Era il 1945, poco prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, quando, nel corso della Conferenza di Jalta, alcuni tra gli Stati coinvolti nella guerra decisero di dividersi il “territorio Germania”.
Berlino fu divisa in quattro settori, assegnati rispettivamente a Stati Uniti d’America, Unione Sovietica, Gran Bretagna e Francia.
Qualche anno più tardi, con la guerra mondiale alle spalle, i tre settori appartenenti rispettivamente agli Stati Uniti d’America, alla Gran Bretagna e alla Francia, seppur mantenendo il controllo dei propri territori, vennero agglomerati in un’enclave.

Gli anni passano e la parte sovietica della Germania sembra perdere in credibilità. In tanti lasciano i territori dell’URSS per cercare un’occasione migliore: è un vero e proprio esodo incontrollato e incontrollabile.
Sebbene in molti scongiurassero la realizzazione di un muro, nella notte tra il 12 e il 13 agosto del 1961, il regime comunista diede il via alla costruzione: 155km di lunghezza e di 3,6m di altezza tagliavano in due Berlino.

Photo Credit: Lisa Leonardelli per flickr.com.

Berlino Est, territorio sovietico, era il settore più esteso, con la Repubblica Democratica Tedesca (DDR) che ne decretava un’economia pianificata e un controllo ossessivo dei suoi abitanti. Berlino Ovest, di contro, cercava di mantenere lo status di Repubblica Federale di Germania, con un mercato libero che tanto faceva gola agli abitanti oltre il muro.
La sua “apparizione” provocò lo sconcerto di molti. Non era certo una grande propaganda per i sovietici che cercarono di giustificare tale scelta come un tentativo di proteggersi dai fascisti, celando il proprio fallimento. Negli anni immediatamente successivi, il muro fu reso inespugnabile. I posti di blocco invalicabili. Fu presto soprannominato “la striscia della morte”.
“Se dovete sparare, fate in modo che la persona in questione rimanga con noi” era il “motto” della polizia di frontiera della DDR. Vivi o morti che fossero. In molti morirono.

Passano anni, in molti sognano di valicare, di abbattere quel muro. Dall’Italia, Lucio Dalla si reca al Checkpoint Charlie (visitabile ancora oggi), punto di passaggio tra la Berlino Est e Berlino Ovest, si siede su una delle panchine non lontane, si accende una sigaretta e immagina. Immagina la storia d’amore tra due ragazzi, divisi da quel muro, che sognano di avere una figlia che chiameranno Futura. I Pink Floyd cantano Another brick in the wall. Tutto il mondo ha gli occhi puntati su Berlino e il suo muro. Tutti vorrebbero vederlo cadere.

Il 26 agosto 1989 si apre uno spiraglio. L’Ungheria sblocca i suoi confini con l’Austria. In pochi giorni migliaia e migliaia di tedeschi partono alla volta della regione magiara nel tentativo di raggirare il blocco del muro. Le ambasciate di Budapest e Praga sono invase. I sovietici non possono ammettere un fallimento tanto grande e danno disposizioni di rimpatrio per tutti coloro che si sono rivolti alle ambasciate ungheresi e ceche. In migliaia vengono rimpatriati.
È l’ennesimo colpo alla Germania Sovietica e alla sua propaganda.

Ai primi treni carichi di rimpatriati, i cittadini sembrano insorgere. Il leader della DDR, Erich Honecker, si dimette ma è fermamente convinto che il muro possa durare altri cento anni.
Nell’autunno dello stesso anno, il successore di Honecker, Egon Krenz, stabilisce che avrebbero concesso ai cittadini della Germania dell’Est un permesso per viaggiare nella Germania dell’Ovest.

Photo Credit: Haushan Cheung per flickr.com

In una conferenza stampa, indetta il 9 novembre 1989, il ministro Gunter Schabowski annuncia in diretta la notizia. Purtroppo per lui, molte delle informazioni necessarie non sono ancora giunte quando un giornalista italiano, tale Riccardo Ehrman, gli chiede “da quando?”, intendendo dire “da quando sarà in vigore?”. “Tra un paio di giorni” sarebbe stata la risposta corretta, eppure, il ministro della DDR risponde “con effetto immediato”.
Un annuncio di tale portata scatena, nel giro di poco tempo, una reazione popolare straordinaria: decine di migliaia di berlinesi si riversano ai posti di blocco del muro chiedendo i poter passare dall’altro lato. Non avendo avuto disposizioni e impreparati ad una possibile rivolta, le guardie di confine aprono i posti di blocco.
Il muro non ha più senso di esistere.

Photo Credit: Andrea Ferrari per flickr.com.

Oggi, 9 Novembre 2019, a trent’anni da quel giorno epocale, c’è chi ricorda quella sera, c’è chi ricorda il prima e il dopo, c’è chi ricorda cos’era Berlino e cosa è diventata, c’è chi ricorda cosa significasse scavalcare il muro e chi ricorda cosa significasse essere dalla parte “sbagliata”.
Di quel muro possiamo ammirare quello che resta, abbellito da graffiti che del suo significato originario si fanno beffe. Oggi possiamo, anzi, dobbiamo guardare a quel muro come a qualcosa a cui non si può e non si deve tornare.
Se è vero che il muro è stato ed è metafora dell’ostacolo e del suo necessario superamento, i berlinesi, con la loro storia, ci hanno insegnato che i muri sono vulnerabili, fragili, che non servono ad arginare ideali e speranze e possibilità; che immaginare l’oltre è sempre e comunque possibile, se non addirittura necessario. Ci hanno insegnato che, piuttosto che scavalcarli, i muri è meglio abbatterli e, magari, festeggiare abbracciandosi.

In copertina: il muro di Berlino. Fonte: www.flickr.com.
© riproduzione riservata