelle relazioni sociali.
Parole d’ordine sono quindi luce, fuoco, essenze, che devono essere cifre caratteristiche della perfetta abitazione, unitamente all’essenzialità e alla pulizia di linee e materiali. Tuttavia, proprio perché l’hygge va oltre il mero materialismo, è necessaria anche una certa attitudine personale, connessa alla sfera più intima dell’esistenza. La dottoressa Silvia Lorusso delinea così altri elementi essenziali per gli aspiranti hyggeligt: presenza, accoglienza, intimità e gratitudine.

In linea teorica nulla di particolarmente complicato, soprattutto in paesi in cui il clima ostile, con estati brevi e luminose e inverni lunghi e freddi, fa sentire come cogente la necessità di ricercare calore e comodità per lo più nelle proprie abitazioni. Se si aggiunge poi che dopo la dichiarazione d’indipendenza, la piccola comunità danese diviene naturalmente coesa nella sua determinazione a tenere fede al motto nazionale “Ciò che è perso all’esterno, verrà conquistato all’interno”, si resta ancor meno stupiti che questo sentimento sia il sostrato dell’intera nazione.

Cosa abbiamo da imparare

Che i Paesi nordici siano in cima alla classifica quando si parla di welfare non è certo una novità, infatti, a loro spesso si fa riferimento come modello ideale in materia di pubblica amministrazione, sanità, servizi, eppure sembra che nessuno aspiri ad importare anche nel nostro Bel paese almeno la filosofia che caratterizza questi stati.

Indubbiamente benessere sociale e personale vanno di pari passo: si potrebbe obiettare che in una società basata sull’uguaglianza, con un servizio sanitario, scolastico e fiscale tra i i migliori al mondo, in cui i bisogni primari vengono garantiti e soddisfatti, e la parità di genere è una realtà, ci sia più tempo e propensione a dedicarsi all’esplorazione sociale, creativa e personale, mentre le condizioni in cui versa l’Italia spostano inevitabilmente il focus su altre problematiche.

Lo stile di vita, i ritmi di lavoro, i diritti e doveri, i mezzi di trasporto, la distribuzione della ricchezza sono sicuramente molto diversi dai nostri, e riguardo a ciò il singolo può fare poco e nulla. Tuttavia, almeno in queste circostanze, ispirarsi a chi è migliore, semplicemente ricreando un ambiente accogliente dove godere a pieno dei piaceri quotidiani che la vita offre, potrebbe essere un semplice obiettivo per ogni cittadino, il cui perseguimento potrebbe avere impatto significativo sull’attitudine, la percezione e la gestione di una situazione straordinaria come quella che stiamo affrontando, e che ancora a lungo dovremo affrontare.

Come affermava lo scrittore francese Georges Bernanos:

Le cose piccole hanno l’aria di nulla ma danno la pace

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