No, non siamo cambiati di molto dopo l’esperienza della quarantena. Questa esperienza, unica nel suo genere, ha sicuramente avuto un ingente impatto sulla vita di tutti, sia dal punto di vista personale che lavorativo. Le città si sono fermate e così le persone. Stupivano e un po’ affascinavano le piazze e le vie vuote, scarne, silenziose nella loro pausa dalla routine quotidiana, private dall’inquinamento acustico, dalle folle accalcate in centro, delle file ai mezzi pubblici. Abbiamo riscoperto la bellezza di piazza San Marco a Venezia, osservato a distanza la magnificenza della Fontana di Trevi, immaginato il silenzio di Piazza Duomo a Milano; la Natura si è riappropriata degli spazi ed è così la fauna ha invaso i i parchi cittadini, quasi fossero il set di una favola inglese.

Smart working e produttività

Allo stesso tempo gran parte dei lavoratori si è organizzata con il cosiddetto smart working, il lavoro da casa appunto, cercando un difficile equilibrio tra mansioni domestiche, figli e conference call in salotto. Che non sia stato semplice per alcuni nuclei familiari è un dato di fatto ma i benefici sono stati molti. Più tempo in famiglia, ritmi più rilassati e una lunga parentesi di libertà dal tram tram della città, tra bus, metro, traffico e stress generalizzato. Il grande sbaglio di valutazione che commette l’opinione pubblica è che lo smart working, molto in voga nei paesi del Nord Europa, sia sinonimo di sciatteria e poca serietà in campo professionale, una definizione anglofona e infiocchettata di semi-vacanza. In realtà, le ore di lavoro effettivamente svolte rilevano che la produttività casalinga molto spesso supera quella dell’ufficio, così come la disponibilità alla reperibilità.

Fonte: digital4.biz

Si fa, dunque, un errore denigrando la modalità di lavoro agile non comprendendone le potenzialità e i benefici a lungo termine. Si perpetua in tal modo un atteggiamento di scarsa lungimiranza e decisamente non al passo con i tempi. Errore commesso dal sindaco di Milano, Beppe Sala, che ha commesso l’ennesimo scivolone in relazione alla comunicazione in fase Covid, purtroppo.

A partire dal prematuro slogan #Milanononsiferma, a suon del grido “fatturare, fatturare, sempre fatturare!”, fino alle dichiarazioni più recenti sulla necessità di abbandonare lo smart working per tornare a lavorare. In tal modo, non solo si svilisce l’impegno di coloro che hanno continuato a portare avanti il loro impiego con elasticità e capacità di adattamento, ma si dà voce istituzionale a un pensiero inadeguato e semplicistico, che non ci si aspetterebbe da un sindaco illuminato come lui, di una città, peraltro, sempre considerata aperta ed europea.

Un’occasione mancata

L’Italia è ancora molto indietro nella cultura del lavoro in cui fa carriera solo chi resta fino le 19. Inoltre, è un dato di fatto che molte aziende abbiamo deciso di mantenere la modalità di smart working fino a settembre, sintomo di una soddisfazione, del riscontro di un beneficio e non il contrario. All’estero sono stati effettuati anche esperimenti in direzione della settimana lavorativa corta; nella lontana Nuova Zelanda, ad esempio, l’azienda Prospect Guardian ha promesso di consentire a tutto il suo personale di lavorare quattro giorni a settimana, attivando una survey e report per monitorare i risultati. Ne è venuto fuori che la produttività è rimasta esattamente identica, guadagnando lavoratori meno stressati e più felici del work – life balance.

Fonte: raiscuola.rai.it

L’Italia 2020 del post-Covid, invece, richiama alle armi, sollecita il tanto conclamato “ritorno alla normalità” senza chiedersi se quella normalità a cui tanto si anela sia giusta o sbagliata, senza minimamente prendere in considerazione i pochi lati positivi del lockdown da cui prendere spunto per un futuro migliore. Forse il ritmo a cui stavamo andando non era quello da seguire, forse la routine va mitigata e riportata al rispetto dei tempi umani. Bisognerebbe iniziare a strizzare l’occhio alla sostenibilità cercando di facilitare delle soluzioni lavorative che diminuiscano le emissioni di smog, di cui Milano soffre particolarmente. Perché altrimenti, signor sindaco, rimane inutile e stucchevole fare campagne di sensibilizzazione alle scuole relative all’uso della plastica, non crede? Risuona poco coerente convertire intere scuole all’uso della borraccia quando si vuole negare una concreta risposta a portata di mano per ridurre l’inquinamento atmosferico.

Inoltre, è forse arrivato il momento di sradicare la mentalità meneghina che considera il business come l’unica cosa che conta a tutti i costi. Viviamo un momento storico in cui gran parte della realtà viene messa in discussione. Cerchiamo, quindi, di fare un passo in avanti invece che il solito salto indietro. Prendiamoci finalmente la responsabilità di cambiare in meglio e non abbandoniamoci alla facilità di tornare allo status quo da sempre conosciuto.

Chi può cavalcare un’idea del genere se non una città illuminata come Milano?

Immagine di copertina: flexworking.it
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