Si dice di diffidare di chi propone soluzioni semplici a problemi complessi. Nella discussione infuocata riguardo alla statua di Indro Montanelli, si sono formati due schieramenti opposti che polarizzano il dibattito pubblico italiano attorno all’ormai inflazionata dialettica tra fascismo e comunismo. Chi vuole togliere il monumento della famosa firma del giornalismo italiano deve per forza appartenere ai centri sociali. Chi invece lo difende è un fascista razzista senza possibilità di appello.

Le posizioni sulle quali si dibatte in questi giorni annichiliscono chi la pensa in modo differente dagli altri. Sono due discorsi che distraggono la riflessione dal merito della questione, impedendo al pensiero critico individuale di svilupparsi senza temere di essere messo alla pubblica gogna. Si ricorre a strategie retoriche di basso livello, insultando l’una o l’altra bandiera sulla base di riferimenti storici parziali e modellati a proprio piacimento. D’altronde, come disse lo stesso Montanelli, “l’Italia non ha futuro perchè non si cura di sapere nulla del proprio passato”. Riportò Ugo Ojetti: “L’Italia è un paese di contemporanei, senza antenati, né posteri perché senza memoria“.

Fra incoerenza e onestà intellettuale

Questa divisione ideologica inesistente perché irreale viene messa in crisi e sconfessata dalla vita stessa di Montanelli. Uomo per nulla inquadrabile, si potrebbe definirlo come un sorso d’acqua che va sistematicamente di traverso. Contro la legalizzazione delle droghe leggere e a favore dell’eutanasia. Com’è possibile che potesse nutrire visioni così liberali e illiberali al tempo stesso?

Auto-definitosi più volte un anarchico, si distingueva per la sua arguta capacità di pensiero. Montanelli era estremamente libero, non aveva alcuna posizione ideologica da difendere a priori. Non era ricattabile e quindi non aveva nessuna remora nell’ammettere di aver sbagliato. Fu uno dei primi a sostenere Berlusconi quando l’allora imprenditore si lanciò nell’editoria italiana. Fu anche il primo a staccarvisi non appena il Cavaliere decise di entrare in politica, cosa che gli costò il posto di direttore del giornale che lui stesso aveva fondato. Il primo a definirlo fascista e razzista fu proprio Vittorio Sgarbi, durante una campagna di delegittimazione per aver abbandonato Berlusconi. La vita di Montanelli si gioca insomma sulla linea sottile tra incoerenza, di cui in molti lo accusano, e onestà intellettuale.

Chi era Indro Montanelli?

Montanelli era quello che si definisce un toscanaccio, ovvero un personaggio imprevedibile e apparentemente burbero. Nasce a Fucecchio, un paesino vicino Firenze, nel 1909. Il padre decide di chiamarlo anche Schizogene, “generatore di divisioni”. Quantomeno emblematico.

Laureatosi in Giurisprudenza e Scienze Politiche, si affaccia al mondo del giornalismo italiano nell’Italia degli anni Trenta, dove non esiste alcun giornale senza il benestare di Mussolini. Per fare il giornalista, come per svolgere la maggioranza delle professioni, occorre possedere la tessera del partito fascista. Montanelli è uno di quelli, come molti bisnonni italiani. Tuttavia, Montanelli lavora per testate che presto rompono con la propaganda conformista del regime mussoliniano. Per L’Universo scrive un articolo antirazzista che gli vale addirittura i complimenti del Duce. “Il razzismo è una cosa da biondi [ndr da tedeschi]”, dice al giovane giornalista. L’accusa di razzismo suona un po’ ridicola a questo punto.

Nel 1937, Montanelli diventa corrispondente italiano durante la Guerra Civile Spagnola. Prende in simpatia gli anarchici, quelli dei moderni “centri sociali”. Riesce addirittura a salvarne uno da morte certa, ricevendo la tessera della Federaciòn Anarquista Catalana, onore che rivendicherà per tutta la vita.

