di Paola Viscatale

La vicenda di una giovane ragazza che, in seguito alla morte del padre per Covid, ha deciso di lasciare il corso universitario di Beni Culturali per continuare l’attività di famiglia, ha innescato una serie di commenti, tra cui un articolo di Tomaso Montanari.

Lo storico dell’arte ha sottolineato la necessità per cui tali scelte personali non vengano strumentalizzate a fini politici spostando l’attenzione del dibattito sulla preoccupante condizione della nuova generazione degli studenti di Beni Culturali, denunciando la scarsa tutela del diritto allo studio e la mancanza di un progetto capace di promuovere davvero lo sviluppo della cultura e delle professioni ad essa legate. Lo spunto che ne deriva riporta il ragionamento ad un vecchio interrogativo e a nuove risposte.

Cosa capita ai laureandi e ai laureati in materie umanistiche?

Mi riferisco a tutti quelli come me che hanno intrapreso la strada della passione e dopo aver completato il percorso di studi hanno trovato il vuoto. Come il giovane guerriero Atreyu di La Storia Infinita iniziamo il viaggio per contrastare il Nulla che divora Fantàsia. Molti restano bloccati nelle Paludi della Tristezza, altri invece vanno avanti, tra numerose difficoltà, cercando di inventare un nuovo nome per l’Imperatrice affinché il mondo di Fantàsia continui a sopravvivere.

Se non avete visto il film o letto il romanzo non preoccupatevi, la realtà delle cose è più semplice e cruda: siamo i soggetti non identificati del mondo del lavoro, possiamo fare tutto ma non siamo nulla. Non rientriamo in nessuna categoria (nessun giocatore di NomiCoseCittà arrivato alla casella “mestieri” scriverebbe storico dell’arte o archeologo, letterato o editore). Questo perché le nostre professionalità sono percepite come un hobby, un passatempo per la domenica o per i giorni di pioggia.

Pochi eletti riescono ad accedere al reparto pubblico del settore, alcuni intraprendono nuove strade lavorative portandosi dentro quella sensazione di incompiuto, la maggioranza vaga senza sosta da un’esperienza ad un’altra ricompensati dalla passione ma con stipendi pari a zero, contratti fantasiosi e senza nessun peso, leggeri e solubili.

Nel confronto con gli altri usciamo sempre sconfitti perché, alla fine, ce la siamo voluta, perché lo sanno tutti che con la cultura non si mangia. Basta. È arrivato il momento di cambiare il motivo di questa cantilena e iniziare a creare i presupposti per eliminare progressivamente questa concezione così radicata.

Per fortuna si stanno moltiplicando costantemente le storie di tanti giovani laureati o meravigliosamente appassionati che si sono rimboccati le maniche e inventano nuovi modi di fare cultura, comunicandola utilizzando i canali social, creando sinergie, ponti e collaborazioni. Si stanno definendo nuovi modi di vivere e lavorare e nascono nuove figure professionali dei Beni Culturali: curatori di gallerie virtuali, storici dell’arte e archeologi che tramite dirette Facebook ed Instagram spiegano e illustrano le meraviglie del nostro patrimonio, librai indipendenti che ospitano nuove generazioni di editori e scrittori su Zoom, book-influencer, giornalisti pronti a tutto per far circolare un diverso concetto di informazione culturale.

L’obiettivo da centrare è che ognuno di loro possa avere una voce, un’identità lavorativa ufficialmente riconosciuta. Sono quelli che danno un nuovo nome all’Imperatrice e che alla fine riescono a salvare Fantàsia.

 

Quale è la vostra storia infinita di lavoratori nei Beni culturali? Raccontateci la vostra idea di nuova Cultura.

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