Parliamo in continuazione di immigrazione. Ne discutiamo animatamente nelle case, per le strade, sugli autobus, tra i banchi di scuola; se ne sproloquia in continuazione in televisione e sui social; ci si interroga al riguardo soprattutto nel privato delle nostre coscienze. Non è forse, l’immigrazione, il nucleo pulsante e terribilmente infiammato del mondo presente? Eppure la parola immigrazione, forse proprio perché troppo abusata, forse perché complessa o perché scomoda, è una parola che spesso non significa niente: in fin dei conti un’astrattezza, più un concetto ideale che qualcosa di reale. Cos’è davvero l’immigrazione? Quello che di solito manca nei nostri mille discorsi al riguardo è proprio l’aspetto più importante di tutto il discorso: la concretezza della questione, la constatazione che immigrazione è una parola vivente, ben definita, che prova dolore e che prova speranza. Soprattutto, come tutte le cose vive, è una parola complicata, molteplice, che racchiude un mosaico spropositato di storie e di domande. Quando ho letto La frontiera di Alessandro Leogrande mi sono trovato, improvvisamente, di fronte a questa matassa intrecciata e sanguinante: l’insieme delle storie vere di donne e uomini veri, mischiate in un groviglio di carne, sangue, strada, sabbia, acqua. La sensazione è sconvolgente: ma di che diavolo ho parlato finora? Non sapevo niente di niente. Leggendo ti si aprono gli occhi e insieme una forza ti spinge a chiuderli. Perché sì, conoscere è molto doloroso.

Alessandro Leogrande, tarantino, classe 1977, è morto improvvisamente due anni fa, lasciando un vuoto enorme nel mondo del giornalismo italiano. La frontiera è una sorta di grande lascito, un invito alla scoperta, un grido di angoscia ma anche di illusione. È soprattutto l’attestazione dell’esistenza di una frontiera come nodo cardine delle riflessioni sul presente. Ma dov’è questa frontiera? Com’è fatta? La frontiera per Leogrande esiste ma è sfumata. È tante cose tutte insieme, è indefinibile e inclassificabile, un condensato di vicende terribili, di storie dell’orrore:

“Una linea fatta di infiniti punti, infiniti nodi, infiniti attraversamenti. Ogni punto una storia, ogni nodo un pugno di esistenza. Ogni attraversamento una crepa che si apre. È la Frontiera. Non è un luogo preciso, piuttosto la moltiplicazione di una serie di luoghi in perenne mutamento, che coincidono con la possibilità di finire da una parte o rimanere nell’altra”.

Feltrinelli, euro 10.

Leogrande allora ci fa camminare sulla linea frastagliata di questa frontiera, ne scopre i movimenti – alcuni spropositati, altri minimi – che vi si agitano in superficie, i fuochi che vi bruciano in profondità. Da reporter di razza, ma anche da narratore, da scrittore, si sposta, interroga le fonti, le descrive, gli lascia la parola, e poi fa parlare anche i luoghi e le situazioni. Quello che ne viene fuori è una storia collettiva suddivisa in tanti piccoli pezzettini. Ci sono le storie dei naufragi, la grande tragedia del nostro Mediterraneo, ma anche quelle del prima, dei lunghi viaggi intrapresi per arrivare al mare. Ci sono vicende sconosciute e assurde, come quelle dei rapimenti e del traffico di organi collegato alle migrazioni. Ci sono le vicende delle altre frontiere, come quella dei Balcani, raccontate da chi le ha percorse, e poi l’esplodere della violenza razzista in Grecia, le vicissitudini dei baby-scafisti, quelle delle periferie italiane. C’è, ovviamente,  il tentativo di svelare le cause, che, anche loro, troppo spesso preferiamo relegare nel vago, come echi lontane. Il giornalista allora illustra la feroce e poco conosciuta guerra tra Etiopia ed Eritrea, e ricorda le responsabilità dell’Italia coloniale nella destabilizzazione dell’Africa orientale – un tema praticamente tabù, con cui noi italiani non abbiamo mai voluto fare i conti. Il tutto, narrato sempre dalla viva voce dei protagonisti, con Leogrande nascosto nelle retrovie come un triste ma capacissimo direttore d’orchestra. L’immigrazione, sembra dirci, non è altro che un’enorme narrazione collettiva, e noi abbiamo il dovere di prestare l’orecchio.

I racconti più sconvolgenti sono sicuramente quelli dei naufragi. Terribile, anche nella sua assurdità, è quello tristemente noto del 3 ottobre 2013, avvenuto nelle vicinanze dell’Isola dei Conigli, a largo di Lampedusa. Leogrande lo racconta dettagliatamente, senza fronzoli, cogliendone dettagli che potrebbero sembrare banali ma che conferiscono alla narrazione il suo carattere di storia tragica ma vera. Quando i migranti avvistano finalmente l’Italia, l’Europa, quello che credono essere l’inizio della loro nuova vita, ecco che si cambiano, indossano i vestiti buoni, i migliori che hanno. Li hanno conservati per tutto il viaggio, in vista dell’arrivo. Poi, la tragedia: la stiva che comincia a imbracare acqua, il capitano che dà fuoco a una coperta per mandare un segnale d’allarme, le persone che terrorizzate dalla vampata da poppa scappano in massa verso la prua, il peschereccio che si capovolge, i quintali di gasolio presenti a bordo che si mescolano all’acqua… ecco: immigrazione non è una parola vuota. Un anno dopo Leogrande si reca a Lampedusa per le commemorazioni della strage. Tra le varie cose conosce Costantino, un uomo che quel 3 ottobre era uscito per pescare e che si è ritrovato a salvare moltissime vite. Anche questo è immigrazione. Perché alle storie dei migranti si legano ovviamente quelle di chi tenta di fare qualcosa. Di chi sta concretamente dalla loro parte.

Quello che si profila nelle pagine de La frontiera è uno smisurato universo fatto di cause, conseguenze, storie, personaggi, vittime, criminali ed eroi. L’immigrazione è tutte queste cose, tutte insieme: non è semplicemente una parola, e libri come questo ci ricordano che uno dei compiti della letteratura e del giornalismo – e nel caso di Leogrande siamo esattamente a metà tra le due cose – è proprio quello di raccontare il mondo: non rispondere alle domande del mondo, risolvere i problemi, ma, precisamente, indicare dove le domande del mondo risiedono; dove si annida il nucleo incandescente di una storia, anche la più piccola e all’apparenza meno importante. Per questo raccontare storie è un atto politico, quasi rivoluzionario, che va a destabilizzare le grandi narrazioni contemporanee, che tendono a classificare tutti i fenomeni dello stesso genere sotto uno slogan comune. Quasi che il problema dell’immigrazione – ma non solo quello, quanto tutti i grandi luoghi di conflitto della contemporaneità – fosse catalogabile in una sola, identica, banale storia. Sono solo la molteplicità, il groviglio, la complessità, a poter fornire l’immagine reale di un’immane tragedia come questa. È solo l’insieme caotico e universale che può concretizzare l’astratto. Bisogna ricordare e ricordarsi che ogni storia è in realtà tante storie, ci ha insegnato Alessandro Leogrande.

In copertina un ritratto del giornalista Alessandro Leogrande. Fonte: tarantobuonasera.it
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