Dopo un anno e mezzo di prigionia Silvia Romano è tornata in Italia. Diciotto lunghi mesi in cui siamo stati tutti con il fiato sospeso, fra speranze che diventavano sempre più labili (noi l’abbiamo ricordata qui, poco più di due mesi fa) e incertezze crescenti.

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Nella giornata di sabato 9 maggio è arrivata invece, inaspettata, la notizia ufficiale, diffusa proprio dal premier Conte in persona attraverso il suo account Twitter: «Silvia Romano è stata liberata! Ringrazio le donne e gli uomini dei servizi di intelligence esterna. Silvia, ti aspettiamo in Italia!»

Ieri, alle ore 14:00 italiane, Silvia è atterrata in Italia, all’aeroporto di Ciampino. Quando si è aperto il portellone dell’aereo e la giovane cooperante ha iniziato a scendere la scaletta, all’emozione e alla gioia per il suo rilascio, si sono aggiunte, però, emozioni diverse nei cuori degli italiani: sgomento, paura, incredulità.

Silvia, infatti, è tornata in Italia indossando un jilbab, ovvero un vestito tipico dell’Africa orientale, portato generalmente da donne di fede islamica. Non solo, la ragazza è apparsa apparentemente serena, sorridente e in salute. Noi, invece, ci aspettavamo una Silvia deperita, emaciata, profondamente provata e, ovviamente, vestita all’occidentale. Insomma la Silvia che ci ricordavamo, quella di diciotto mesi fa, prima che venisse privata della sua libertà. Una persona che potesse rispecchiare le nostre aspettative e le nostre sicurezze.

Volevamo delle certezze e invece ci ritroviamo a fare i conti con dubbi, ipotesi, congetture. Questo perché la realtà non è mai come ce la siamo immaginati nella nostra testa, come ce l’aspettavamo. La vita ci sorprende sempre, ci spiazza continuamente, spazza via ogni sicurezza e insinua dentro di noi il dubbio la paura, l’insicurezza.

Per vivere serenamente in una società civile, noi umani ci siamo dati delle regole, abbiamo stabilito una routine, delle abitudini e usanze rituali, schemi mentali che ci permettono di affrontare e decifrare la realtà che ci circonda con lucidità e gestire le crisi e i problemi che incontriamo con maggiore consapevolezza. Ma l’imprevisto, si sa, è sempre dietro l’angolo. Non c’è legge, scienza o toerema che tenga: il caso, l’eccezione, l’eventualità si frappongono fra noi e le nostre incrollabili certezze, mescolando le carte in tavola e confondendole fra loro. Tutti i punti di riferimento e gli appigli a cui ci aggrappavamo per dare un senso alla realtà che ci circonda finiscono per crollare e ci ritroviamo improvvisamente nudi e indifesi di fronte all’insondabilità e al mistero della vita. È a quel punto che dobbiamo esser pronti a mettere in discussione tutte le nostre certezze su cui abbiamo fatto affidamento fino a quel momento e aprirci ad altre interpretazioni di senso, a leggere la realtà con un paio nuovo di lenti, per poterne cogliere gli aspetti più reconditi e complessi che fino a quel momento non avevamo preso in considerazione.

Fonte: ©Ansa

È con questo atteggiamento che dobbiamo porci rispetto al caso di Silvia Romano. La ragazza pallida, sorridente, convertita all’Islam e forse incinta, che ci troviamo di fronte oggi non è la stessa di diciotto mesi fa, la cooperante milanese partita per il Kenya con un sogno e con tanta voglia di aiutare gli ultimi. Silvia ha subito un trauma, è stata prigioniera a lungo, avrà probabilmente subito intimidazioni, minacce, violenze (fisiche e/o psicologiche) e, anche se, come dice, fosse stata “trattata bene”, è comunque un essere umano che è stato privato della sua libertà. Avrà forse trovato nella religione, in Allah, una fonte di speranza, un senso a tutto quello che le stava accadendo? Sarà stata obbligata a convertirsi o lo ha fatto di sua spontanea volontà? Sarà stata costretta a cambiare identità, nome e religione o è stato un percorso interiore personale che l’ha portata a questa decisione? Probabilmente sarà lei stessa o le indagini in corso a fare chiarezza su questa vicenda. Ma in questo momento ci importa davvero? Ci importa quanto valga la vita di una ragazza italiana partita per fare volontariato in uno dei Paesi più poveri del mondo, una di quelle che, tanto per essere più chiari, “li aiuta a casa loro”? Io non penso.

Quello che più conta è che adesso Silvia sia al sicuro a casa, nella sua Milano, fra le braccia della sua famiglia. Quello che importa davvero è che Silvia possa avere ancora un futuro, magari brillante magari no, e che possa essere libera di vivere in uno Stato laico (fino a prova contraria) come preferisce, indossando gli abiti che vuole e pregando il Dio in cui crede, senza che nessuno possa privarla delle sue libertà fondamentali, come invece è già successo per tutto questo tempo.

Noi non abbiamo nient’altro da dirti, Silvia, se non, bentornata a casa!

Illustrazione di © Alessio Colzani

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