La prima volta che ho visto l’ormai famosa foto dell’esercito a Bergamo ho pensato con nostalgia a quella via diversi anni fa. Il tempo interminabile che l’autobus impiegava, schiacciato nel traffico. L’ultimo ripasso prima di un interrogazione con lo sguardo rivolto fuori dal finestrino, lì dove le bare partono per il loro viaggio.

Con la stessa nostalgia ho pensato al prima, a quella normalità che non pensavo mi sarebbe mai mancata così tanto. Così provinciale, lontana dal mondo, chiusa in una bolla che sembrava non potesse mai scoppiare. Eppure ora non desidererei altro.

Mentre il suono costante delle ambulanze si alterna a un silenzio tombale, nelle case non c’è la felicità di cantare e suonare dal balcone, ma una sottile speranza di non essere i prossimi. Le chiamate dei miei genitori si sono trasformate in un controllo medico, vogliono solo accertarsi del mio stato di salute. Il piacere della loro voce sparisce quando, con un semplice “Hai presente/ti ricordi di?”, stilano un necrologio giornaliero. Il vicino, un loro amico, un collega.

Fino a due anni fa mia nonna era ricoverata in un ospizio, lì dove su 6-400 posti letto 600 anziani sono già morti. Con estremo cinismo mia madre dice di essere contenta che se ne sia già andata. Il dolore e la preoccupazione sarebbero stati insopportabili. Un funerale distaccato, un mancato saluto, una busta di plastica che la avvolge. Sarebbe stato troppo per loro e lo è anche per chi deve sopportarlo ogni giorno.
Se il pensiero ai nonni diventa scontato, l’eventualità della morte avvolge ogni singola cosa. I genitori, quei punti di riferimento saldi e incrollabili, ora diventati così fragili. La possibilità di perderli, magari infinitesimale, è sempre pronta ad aggiungersi alle preoccupazioni quotidiane. Per un bacio o un semplice abbraccio. (Lo so che noi bergamaschi siamo rigidi e non molto affettuosi, ma ogni tanto ci capita di sfiorarci)

Mai avrei pensato che una piccola città come Bergamo potesse essere conosciuta a livello mondiale. Per l’Atalanta forse, eppure tutto questo ha un tocco di soprannaturale, quasi magico. Come se, nonostante la realtà ci colpisca quotidianamente, sembri davvero impossibile, quasi uno scherzo.

Quel “Ce la posso fare”, rinchiuso tra quattro mura, ci ha fatto sentire inermi, abbandonati, quasi sacrificati. Di fronte a una realtà che non ci appartiene è difficile pensare a un futuro. La forza costruttrice della speranza, in costante lotta con la paura, si è tramutata in rabbia e vengono a galla domande irrisolte: perché proprio noi? Come è potuto succedere?
Le risposte non si trovano e una reazione è necessaria. Nella nostra essenza pragmatica abbiamo tratto una lezione importante: da soli siamo destinati alla sconfitta. Anche quelli che i primi giorni esaltavano la bellezza della quarantena tra divano, letto e Netflix hanno perso la sfida contro la solitudine.

L’emergenza ha resuscitato il senso di comunità e di unione. Il nostro essere padroni del proprio destino ci ha fatto riflettere: sacrificare se stessi in nome di qualcun altro è sempre la scelta giusta perché il dolore, e la felicità che seguirà alla fine, sono uguali per tutti.

© Illustrazione in copertina: Giorgio Valli 

Concludiamo questo pezzo con una preghiera laica dedicata alla città di Bergamo, scritta in un post su Facebook da Ilaria Galbusera, la capitana della Nazionale di Volley sorde.

A Bergamo impari fin da piccolo che:
“Non ce la faccio” – non si può dire.
“Non ci riesco”- non esiste.
“Sono stanco”- non è mai abbastanza.

Cresci così, un po’ chiuso, un po’ con la convinzione di non essere mai all’altezza.
Ecco come li riconosci quelli di Bergamo: testa bassa e a lavorare.
I bergamaschi, quelli veri, sono polentoni.
Si…perche’ la polenta è ciò che li rappresenta.
Ruvida, dura e fredda fuori, con quella crosticina che si forma appena sfornata.
Tenera e avvolgente dentro, non ti delude mai.
I bergamaschi sono proprio così: un po’ tonti, ruvidi e schivi;
Ma dentro sono buoni e dal cuore tenero.
Lo so, lo so, niente di speciale la polenta: acqua, sale e farina gialla;
Ma si sa, le cose semplici sono speciali perché rassicuranti, perché ci sono…
I bergamaschi ci sono.
Sempre.
Ci puoi contare.
Li puoi odiare, ma se te ne innamori…be’ allora sei spacciato, perché sarà per sempre.
Piange la mia Bergamo.
Senza far rumore, per non disturbare.
Giace a terra, fatta a pezzi da un nemico vigliacco subdolo, che non si fa vedere.
Gli occhi sono bassi, tristi e pieni di paura.
Ci sono solo ambulanze e silenzio.

Bergamo non ti posso abbracciare, ma tu non mollare proprio adesso.
Ricordi?

“Non ce la faccio”- non si può dire.
“Non riesco” – non esiste
“Sono stanco” – non è mai abbastanza.

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