Nel 1866 Gustave Courbet, affascinato dalle fotografie erotiche di Auguste Belloc, dipinse un quadro che destò un certo scandalo: L’origine du monde presenta, in primo piano e con grande realismo, una vulva adagiata lascivamente, icona dell’origine del mondo, appunto, e simbolo della sessualità intesa come gioia di vivere, speranza, potere creativo. Il dipinto, commissionato con ogni probabilità dal diplomatico turco-egiziano Khalil-Bey, si colloca sul confine tra arte e pornografia, perlomeno per i canoni dell’epoca: la straordinaria raffinatezza della pittura di Courbet e la sua impressionante tecnica esecutiva, che ha evidenti rimandi a maestri quali Tiziano e il Veronese, fanno sì che unanimemente sia prevalso il pregio estetico dell’opera rispetto al suo contenuto sensu stricto.

Gustave Courbet, “L’origine del mondo” (1866), olio su tela. Musée d’Orsay, Parigi. Fonte: Wikimedia Commons.

La rappresentazione degli organi genitali, maschili e femminili, è in realtà un topos ricorrente nella storia dell’arte antica e moderna: è rilevante osservare, tuttavia, che mentre quelli maschili sono da sempre esposti con dovizie di particolari – pensiamo alla statuaria greco-romana ma anche al David di Michelangelo, giusto per citare un esempio noto a tutti – i genitali femminili sono solitamente velati, castrati, occultati e forse è proprio il quadro di Courbet la prima opera d’arte occidentale ad averli messi in evidenza senza alcun tipo di censura. D’altra parte, la stessa parola vagina è altrettanto assente anche nella letteratura “alta” del Vecchio Continente: se escludiamo alcune opere vernacolari in cui il termine campeggia nelle sue varianti più volgari (pensiamo ai Sonetti del Belli o alle nomenclature bizzarre dell’Aretino che la indica talvolta come vaccina o ancora come vitella) bisognerà attendere gli anni Novanta del secolo scorso e, in particolare, i celebri Monologhi di Eve Ensler per avere un autentico sdoganamento della parola impronunciabile tanto nella produzione letteraria quanto nel linguaggio corrente. 

E se già da qualche anno, nella remota Islanda, esiste il Museo del Pene, fondato nel 1974 dal professor Sigurdur Hjartarson e ampliato nel 2012 con il trasferimento in una nuova sede a Reykiavik, è invece recentissima l’apertura del primo museo al mondo dedicato alla vagina: il Vagina Museum, inaugurato lo scorso 16 novembre nel cuore di uno dei luoghi simbolo di Londra, il Camden Market. Concepito dalla sua ideatrice, l’esperta di comunicazione scientifica Florence Schechter, come un luogo di promozione della consapevolezza anatomica femminile finalizzato a contrastare luoghi comuni e tabù, il Vagina Museum vuole porsi come contesto di facilitazione, confronto e discussione su temi afferenti al femminismo e ai gender studies, con particolare attenzione alle tematiche LGBTQ+. Nella sala principale del centro museale verranno organizzate esposizioni temporanee che affronteranno diversi aspetti importanti: il controllo politico e sociale del corpo femminile, la rappresentazione e gli stereotipi di genere ma anche la salute e la prevenzione delle malattie genitali. La prima mostra s’intitola infatti “Muff Busters: Vagina Myths and How To Fight Them” e ha per obiettivo la decostruzione di una serie di leggende metropolitane che riguardano l’anatomia genitale femminile. 

Florence Schechter, Zoe Williams e Sarah Creed. Ph. Angus Young. Courtesy of Ufficio Stampa-Vagina Museum.

Forse qualcuno ricorderà “A whole other hole”, l’esilarante puntata della seconda stagione di Orange is the New Black in cui emerge il convincimento duro a morire di molte delle protagoniste sulla sostanziale coincidenza tra vulva e uretra; dall’idea che solo le donne abbiano la vagina alla convinzione, ancora molto diffusa, che l’uso di tamponi durante il ciclo possa compromettere la verginità, sono davvero tanti i misteri che tutt’oggi avvolgono l’anatomia genitale femminile, il ciclo mestruale, l’apparato riproduttivo. Lo scopo di questo allestimento, a cura di Sarah Creed, è proprio quello di scardinare tali miti pubici attraverso l’informazione e la divulgazione scientifica; non a caso, nel comitato del Vagina Museum figurano attiviste ed esperte di studi di genere ma anche scienziate, ginecologhe, antropologhe.

La mostra attualmente in corso al Vagina Museum di Londra. Ph. Angus Young. Courtesy of Ufficio Stampa-Vagina Museum.

Non manca nemmeno l’aspetto creativo, naturalmente: ogni mese il Museo ospita un artista visivo o performativo le cui opere afferiscono alle tematiche di genere e alla rappresentazione del femminile. Per questo primo mese di apertura, la protagonista dell’arte è Charlotte Wilcox, illustratrice e designer particolarmente sensibile alle tematiche di genere e all’inclusività.

Ricco e interessante anche il bookshop dove è possibile acquistare non solo saggi, romanzi e libri illustrati sulla storia delle donne e del femminismo ma anche cartoline, segnalibri, gadget di vario genere, tutti rigorosamente a tema vagina. Un modo divertente e leggero per implementare la mission di questo museo sui generis, ad ingresso totalmente gratuito, frutto della determinazione di giovani donne brillanti e perspicaci.

In copertina: l’ingresso del Vagina Museum a Camden Town, Londra. Ph. Cristina Cassese. Immagine secondaria: il bookshop del Vagina Museum. Ph. Angus Young. Courtesy of Ufficio Stampa-Vagina Museum.
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