Dormono, dormono sulla collina/ dormono, dormono sulla collina. 
Dove sono Ella e Kate/ morte entrambe per errore/ una di aborto, l’altra d’amore. 
E Maggie uccisa in un bordello/ dalle carezze di un animale/ e Edith consumata da uno strano male./ E Lizzie che inseguì la vita/ lontano, e dall’Inghilterra/fu riportata in questo palmo di terra.

(Fabrizio De Andrè, Dormono sulla collina, 1971)

Insieme all’amore, che avvolge e accompagna l’uomo fin dalla sua nascita, sia che esista in abbondanza che manchi in modo doloroso, è la morte, la sua presenza costante, il suo fiato gelido sul collo, a tenergli la mano fino all’ultimo istante. La fine di tutto, lo spegnersi dei sensi, il chiudersi degli occhi alla luce terrena, il tornare polvere, ha da sempre portato letterati, artisti, filosofi a confrontarsi con questo tema, tra fascino e timore, accettazione e pessimismo. Marcel Proust nella sua Ricerca del tempo perduto ravvisa nella morte una potenza separatrice, fonte di vuoto, una “prigioniera” che ingabbia l’uomo lasciando libero lo scrittore in grado di vivere in eterno grazie alla sua arte. “E quando gli veniva di pensare che tutto questo succedeva perché non aveva vissuto come doveva […], subito si ricordava di aver vissuto sempre secondo le regole, e scacciava quella strana idea”: Lev Tolstoj la contempla come un bagno purificatore da tutte le convenzioni e le regole sociali che soffocano l’essere umano, sempre oppresso e costretto nei suoi colletti bianchi e in quei sorrisi tirati. Ugo Foscolo vede nell’accettazione dell’ora estrema l’unica soluzione, sempre facendo appello alle immense possibilità della memoria in quanto riscatto contro il nulla, contro lo scorrere del tempo, del susseguirsi di generazioni e l’accavallarsi di altre storie sconosciute.

Due corvi su una croce a Père Lachaise, Parigi. Fonte: Wikipedia, autore Jphilipg

La fugacità dell’esistenza e i topoi del notturno con tutte le sue declinazioni tematiche, caratterizzano la produzione dei The Graveyard Poets, scuola del pre-romanticismo inglese tra la fine del XVIII  e gli inizi del XVIV secolo, di cui ricordiamo Thomas Parnell e Thomas Gray, tra gli altri. Non solo immagini oscure e inquietanti, ma soprattutto un dolce senso di malinconia e nostalgia per le cose passate permea questa poesia, estremamente legata al luogo di sepoltura, tra lapidi e ortiche, come nel caso del capolavoro di Thomas Gray Elegy written in a Country Churchyard, le cui prime stanze sono state scritte dall’autore nella suggestiva atmosfera del cimitero della chiesa di St. Giles a Stoke Poges, nel Buckinghamshire, in una solitudine pura e serena.

John Constable, Scene in a churchyard on a hill (1833), British Museum, Londra. Fonte: Wikipedia

La poetica cimiteriale affascina inevitabilmente anche gli autori italiani, da Ippolito Pindemonte a Vincenzo Monti, da Vittorio Alfieri a Ugo Foscolo che, nei suoi Sepolcri, commenta critico il dibattito sul decreto di Saint-Cloud, legge napoleonica del 1804 sul sistema cimiteriale moderno, poi adottato anche in territorio italiano dal 1806. Il primo cimitero pubblico e aperto a tutte le classi sociali in Europa è stato quello di Sant’Orsola a Palermo, costruito nel 1783 per volere del viceré Domenico Caracciolo: fino ad allora, la gran maggioranza dei defunti veniva seppellita in fosse comuni o nei camposanti, terreni benedetti, esterni al perimetro cittadino per motivi di igiene, in cui poter dare riposo eterno ai propri cari con un segno di riconoscimento. Con l’editto di Saint-Cloud incominciarono a sorgere i cimiteri monumentali, musei a cielo aperto, silenziose e immobili città di pietra che si ergono a memoria delle vite che si sono spente, tra nomi illustri ed esistenze comuni. Tra questi, su progetto di Giuseppe Valadier e sotto la direzione di Virginio Vespignani, si erge il cimitero del Verano di Roma, lungo la via consolare Tiburtina, un complesso imponente iniziato nel 1807 e completato nel 1880. All’ingresso severe vegliano le statue della Meditazione, della Speranza, della Carità e del Silenzio, prima di incontrare il riposo delle grandi personalità della cultura italiana, da Sibilla Aleramo a Giacomo Balla, da Vittorio De Sica a Gianni Rodari, da Alberto Sordi a Trilussa, in un meraviglioso quanto sopito dialogo immaginario tra grandi nomi scolpiti nel marmo.

Cimitero monumentale di Milano, vista dall’interno verso l’entrata. Fonte: Wikipedia

Su 260.000 metri quadrati si estende il Monumentale di Milano, una fortezza di grande impatto che colpisce e catalizza lo sguardo non appena si esce dalla fermata della metropolitana, una visione di pietra e geometrie. Le sue origini sposano l’idea del Comune di Milano di unire i sei pre-esistenti camposanti, progetto che vede la luce con il disegno di Carlo Maciachini che dà il via ai lavori che si concluderanno poi solo nel 1866. Lo stile è quello eclettico del neogotico, con fantasiosi richiami al bizantino e al romanico, per restituire alla contemporaneità una summa enciclopedica delle tendenze architettoniche ottocentesche. Non di secondo piano sono le opere sepolcrali dei grandi maestri della scultura come Medardo Rosso, Adolfo Wildt, Giacomo Manzù e Giacomo Balla, i cui tributi funerari spiccano, geniali e improvvisi, tra croci e panchine. Oltrepassati i cancelli, e attraversato il maestoso Famedio, si accede a un bosco disordinato e armonico, in una quiete rara e in contrasto con il complesso muoversi di una città come Milano. Oltre le imponenti tombe delle grandi famiglie italiane, da Brioschi a Campari, ci si affaccia all’espressione di un dolore più comune, visibile e tangibile attraverso la figura di statue piangenti accovacciate sulla pietra, nelle dediche sofferenti di chi ancora non trova pace per la perdita, tra edera e lo scricchiolio sordo della ghiaia sotto i passi sconosciuti.

Cimitero monumentale di Milano, scultura sepolcrale Fonte: Wikipedia, autore Stefano Stabile

I cimiteri monumentali in Italia, come quelli stranieri tra cui citiamo il magnifico Père Lachaise e Montparnasse a Parigi, e di Highgate a Londra, non sono semplicemente luoghi di culto ma giardini chiusi, parentesi di solitudine in cui la città si ferma e rimane fuori dalle alte cancellate. Non c’è spazio per l’inquietudine, ma solo quello per la condivisione di vite non nostre, di mancanze non nostre, che comunque ci parlano di noi, semplicemente passeggiando e ascoltando il vento scorrere tra i cipressi, il gracchiare di un corvo, lo scivolare di un gatto tra le foglie, rivivendo il fascino di poeti, di pittori, di chi questi angoli rubati alla quotidianità l’hanno voluto raccontare, regalandogli l’eterno.

Ahi su gli estinti / non sorge fiore, ove non sia d’umane / lodi onorato e d’amoroso pianto

(Ugo Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 88-90)

Fonte immagine di copertina: Wikipedia
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