10 anni di rovine e desolazione non solo fisiche. Era il 6 aprile del 2009 e la terra di L’Aquila tremava distruggendo l’intera cittadina e lasciando il centro storico e le zone limitrofe in ginocchio, costringendo gli abitanti a fughe, partenze e, spesso, ad una vita di stenti fatta di prefabbricati e arrangiamenti. Il tempo, in Abruzzo, non si è fermato come tutti credono, anzi, è andato inesorabilmente avanti specialmente per chi a L’Aquila, in quel 2009, aveva pochi anni e frequentava a malapena la scuola materna.

Gli anni scolastici da recuperare, la maturità di quell’anno da affrontare e la crescita dei bambini che adesso, adolescenti, si ritrovano a dover convivere con una situazione disastrosa dopo 10 anni: mentre i plessi privati riprendono il loro vigore, le strutture pubbliche risultano zoppe di aiuti. Su 59 plessi didattici, 29 sono ancora inagibili e la maggior parte, ben 31, sono ospiti dei moduli ad uso scolastico provvisorio. Ma quanto costa effettivamente far tornare più di 3600 studenti (il 60% della popolazione studentesca di L’Aquila) all’interno di stabili regolamentari e a norma?

Tra il 2011 ed il 2017 sono stati stanziati quasi 42 milioni di euro da destinare alla ricostruzione delle scuole ma, fra impedimenti burocratici, rallentamenti ed interrogazioni, tuttora la somma risulta congelata ed inutilizzata. In alcune zone del capoluogo o della provincia, infatti, il programma di assetto prevede una politica ferrea sui controlli di praticabilità, non è quindi scontato che i lavori di ristrutturazione possano ripartire in tranquillità. Da cosa dipende questo? Dall’impatto che il sisma ha avuto sul territorio nel 2009, quando l’aspetto morfologico della regione ha sicuramente risentito della forza della natura.

Non è solo il campo emotivo a risentire della situazione, ma soprattutto quello pratico: l’apprendimento, infatti, specialmente nelle scuole medie e superiori, prevede un approccio più pratico e tecnologico, eccessivamente avanzato per lo stato attuale dei plessi. Sono gli strumenti quindi a mancare e, a volte, anche i mezzi più elementari. Caso principe è sicuramente lo stato del liceo Cotugno, dichiarato ufficialmente e pubblicamente inagibile solo nel 2017, dopo le scosse che hanno interessato ulteriormente la valle dell’Aterno, e a seguito di una protesta congiunta di studenti, genitori e docenti.

Il programma della vecchia amministrazione comunale si era rivelato poco pratico, quello nuovo, a detta di insegnanti e lavoratori del settore, non ha risolto i dubbi ma ha semplicemente posticipato la consegna dei nuovi edifici. La ricostruzione totale dell’Aquila è prevista per il 2024, intanto quasi 4000 studenti si formano ancora “a metà”, tra i prefabbricati e le difficoltà del caso.

Ma è solo in Abruzzo così difficile andare a scuola? Scendendo verso il sud Italia, invece, il problema è inverso: esistono le strutture adatte ma il numero di studenti è basso tanto da non consentire la riapertura. A Roccaforte del Greco, comune calabro dell’Aspromonte, è arriva la doccia fredda a settembre del 2018: la scuola elementare non riapre perché non ci sono abbastanza bambini. Formato da 450 abitanti, il circondario adesso si ritrova con diverse scuole chiuse (quello di settembre non è l’unico caso), data l’impraticabilità di alcune strade. In Sicilia, spostandoci sulle isole maggiori, in provincia di Ragusa, gli alunni di una scuola elementare fanno a piedi, in fila indiana ogni giorno, 3 chilometri per una salita ripida, perché l’unico passaggio è quello per un costone, essendo la strada attualmente impraticabile per una frana. Questo attualmente dura da 6 anni.

Nell’alta Valle d’Aosta, quasi ai confini con la Francia, se nevica niente scuola e non per decisione dell’amministrazione: l’unica via che da Pre Saint Didier porta agli istituti è così stretta che i ragazzi, anche a piedi, avrebbero difficoltà a varcarla con una nevicata fitta. Andare a scuola è un diritto, ma in alcuni casi è un privilegio, in altri una scommessa.