“Vincere! Vincere! Vincere!
E vinceremo in cielo in terra in mare!” 

recita una delle più famose canzoni del ventennio fascista. Era il 1940 e l’Italia, dopo un anno di conflitto, si lanciava in uno dei più disastrosi conflitti armati della storia, a fianco della sua alleata, la Germania nazista.

Il culto della personalità e l’ossessione per la perfezione

I testi dei canti fascisti dell’epoca esaltano virtù come virilità, invincibilità e spregiudicatezza. L’uomo fascista doveva essere tutto d’un pezzo, imbattibile e terribilmente spietato contro il nemico. Non c’era spazio per le emozioni, per la debolezza e per la pietà umana. La vittoria era l’unico obiettivo e ogni mezzo per ottenerla era lecito. Il fallimento, l’errore non erano contemplati.

Vincere o morte“, “Boia chi molla” sono altre espressioni che riassumono perfettamente il pensiero fascista. Espressioni che risalgono, in realtà, a modi e costumi dell’Impero romano, da cui il fascismo ha attinto tantissimo per la creazione dei suoi simboli e della sua ideologia. Una filosofia dell’agire, della superiorità morale e della vittoria a tutti i costi che è rimasta scolpita nel DNA della nostra società e che tutt’oggi permea il nostro modo di pensare e di rapportarci al mondo e agli altri.

Sono passati più di ottant’anni da quel drammatico periodo storico, ma la nostra mentalità non sembra essere cambiata di molto. Viviamo infatti in un mondo dove il fallimento non è contemplato e l’errore quasi mai perdonato. Per questo si tende subito a eliminare le “macchie” dal proprio passato o dal proprio curriculum: per apparire sempre perfetti e vincenti. Non c’è spazio per le cadute e per le seconde possibilità. I nostri modelli di riferimento sono sempre impeccabili (tra filtri, botox e luci da studio televisivo), intelligenti, realizzati, magari anche simpatici, in una parola: perfetti.

L’influencer Kylie Jenner in una foto sul suo profilo Instagram

Ma cosa si nasconde dietro questo culto ossessivo della personalità, questa ostentazione maniacale della propria immagine e del proprio percorso di studi, ovviamente senza macchia e senza paura?

Sicuramente tanta ipocrisia e spesso anche delle bugie.

Il caso di Imen Jane

L’ultimo caso, in ordine cronologico, che ha scosso l’opinione pubblica e il mondo dei social, riguarda Imen Boulahrajane, meglio conosciuta come Imen Jane, classe 1994, nota blogger e influencer esperta di politica estera ed economia.

Con 304mila follower (qualche migliaio in meno prima dello scandalo), Imen si vantava sui social e nelle interviste di essere un’economista, laureata all’Università Bicocca di Milano, oltre che fondatrice di Will Ita, start up di media online che, come ha riportato il quotidiano Repubblicaha raccolto ben 1,2 milioni di euro di investimenti, ed è stata osannata come un nuovo modello di giornalismo in rete.

Le sue doti di divulgatrice e comunicatrice social sono innegabili ma il suo millantato titolo di studio un po’ meno: è quanto ha svelato nelle ultime settimane il noto sito di gossip, Dagospia.

Imen Boulahrajane, meglio nota come Imen Jane

Nominata addirittura tra i “30 under 30” da tenere d’occhio secondoForbes Italia, Imen non sarebbe neanche stata laureata. I dubbi erano sorti proprio in quei giorni, quando, durante un evento online organizzato da Goldman Sachs, alla domanda “in cosa è laureata?”, Imen non avrebbe fornito risposta.

Il problema è davvero se Imen fosse laureata o meno? Secondo il nostro punto di vista assolutamente no. Il problema, più grave, è un altro: la necessità di dover mentire sul proprio titolo di studio. È più importante l’apparenza, e quindi il famoso ‘pezzo di carta’, piuttosto che le proprie capacità e competenze professionali? A quanto pare in Italia, nel 2020, sì. Perché, se è vero che Imen ha mentito sul suo percorso di studi, è altrettanto vero che l’influencer sa il fatto suo. Le centinaia di migliaia di follower, conquistati a soli 26 anni, ne sono una prova. E il successo di Will Ita, la conferma.

Cerchiamo di capire, allora, cosa spinge giovani imprenditori di successo come Imen a mentire e perché siamo ossessionati dalla ricerca della perfezione.

Tutti sbagliano, anche i migliori

Un proverbio dice “sbagliando s’impara” e, in effetti, è proprio così. Sembra assurdo ma alcuni dei più grandi imprenditori e miliardari della storia dell’umanità sono arrivati al successo dopo errori e fallimenti clamorosi. Facciamo qualche esempio per capire che gli errori non sono soltanto normali, ma anche necessari, per crescere e arrivare all’idea giusta.

Jeff Bezos, proprietario e fondatore di Amazon, attualmente l’uomo più ricco del mondo, ne è la prova. In passato investì 170 milioni di dollari nel primo smartphone prodotto da Amazon. Risultato? Un flop clamoroso.

Un altro grande nome dell’imprenditoria a stelle strisce, Warren Buffett, invece, acquistò nel 1962 le azioni di un’industria tessile che poi finì in bancarotta. Considerato il più grande investitore della storia, in seguito ammise di aver commesso un errore del valore di 200 milioni di dollari.

