I media e l’opinione pubblica internazionale hanno consacrato Nelson Mandela, Presidente sudafricano anti-apartheid dal 1994 al 1999, a partire dalla sua incarcerazione nel 1962 e per la sua lotta a sostegno dei diritti umani. Trasferito in varie prigioni dello stato fino al 1990, viene liberato grazie al neo-presidente Botha. Il leader del Partito Nazionale aveva già iniziato un processo di smantellamento dell’apartheid, la divisione razziale tra i bianchi afrikaans, discendenti dei coloni olandesi, e le persone di colore. Botha era altresì ben conscio del peso politico a livello interno e estero che Mandela aveva assunto durante gli anni della prigionia.

La storia dopo la sua liberazione è fin troppo nota. Il famoso film Invictus, con un magistrale Morgan Freeman diretto da Clint Eastwood, racconta per l’appunto il processo di integrazione tra coloni e autoctoni dopo la messa al bando dell’apartheid. Mandela fece infatti largo uso dei simboli per riunire la nazione sotto una bandiera e dei valori comuni e questa strategia politica coinvolse anche il rugby.

Durante la sua prigionia, Mandela si chiuse in un silenzio che paradossalmente lo elevò a leader per i contestatori. Di fatto, non chiese tale potere ma la prigionia lo consacrò a mito benevolo e difensore dei diritti umani dei neri sudafricani. Questa fama gli valse anche il Premio Nobel per la Pace nel 1993 e l’ammirazione dei leader mondiali che hanno fatto a gara per poterlo incontrare. Prima di essere incarcerato, Mandela era però solo uno dei tanti combattenti della ANC, il movimento di guerrilla anti-apartheid finanziato in parte dall’Unione Sovietica.

L’idealizzazione di un leader imperfetto

Alla luce degli avvenimenti delle ultime settimane, riguardo a statue da rimuovere e libri di storia da riscrivere, anche questi episodi della vita di Mandela potrebbero essere invocati per distruggerne il mito. E forse non sarebbe così negativo.

Non che il leader anti-apartheid non abbia avuto degli evidenti meriti in materia di diritti umani, ma si trattava pur sempre di un uomo politico che commise i suoi errori. Mandela non prese posizione contro l’AIDS/HIV fino al 2005 e la povertà rimase diffusa tra i sudafricani di colore. Non c’è da scandalizzarsi, ma da riconoscere che i leader politici sbagliano e che la società non dipende unicamente da loro. Un leader può emanare una legge contro l’evasione fiscale, ma il popolo può continuare a chiedere di non emettere fattura. Noi italiani ne sappiamo qualcosa. Ai leader si affibbiano tuttavia i titoli di superuomo o superdonna ed è bandita l’indulgenza nei loro confronti. Non possono, non devono sbagliare.

Da quella che Nietzsche descrive come la “morte di Dio”, il mondo occidentale ha ingaggiato una corsa per trovare nuovi dei da poter venerare. Dopo la morte di Dio, ci ha pensato la società a stilare la sua lista di santi. La Ragione illuminista, Churchill, Colombo, e l’elenco potrebbe continuare. Quest’angoscia esistenziale ci porta a edulcorare o rimuovere, ad esempio, il razzismo di Churchill. Le statue sorgono sulla tensione degli esseri umani a porsi dei modelli sanificati e santificati per orientare il proprio comportamento.

L’idealizzazione di qualsiasi persona, non solo degli esponenti della sfera pubblica, è sempre rischiosa. “Non ero innamorata di lui, ma dell’idea di lui” avvicina questo concetto alla nostra vita quotidiana. Quando si risveglia la capacità critica, le sublimazioni cadono, così come tutti i valori.

Mandela e Che Guevara

Dio della lotta al capitalismo, divinizzato su magliette e poster venduti dal capitalismo, Che Guevara incarna il diavolo per le classi reazionarie europee e statunitensi.

Agli occhi degli Usa, Mandela e Guevara erano dei comunisti. D’altronde, il sudafricano aveva stretti rapporti con Fidel Castro, compagno di Guevara e Presidente di Cuba dal 1976 al 2008. L’ANC era stato finanziato dall’Unione Sovietica e Mandela rimarrà sulla lista nera degli Usa fino al 2008. Per di più, il leader sudafricano era apertamente anti-americano e si schierò contro la guerra in Iraq e a favore di Saddam Hussein. Diretta eredità di Mandela è l’adesione del Sudafrica al BRISC nel 2006, l’organizzazione delle economie emergenti, che conta tra i suoi membri acerrimi nemici degli Usa come Russia e Cina.

Mandela combatteva contro la segregazione dei neri in Sudafrica da parte dei coloni olandesi, Che Guevara contro le ingerenze colonialiste degli Usa in Sudamerica. Entrambi si battevano contro l’imperialismo bianco che recideva qualsiasi spazio di autonomia in nome di una superiorità economica e morale. Due visionari, uno è un paladino e l’altro un mostro. Com’è possibile? Alla stregua dei fatti, entrambi avevano rapporti con l’Unione Sovietica, anche se Guevara aveva una visione maoista.

Il ruolo che Mandela assunse nel proteggere gli interessi commerciali dei bianchi costituisce tuttavia la discriminante tra i due. Solo la sua liberazione e la sua elezione avrebbero attenuato le rivolte sociali che stavano sabotando la ricchezza delle potenze occidentali, della Germania in particolare. Le rivolte stavano privando il mondo occidentale dei loro schiavi.

Mandela “fu l’uomo del compromesso”, come ricorda Maria Grazia Bruzzone su LaStampa. Permise ai neri di ottenere diritti e ai bianchi di mantenere i propri commerci. La segregazione sociale ed economica fra neri e bianchi non venne però sanata dato che avrebbe comportato l’emancipazione dei neri da ruoli professionali subordinati.

Barack Obama elogiava Mandela per la sua difesa dei diritti umani, ma i cittadini dello Yemen morivano, e continuano a morire, sotto i razzi dei droni americani. Il buon cuore è una percentuale irrisoria, se non nulla, in queste faccende. I diritti umani purtroppo costituiscono sempre la scusa delle nazioni occidentali per giustificare il loro supporto a chi prima additavano come Satana. In occasione dell’anniversario per la morte di Mandela, lo stesso Obama loda Mandela per la sua capacità di scendere a compromessi con gli aguzzini bianchi.

Nonostante i suoi sbagli e le logiche machiavelliane dietro le sue vicende, ci dobbiamo chiedere se serva anche oggi un leader come Mandela. Qualcuno che sia in grado di guidare moralmente le proteste per mettere fine al razzismo sistemico negli Usa e a quello meno pubblicizzato europeo. Il grave problema odierno è la mancanza di un leader, elemento fondamentale per la tenuta di un partito o di un movimento.

Si vede bene in Italia. I partiti in cima ai sondaggi possiedono una leadership energica che manca ai movimenti anti-razzisti e alla maggioranza degli altri partiti. Occorre tuttavia domandarsi se si sia disposti a dare fiducia a un leader che, come Mandela, commetterà alcuni errori e dovrà fare dei compromessi.

Immagine di copertina: Mandela e Clinton a Washington. Fonte: Wikimedia Commons.
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