Ci sono mestieri che non “capitano tra le mani”, come si dice di alcuni, che magari ci si ritrova a farli per insegnamenti o perché ci si è cascati dentro. Vocazioni vere e proprie, non semplici modi per portare a casa il pane ma impieghi che diventano la tua vita che senza i quali, probabilmente, non sarebbe più la stessa. Si è spento a 74 anni Vittorio Zucconi, giornalista simbolo del racconto “all’italiana”, un professionista che c’era, sapeva esserci e, soprattutto, non si tirava mai indietro.

Risiedeva ormai stabilmente da tempo a Washington, lui che il corrispondente l’ha fatto per tutta la sua carriera, raccontando l’Europa, gli Stati Uniti ed i grandi eventi politici. Affetto da un grave male, lascia nella sua abitazione americana tutto lo sconforto di una presenza importante che se ne va: inviato per Repubblica, direttore del sito della stessa testata, collaboratore per La Stampa ed Il Corriere della Sera e station manager di Radio Capital, un uomo che del giornalismo ha fatto il suo mondo a 360 gradi.

Vittorio Feltri, collega ed amico, ha detto di lui che “viveva il giornalismo, non lo interpretava”. Capace, si dice, di “scrivere” i suoi pezzi a voce, quando non aveva addosso il suo taccuino e quando ancora la notizia non scorreva sul web come oggi e non si poteva battere a macchina ovunque. Zucconi, figlio di Guglielmo Zucconi, altro illustre giornalista, era quindi in grado di raccontare i fatti mentre stavano avvenendo, di getto, senza pensarci, qualità principe di ogni cronista che, del fatto reale, dell’accadimento, deve coglierne l’immediatezza.

Un professionista che della narrazione aveva fatto la sua passione: a Cuba aveva seguito il Papa in silenzio, senza avvertire la testata che era arrivato, onde evitare di perdere la sacralità del momento. Prese, una volta, una camera d’albergo sotto la stanza della moglie di un condannato, per raccontarne i rumori e la sofferenza, per dare al caso un volto più umano. Perché Zucconi era questo, uomo prima che giornalista. I colleghi che lo hanno ricordato parlano di lui come “sempre uguale”: uguale alle riunioni, uguale alle cene, uguale in redazione e uguale con gli amici, non c’era differenza. Un cronista lo deve sapere: per quanto sia particolare quello che accade attorno, deve sempre e comunque mantenere la lucidità di saperlo raccontare.

La radio, poi, era per lui quasi un modo per divertirsi, un ambiente dove spesso era solito prendersi in giro davanti ai microfoni, scomponendo l’ansia della diretta. Ma cosa ha significato quindi Vittorio Zucconi per il giornalismo italiano? In un’epoca in cui il mestiere del giornalista è più che mai svilito (dal web, dai social, dagli smartphone e dalle fake news) ha insegnato come, per essere sempre aggiornati, pronti e scattanti, non serva la tecnologia quanto la capacità di saper parlare e di saper scrivere, non solo quando è richiesto ma soprattutto quando non è dovuto.

Autore anche di saggi, della scrittura stessa ha fatto la sua vita. Perché fare il giornalista non è un filtro su Instagram o una notizia in 140 caratteri. Chi vuol fare questo mestiere si prepari, Vittorio Zucconi l’ha insegnato come solo un professore sa fare: nessun palcoscenico, tutta ombra, solo la voglia di raccontare chi siamo, chi eravamo e chi potremmo diventare.

 

Immagine di copertina, da sinistra a destra: Michele Serra, Vittorio Zucconi e Massimo Gramellini.
Ph. Tommaso Tani