Se ci spostiamo nel campo dell’arte e della creatività, anche qui troviamo esempi di nomi che hanno rivoluzionato il mondo per come lo conosciamo oggi, ma che, all’epoca hanno dovuto fare i conti con errori e delusioni che non li hanno però mai scoraggiati.

È il caso di Claude Monet e del suo monumentale ciclo di Ninfee che, inizialmente, ricevettero critiche e furono totalmente incomprese. I più grandi artisti della storia, infatti, sono spesso stati incompresi perché anticipatori di stile e tendenze che pochi anni dopo si sarebbero affermate e imposte all’attenzione del pubblico. Fra questi spiccano Vincent Van Gogh con i suoi celebri quadri dai tratti espressionisti, dove i colori e le forme non rispecchiano il mondo esteriore ma le emozioni dell’artista; Pablo Picasso, esponente di punta del Cubismo, che deformava la realtà, scomponendo i piani e sovrapponendo punti di vista diversi, dando vita ad una realtà nuova e sorprendente.

Altro caso esemplare è quello di J. K. Rowling, oggi scrittrice miliardaria, che, quando ha dato vita alla fortunata saga di “Harry Potter“, era divorziata, disoccupata, in gravi condizioni economiche e con una figlia a carico. Una bellissima storia di riscatto e successo umano e professionale.

Anche il mondo della tv e della cinematografia ha visto sensazionali rifiuti e sconfitte che, però, sono stati sfruttati dai protagonisti come molle per la propria rivincita personale.

Stiamo parlando di Walt Disney, ovvero l’inventore dell’omonima casa di produzione cinematografica e di personaggi iconici dei film d’animazione come Paperino, Topolino e Biancaneve, entrati nell’immaginario comune. Il magnate, in gioventù, fu però licenziato da un giornale con la seguente motivazione: “mancanza di immaginazione e senza buone idee”. E non solo: prima di ottenere il suo primo grande successo con il cortometraggio Snow White (Biancaneve), fallì diverse attività.

Arrivando a giorni più vicini a noi, esemplare è la vicenda di Oprah Winfrey, ovvero la regina indiscussa della tv statunitense nonché una delle donne più ricche degli USA. Il suo talk show, amatissimo e seguitissimo, le ha permesso di conoscere ed entrare in contatto con alcune delle persone più potenti del mondo. Non tutti sanno, però, che, agli inizi della sua carriera, venne licenziata da una tv dove lavorava come reporter, perché considerata inadatta al piccolo schermo.

Elogio dell’errore

Come abbiamo potuto constatare, errare, quindi, non è soltanto umano, ma è spesso necessario, se non proprio utile. Perché senza errori e quindi senza fallimenti la crescita personale e il progresso, in tutti i campi, non sarebbe possibile.

Non bisogna aver paura di sbagliare ma, piuttosto, imparare ad accettare gli errori come tappe inevitabili del proprio percorso di vita. C’è, addirittura, chi di questa filosofia ne fa un vanto e un metodo di insegnamento: a Modena, infatti, esiste proprio una Scuola di Fallimento che sta riscuotendo un grande successo in tutto il mondo, seguendo la massima «nessuno si salva dall’errore». Non solo scuole, ma anche musei: celebre è il caso del  Museo del fallimento che porta in mostra eclatanti flop commerciali: dalla Bic per sole donne al profumo per motociciclisti con aroma di Harley. Per insegnarci che nessuno si salva dagli errori, anche i più grandi.

«Se hai successo, significa che le cose che hai fatto in gran parte sono sbagliate» afferma Clelia Sedda, artista e insegnante che nel 2014 ha dato vita all’Error Day, ovvero la Giornata mondiale dell’errore. Un vero e proprio inno alla cultura dell’errore: «Lo stesso metodo scientifico è una sorta di monumento all’utilità dell’errore» spiega Clelia in un’intervista a Vanity Fair Italia. «Chi non fa, non falla. Se hai successo vuol dire che hai provato e riprovato».

C’è un TEDx lucido e toccante sul tema dell’autrice del best-seller da 10 milioni di copie, “Mangia, prega, ama“, Elizabeth Gilbert. La scrittrice ripercorre la sua vita, i suoi insuccessi e la sua esperienza da cameriera in una tavola calda, prima di diventare una persona di successo. Quello che ci insegna la storia di Elizabeth che, non a caso, è anche la protagonista del suo romanzo, è che c’è sempre una seconda possibilità, che è possibile, anche dopo un fallimento, rialzarsi e mettere insieme i pezzi. Tutto dipende dall’atteggiamento con cui affrontiamo gli eventi della vita. Se impariamo ad accettare gli errori e a vederli come delle occasioni di rinascita, allora la nostra esistenza assumerà tutta un’altra prospettiva e con lei il nostro futuro.

Tutti vogliamo che le cose restino uguali, accettiamo di vivere nell’infelicità perché abbiamo paura dei cambiamenti, delle cose che vanno in frantumi, ma io ho guardato questo posto, il caos che ha sopportato, il modo in cui è stato adoperato, bruciato, saccheggiato, tornando poi a essere se stesso e mi sono sentita rassicurata. Forse la mia vita non è stata così caotica, è il mondo che lo è, e la sola vera trappola è restare attaccati ad ogni cosa. Le rovine sono un dono. La distruzione è la via per la trasformazione

(Elizabeth Gilbert, Mangia, prega, ama, 2006)

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