Quando un luogo di cultura è sotto ripetuto attacco perdiamo davvero tutti. A prescindere dal colore politico, dagli interessi che si hanno, da come si preferisca trascorrere il tempo. La cultura è da sempre sinonimo di libertà, un traguardo, una strada da percorrere, un’atmosfera che ci culla senza guardare in faccia il mestiere che si è scelto. Claudio Abbado la paragona a un acquedotto da cui sgorga un bene necessario come l’acqua; Hans Georg Gadamer la definisce un bene dell’Umanità; Albert Camus afferma che senza di essa la vita comune sarebbe paragonabile a una giungla. Poi c’è lo sguardo disilluso di Hannah Arendt che afferma come la società di massa non voglia cultura, ma svago, uno specchietto per le allodole.

Ieri, al numero 158 di Via delle Palme, Centocelle, Roma, La Pecora Elettrica brucia ancora. Nuovamente dopo il 25 aprile, esattamente un giorno prima della sua riapertura, del suo riaffacciarsi al mondo presentandosi fresca di pittura. La matrice del gesto ci è ancora ignota e non sarà certamente un articolo a definirla; rimane il fatto che sia stato dato alle fiamme un luogo di cultura, incontro, un posto di riferimento per il quartiere che attendeva, insieme ai tantissimi followers sui social, che quello porte si riaprissero dopo il primo triste avvenimento.

Le foto dell’incendio doloso contro La Pecora Elettrica. Fonte: Pagina Facebook della libreria.

Un gesto vergognoso, codardo, inammissibile, allarmante, inaccettabile. E la condanna dev’essere unanime, senza eccezioni. Un’azione che deriva dalla paura di qualcosa di sano e pensante che possa intralciare un’oscurità delinquente, una nebbia immobilizzante che ricorda momenti che solo a citarli inquietano una mente dai sani principi. Le fiamme hanno animato e distrutto nella notte, perché è il momento della giornata in cui i codardi si nascondono, si mascherano il volto per commettere simili azioni, quando manca la dignità e l’orgoglio, l’umanità, la coscienza. Bruciano libri, mura, mobili e l’attesa di un giorno di festa che si aspettava da mesi. Ma c’è la solidarietà. Tanta e commovente di tutta quella rete di librerie e librai, da Venezia, Verona, Padova, Catania, tra le altre, messaggi di vicinanza ai due proprietari, sconvolti e piegati, di nuovo, da una realtà che sembra essere grande e spaventosa come dei giganti mulini a vento. E loro, dei contemporanei Don Chisciotte che ricostruiscono sulla cenere per vedere nuovamente, una mattina di novembre, tutto diventare fuliggine nera.

Ma la cultura non brucia. La cultura fiorisce e rinasce come una fenice immortale. E non sarà un gruppo di vigliacchi a spegnerne la luce e l’incanto. Ne è testimonianza la folla che il giorno successivo a Centocelle si è radunata davanti a quella saracinesca avvilita e martoriata. Tante le persone, di ogni età, che hanno espresso vicinanza semplicemente essendo lì, in piedi, schierandosi con quello che di più sano quella strada può offrire, condivisione, scambio, differenze. Perché tutti difendono quel luogo in cui fa piacere incontrarsi e conoscersi, trascorrere un pomeriggio, leggere, partecipare a una presentazione. Dove la cultura unisce e si infiltra nella routine della vita di quartiere diventandone un pilastro silenzioso e allo stesso tempo potente, un ruggito che impaurisce.

L’Italia buona che si rialza, che non si arrende, che combatte dignitosamente le proprie battaglie c’è e l’abbiamo vista ieri sera, nei messaggi di vicinanza, nella tristezza, come se avessero bruciato una stanza di casa nostra. E la cultura non teme nulla, non si affatica, non si oscura; rimane salda e rifiorisce nell’asfalto, sul pendio di un vulcano, come una ginestra immortale, e si fa sentire, nelle parole, nella musica, nel teatro, nell’arte. Così La Pecora Elettrica si scrollerà anche questa volta di dosso la cenere, il suo manto tornerà limpido e morbido e i suoi ingranaggi perfettamente rodati. Per alzare ancora quella saracinesca, e brindare con tutto il quartiere, tutta Roma e l’Italia, alla libertà, alla cultura, alla bellezza!

Illustrazione di Florenza Palamà

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