Impersonificazione della fine dell’Apartheid e dell’importanza della strenua lotta per gli ideali, se Nelson Mandela è assurto a simbolo di pace e conciliazione, al pari di Gandhi e di Maria Teresa di Calcutta non deve sorprendere, anche considerando la travagliata storia che si porta alle spalle.

Nato alla fine della Prima Guerra Mondiale, si avvicinò gradualmente alla causa anticolonialista durante gli studi e fu tra i cofondatori della Lega Giovanile dell’African National Congress (ANC), partito che si batteva per la fine della soggezione nera ai bianchi. Scontrandosi contro il governo d’Apartheid, venne imprigionato per 27 anni a causa della propria attività di guerriglia e sabotaggio, per diventare, a soli tre anni dalla scarcerazione, il primo presidente di colore del Sudafrica.

Quella di Mandela è una figura complessa, ma vale la pena analizzarne soprattutto quello che viene ancora fortemente dibattuto riguardo alla sua lotta: i 27 anni di carcere furono dovuti alla sua imputazione in una serie di sabotaggi e attività che costarono anche la vita di civili. Perché tutto questo non offusca allora la sua figura? Per due motivi principali: il primo è che, da osservatori esterni, siamo in grado di considerare gli atti individuali, ovviamente condannabili, nel loro contesto, e dunque di giustificarli nell’ottica del loro obbiettivo politico legittimo; in questo, certamente, gioca un ruolo importante il postcolonialismo e i trascorsi politici ad esso connessi che l’occidente si porta dietro. Il secondo motivo è che Mandela non rinnegò la propria responsabilità rispetto alle violenze, rappresentandosi dunque non come uomo esente da colpe ma come figura politica a tutto tondo: nel rifuggire la propria idealizzazione Mandela l’ha potuta permettere, perché a chi lo guardava ha presentato un personaggio di luci ed ombre (un uomo completo, quindi), guidato da un giusto ideale.

Nelson Mandela al fianco dell’allora presidente Bill Clinton. Fonte Wikipedia

La lotta armata e le evoluzioni politiche

Mandela non negò mai le proprie responsabilità politiche rispetto alle violenze perpetrate durante gli anni ’60. Nel corso della propria difesa nel processo che poi avrebbe determinato la condanna alla prigione, ammise apertamente di aver programmato i sabotaggi di cui era accusato; inoltre, dichiarò di aver interpretato un ruolo fondamentale in quello che è considerato il “braccio armato” dell’ANC, conducendo una vera e propria guerriglia senza esclusione di violenza; tuttavia, specificò anche come, in tutti i suoi atti, non fosse guidato da intenzioni d’odio quanto dalla consapevolezza che la lotta armata rappresentasse l’unica risposta plausibile al regime di oppressione.

È sempre l’oppressore, e non l’oppresso, a decidere la forma della lotta. Se l’oppressore usa la violenza, l’oppresso non ha altra scelta che rispondere violentemente. Se lo stato avesse deciso di usare metodi pacifici, l’ANC avrebbe fatto lo stesso.

Questa linea di pensiero permea l’intero modus operandi di Mandela, come si intuisce anche dalle lettere dal carcere, recentemente pubblicate: qui, parlando a un ufficiale della prigione in cui si trovava rinchiuso, Mandela auspicava che anche quando lo scontro tra loro avesse raggiunto gli estremi, essi potessero rimanere ligi ad un codice d’onore e decenza, per potersi poi salutare da pari a pari alla fine della lotta.
Probabilmente, dunque, sono state queste le ragioni che lo hanno reso, di fatto, un eroe della contemporaneità: la capacità di scelta e la completa abnegazione alla causa della fine dell’Apartheid hanno permesso a Mandela di raggiungere il successo di cui è stato in seguito rivestito. Tre anni dopo la scarcerazione gli venne assegnato il Nobel per la Pace, congiuntamente all’allora presidente sudafricano Frederik de Klerk, per gli sforzi compiuti nel voler superare il regime di segregazione razziale. L’Apartheid sarebbe scomparso nel 1994, con l’elezione a Presidente di Mandela e il cambiamento della bandiera stessa del Sudafrica, a rappresentare l’inizio di un nuovo regime politico.

La vecchia e attuale bandiera del Sudafrica a confronto: da un insieme di più eredità si è passati a rappresentare un’entità nuova, indipendente ed unita.

L’eredità di Mandela

La storia del Sudafrica non si chiude qui: la fine dell’Apartheid non significò anche l’immediata cessazione delle tensioni e delle violenze razziali, che perdurarono e anzi ebbero una recrudescenza negli anni successivi; l’essere divenuto Presidente non valse a Mandela un’espunzione dei crimini dalla fedina, né una giustificazione per le sue frequentazioni discutibili in ambito internazionale, tant’è che venne rimosso dalla lista statunitense dei potenziali terroristi solamente nel 2008. Il percorso verso la pace e una democrazia inclusiva è sempre lungo e travagliato. Per il Sudafrica, questa strada perdura tuttora: con una economia in crescita, il Paese rimane segnato tuttavia da grandi disuguaglianze, come evidenziato anche dagli ultimi risultati dell’Indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite. Se, allora, la configurazione istituzionale del Sudafrica è cambiata, saranno necessari anni perché anche quella politica ed economica si avvicini maggiormente al suo potenziale: l’ANC stesso, in carica fin dall’elezione di Mandela, non è immune a corruzione e malapolitica, che anzi sembrano segnarne molte vicende.

In occasione del Nelson Mandela International Day, rimane importante celebrare gli ottenimenti dell’uomo politico, senza per questo dimenticare come questi siano stati raggiunti, e anzi forse evidenziandoli per evitare che a simili estremi si arrivi in occasioni future. La storia del Sudafrica sarebbe potuta essere differente, con qualcun altro a rappresentarne le evoluzioni politiche? Forse, ma forse non si sarebbe trasformata tanto profondamente. Secondo alcuni osservatori, Mandela fu l’unica opzione che sarebbe stata accettata anche dalla componente “bianca” del Sudafrica; per questo, prima che l’uomo dalle incredibile capacità politiche, essi vedono in Mandela l’uomo giusto al momento giusto.

Se, allora, da una parte si biasimano alcune scelte dell’ormai defunto Presidente, reputate mancanti di ambizione nel compensare le segregazioni razziali vissute dalla popolazione di colore prima della fine dell’Apartheid, dall’altra va riconosciuto in lui il personaggio senza il quale un compromesso non sarebbe stato impossibile. Se oggi “bianchi” e ”neri” in Africa riescono a convivere, allora, è grazie a Nelson Mandela, e alla sua strenua e indefessa difesa del diritto di uguaglianza tra gli uomini.

Immagine di copertina: ritratto fotografico di Nelson Mandela. Autore: lasanta.com.ec (https://www.flickr.com/photos/45582474@N02/9215883633)  Nessun cambiamento è stato apportato. Immagine secondaria tratta da www.mandeladay.com
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