di Lucia Nunzi

Tra i numerosi anniversari da ricordare nel 2019 ce n’è uno che rende onore alle donne e alla loro capacità di vedere lontano, essere pioniere di idee. Era il 1969 e Sofia Corradi aveva maturato una prima idea di Progetto Erasmus, idea che aveva concepito come reazione di fronte al diniego della propria università di riconoscerle il master conseguito negli Stati Uniti grazie ad una borsa di studio.

La prima bozza di progetto fu presentata in ambito accademico ad un incontro di rettori europei e sempre cinquant’anni fa il Ministro della Pubblica Istruzione la adottò come base per il disegno di legge 612/1969, ponendo l’Italia in una posizione di apertura internazionale.

Nonostante siano stati necessari altri 18 anni per vedere il proprio sogno realizzarsi, “Mamma Erasmus” può ben gioire della sua lungimiranza. I numeri parlano chiaro: dalla relazione annuale sul Programma Erasmus+ pubblicata dalla Commissione Europea risulta che grazie a un investimento di 2,6 miliardi di euro (13% in più rispetto al 2016) quasi 800 mila persone hanno potuto studiare, seguire una formazione o fare volontariato all’estero, solo nel 2017.

Gli italiani sono in quarta posizione tra gli studenti più partecipi al progetto: 35.666 sono quelli partiti per un Paese straniero, mentre sono 26.294 gli studenti stranieri accolti in Italia, classificata al quinto posto tra i le mete preferite.

Dalla relazione emerge che la maggioranza delle partenze (61%) sono delle ragazze, che hanno trascorso in media cinque mesi all’estero (con il benestare della signora Corradi).

Nonostante i tentativi da parte di terzi di politicizzare e utilizzare per secondi fini la propria approvazione o disapprovazione (numerosi sono gli attacchi del filosofo Diego Fusaro al progetto), gli studenti Erasmus non potrebbero essere più entusiasti, innanzitutto per una questione lavorativa: secondo Almalaurea “chi ha svolto un periodo di studio all’estero nell’ambito di un programma dell’Unione Europea ha il 14,0% di probabilità in più di essere occupato rispetto a chi non ha mai compiuto periodi di studio all’estero” (dati 2018) e poi, per l’esperienza in sé. Secondo un questionario online realizzato dal sito Skuola.net gli studenti partecipano per fare un’esperienza di vita in un Paese diverso, imparare una lingua straniera e divertirsi. Lo studio non ne risente (solo il 16% afferma di essere rimasto indietro) e l’83% dei partecipanti partirebbe di nuovo.

Il progetto Erasmus e il Grand Tour

Il Programma Erasmus (European Region Action Scheme for the Mobility of University Students) è stato così chiamato in onore di Erasmo da Rotterdam, umanista e teologo olandese che viaggiò lungamente per tutta l’Europa nel XVI secolo.

È in quel periodo che iniziò a diffondersi in Europa il piacere del viaggio in sé, non come era stato fino ad allora per scopi economici o di commercio: un’idea di scoperta del nuovo, data dalla curiosità e dalla voglia di conoscere e sapere e unendovi il puro divertimento.

Una scintilla innovativa che divenne un fenomeno culturale di successo nel XVII secolo quando i giovani rampolli dell’aristocrazia europea partivano per questo lungo viaggio, che poteva durare anche anni, per perfezionare e completare la loro istruzione, confrontandosi con altre realtà.

Fu coniata l’espressione Grand Tour e l’Italia ne fu la meta ideale con la sua immensa eredità culturale e le numerose città artistiche, ma numerosi furono anche i viaggi in Francia, Germania e Austria.

Il saggio di Bacon “Of Travelera un punto di riferimento per i giovani studiosi: consigliava di avere già una conoscenza di base della lingua, di recarsi muniti di guide cartacee, di tenere un diario per raccogliere le sensazioni personali, di essere provvisti di una lettera di presentazione per presentarsi in società e di impratichirsi negli spostamenti.

Consigli e buone norme ripresi dall’idea del viaggio come formazione personale e culturale.

Johann Heinrich Wilhelm Tischbein, Goethe nella campagna romana (Goethe in der Campagna), 1787

Spesso, i “grandtourists” si scontravano poi con la realtà dei fatti incontrando le difficoltà date dal lungo viaggio in carrozza, dalle reali condizioni della città o si lasciavano sedurre dai piaceri lì offerti. Non pochi erano i giovani che approfittavano della lontananza da casa per dedicarsi al puro divertimento, dimenticando l’obiettivo accademico e culturale.

Inoltre, anche in questo caso, non mancavano gli oppositori che vedevano il Grand Tour come un mezzo per darsi alla vita dissoluta e guardavano con sospetto i modi e le usanze dei Paesi ospitanti.

Posizioni, obiettivi, idee, modi di pensare simili che ritroviamo nei due fenomeni culturali a distanza di poco più di 100 anni (fino al XIX secolo compreso era buona norma fare il Grand Tour, ormai aperto anche alle donne) e che, con le dovute differenze e precauzioni (ahimè, pochi di noi tornano artisti), portano a comparare l’Erasmus e il Grand Tour, considerando il primo come un possibile “discendente” del secondo.

Opinione condivisa anche in un piccolo sondaggio condotto sul mio profilo Instagram (https://www.instagram.com/lucianunzi/), secondo cui:

• il 92% dei votanti andrebbe a vivere in un Paese straniero per confrontarsi con la sua cultura, la lingua e le usanze;

• l’84% utilizzerebbe Instagram per documentare la sua esperienza come fosse un diario di viaggio;

• il 48% crede che l’Erasmus sia un discendente del Grand Tour e che i social possano prendere il posto che fu del diario e delle memorie di viaggio.