I suoi articoli dal fronte non fanno altro che rinforzare l’odio del regime, che combatteva al fianco di Francisco Franco. Il Minculpop, il ministero per la cultura popolare, cancella il suo nome dall’ordine dei giornalisti e fa carta straccia della sua tessera partitica. Significa che Montanelli non può più lavorare come giornalista.

Il direttore del Corriere della Sera, Borelli, lo assume allora come “redattore viaggiante” appena prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Montanelli si sposta da un fronte all’altro. Incontra Hitler il 1° settembre 1939, giorno dell’invasione della Polonia che fece precipitare l’Europa nei sei anni più bui della sua storia.

All’indomani dell’armistizio, i nazi-fascisti lo arrestano per essere entrato nel gruppo clandestino di Giustizia e Libertà. Fucilano tutti i suoi compagni, ma lui viene salvato per il rotto della cuffia dal CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) e portato clandestinamente a Lugano. Montanelli torna in Italia alla fine della guerra, distinguendosi per la sua non comune forza espressiva. Definito conservatore perché a sostegno della piccola e media borghesia milanese, si schiera contro la legge Merlin (deputata socialista) che abolisce le case chiuse, deregolamentando la prostituzione.

Dopo aver condannato il fascismo, tocca anche al comunismo. È l’unico a trovarsi a Budapest nel 1956, quando l’esercito sovietico stermina i rivoltosi ungheresi di Imre Nagy. È il primo ad allarmarsi per lo sfruttamento industriale della laguna di Venezia. Invoca a gran voce la Presidenza femminile della Repubblica italiana, suggerendo che vengano elette Rita Levi Montalcini o a Emma Bonino, che proprio donna conservatrice non è.

Nel frattempo, fonda Il Giornale per poter esprimere il proprio punto di vista senza tagli editoriali o categorie ideologiche, dando voce all’elettorato moderato. Scrive insieme a Gervaso e a Cervi la raccolta monumentale La Storia D’Italia, 22 volumi che raccontano la storia della penisola dall’Impero Romano al 1997. Si oppone alla trattativa Stato-Brigate Rosse per la liberazione di Aldo Moro, criticando inoltre il leader della DC (Democrazia Cristiana) per le lettere in cui chiedeva di essere liberato. Le stesse BR lo gambizzano a Milano, ma si riconcilia con i suoi attentatori perché non avevano tradito i loro compagni. Si schiera addirittura a favore dell’indulto per i terroristi degli anni di piombo, ma rifiuta categoricamente la stessa soluzione per i criminali di Tangentopoli.

L’elenco delle imprese e delle posizioni controverse di Montanelli potrebbe continuare a lungo, ma concludiamo con il fatto che si scrive il necrologio da solo, chiedendo che venga evitata qualunque forma di cerimonia, religiosa e non.

L’accusa di razzismo

Nel 1935, il ventiseienne Montanelli lavora alla United Press di New York, quando vede Mussolini annunciare la campagna di Abissinia. Purtroppo, il posto da inviato dell’agenzia era già stato assegnato a un suo collega. Decide quindi di licenziarsi dalla UP e si arruola nell’esercito italiano.

All’epoca, i vertici militari avevano istituito la pratica del madamato, la possibilità di contrarre un matrimonio temporaneo con le donne del posto. Lo scopo era prevenire gli incontri occasionali con le prostitute della colonia per salvaguardare i soldati da malattie veneree. Montanelli compra e sposa dunque Fatima, una ragazzina eritrea di 12 anni che lui chiamerà sempre Destà. La campagna di Abissinia non dura tuttavia molto per Montanelli, che a dicembre viene ferito e rimandato in Italia. Fatima sposerà poi un soldato eritreo che era stato alle dipendenze del giornalista.

La pedofilia è una malattia psichica tra le più gravi. Attribuirla a Montanelli significa non averne compreso la gravità e il carattere sistemico. Montanelli ha agito, per quanto sbagliando agli occhi di noi moderni, entro i limiti della legge in vigore al tempo. Per di più, come ha scritto Beppe Severgnini, egli stesso giudicherà poi anacronistica e sbagliata la sua relazione con Fatima. Inoltre, se decidessimo di biasimare Montanelli, dovremmo rivolgere la stessa accusa a molti dei nostri bisnonni. Non si può retrodatare nessuna visione del mondo. Si impara dalla storia, non la si cancella.

Una presa di coscienza 

La critica di questi giorni diventa fertile solo se si sposta dalla figura di Montanelli. Non è abbattendo la statua di un giornalista libero che si combatte un sistema di pensiero. È un’intera pratica neocolonialista che appartiene, volenti o nolenti, alla storia di tutti gli italiani che deve essere posta sotto la lente d’ingrandimento. I manuali di storia del liceo edulcorano spesso la campagna di Abissinia. Per quanto irrisorio, il neocolonialismo italiano è esistito. Ha mietuto vittime appartenenti a un altro Paese per rendere un dittatore grande agli occhi degli italiani.

Creare un nemico comune per compattare la nazione e porla a proprio favore è una strategia che viene usata anche dai politici contemporanei. L’unica differenza è che oggi “il nemico” viene “in casa nostra” e non andiamo a cercarlo noi. A forza di censurare il neocolonialismo italiano, ci ritroviamo a viverne le stesse premesse di fondo incuranti dei danni. L’Italia sembra pronta a scendere in piazza contro il (falso) razzismo di Montanelli, ma non contro quello dei Decreti Sicurezza, o dell’accordo Italia-Libia, che sicuramente influenzano maggiormente la nostra contemporaneità.

La protesta antirazzista per la morte di George Floyd è sacrosanta e bisogna sostenerla fermamente. Tuttavia, le foto nere per il Black Out Tuesday hanno fatto emergere una discriminazione inconsapevole perchè lo sguardo non si è più di tanto dilatato. In Italia, si è scesi giustamente in piazza per un uomo di colore americano. I Decreti Sicurezza hanno lasciato 600.000 uomini, donne e bambini di colore africani per le strade italiane negli ultimi due anni, senza che un movimento civile chiedesse per loro giustizia o condizioni di vita dignitose. Per di più, i maltrattamenti dei migranti nei centri d’accoglienza risalgono a ben prima di Salvini.

In vigore dal 2018, sono stati impugnati dal movimento delle Sardine, che però ha confuso la battaglia contro questi decreti con la contestazione di Salvini. Una volta sconfitto il leader leghista alle elezioni regionali, il dibattito ha quantomeno perso vigore. Ci siamo dimenticati che i decreti sono stati votati dallo stesso Parlamento che siede oggi a deliberare sul rilancio dell’Italia post-Covid. Li ha firmati il medesimo Presidente del Consiglio, l’avvocato degli italiani. I partiti che li sostengono hanno la maggioranza elettorale nei sondaggi.

I video della polizia che smantella i centri delle ONG, luoghi dove i migranti riuscivano a integrarsi con la cultura italiana, non fanno una buona pubblicità al conclamato non razzismo italiano. Abbiamo aspettato che loro stessi protestassero con uno sciopero contro le condizioni di vita e di lavoro disumane in cui il sistema italiano li costringe a vivere. Li abbiamo pure accusati di ingratitudine per aver alzato la voce. La settimana scorsa, Mohammed Ben Ali è morto carbonizzato nella sua baracca a Borgo Mezzanone, vicino a Foggia. Era un uomo senegalese di 37 anni, ma non è il primo a cadere vittima dell’indifferenza. Mohammed fa parte dei moderni schiavi. Al posto del cotone, raccolgono le olive e i pomodori che arrivano sulla nostra tavola, ma la sostanza è la stessa. Vivono in baracche di legno simili a quelle degli schiavi afroamericani.

È facile scagliarsi contro la statua di un giornalista libero, che non era nemmeno razzista, piuttosto che uscire di casa, ora che si può fare, e andare ad aiutare i volontari delle ONG. È più comodo dare del razzista a un morto, invece che difendere chi di razzismo ci muore sotto il naso.

Immagine di copertina: Indro Montanelli 
Immagine secondaria: Indro Montanelli durante un’intervista 
© riproduzione riservata