La mutilazione genitale femminile (FGM) è una pratica risalente all’antico Egitto. Inizialmente le schiave vi venivano sottoposte per controllarne la vita sessuale. Tuttavia, il femminismo del secolo scorso ci insegna che controlla il mondo chi possiede il potere sulle possibilità riproduttive delle donne. La FGM venne infatti estesa in breve tempo a tutte le donne e, come sostiene Michel Foucault, il potere travestì il controllo da tradizione.

Mutilazioni genitali femminili: quali e quante

Nella categoria delle mutilazioni rientrano quattro procedure. La più semplice è l’infibulazione al-sunna o circoncisione, in cui viene asportata la punta del clitoride con la fuoriuscita simbolica di sette gocce di sangue. C’è poi l’escissione al-wasat che prevede l’asportazione del clitoride e il taglio totale o parziale delle piccole labbra. Nella circoncisione faraonica vengono invece rimossi il clitoride, le piccole labbra e parte delle grandi labbra con cauterizzazione, operazione medica di bruciatura usata in chirurgia per rimuovere escrescenze cutanee e piccoli tumori; a questo punto, la vulva viene cucita quasi nella sua totalità, lasciando un foro per la fuoriuscita di urina, sangue mestruale ed eventuali neonati. Naturalmente, è tramite lo stesso foro che avverrà la penetrazione durante gli atti sessuali. La quarta categoria comprende invece tutte quelle pratiche che prevedono un perforamento dell’area, l’introduzione di materiale corrosivo, tatuaggi e taglio del pavimento vaginale. Il clitoride è l’equivalente femminile del glande, sede di innumerevoli terminazioni nervose che consentono alla donna di provare piacere durante il rapporto sessuale. Con l’escissione del clitoride e la sutura della vulva, non solo la donna non potrà raggiungere l’orgasmo, ma proverà un dolore inimmaginabile durante la penetrazione, per non parlare dell’altissimo rischio di morte durante il parto. Questa procedura “chirurgica” espone inoltre al rischio di infezioni mortali a causa delle scarse condizioni igieniche in cui viene performata. Il simbolo per la Giornata Mondiale contro le mutilazioni genitali femminili è infatti un rasoio improvvisato a bisturi.

Una mamma con la sua bambina in Sierra Leone Photo by Annie Spratt on Unsplash

A seconda dei paesi e della tradizione, l’età in cui le bambine vengono sottomesse a questa pratica varia. In Nigeria e in Gambia viene realizzata sulle neonate affinché la vulva possa ricucirsi definitivamente prima del matrimonio, che di solito avviene tra i 13 e i 16 anni. Nel 2012, l’Onu ha provveduto a redigere un documento contro la FGM, incassando il sostegno di Europa, Unione Africana e Organizzazione Islamica per la cooperazione. L’Onu ha preso l’impegno di eliminare qualsiasi pratica di mutilazione genitale femminile entro il 2030, ma la strada è ancora lunga e parecchio in salita. Solo lo scorso 16 gennaio le donne del Sierra Leone hanno protestato contro la FGM e i soweis (i “tagliatori”) locali hanno condannato la mutilazione femminile durante una cerimonia ufficiale. Nonostante la FGM sia praticata in 28 paesi africani, 25 di questi la ritengono fuorilegge. Tuttavia, questa procedura viene realizzata principalmente nei villaggi rurali dove il sistema tribale ancora in vigore sfugge allo Stato.  L’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS) stima che siano 200 milioni le vittime e che 3 milioni di bambine siano a rischio ogni anno. Le tribù, specialmente Masai, che mantengono viva la FGM sono convinte che questa rientri nelle sunne del Corano. Ciò ha causato un ulteriore inasprimento della percezione occidentale dell’Islam. Tuttavia, Maometto non tollerava la violenza sulle donne e nel Corano non compare nessuna sunna che promuova la FGM.

La storia di Jaha

Il Guardian ha seguito Jaha Dakureh, donna gambiana sottoposta alla FGM ancora neonata. Jaha si è trasferita negli Stati Uniti da adolescente per sposare un ragazzo di New York a cui era stata promessa in sposa all’età di otto anni.  La prima notte di nozze è stata seguita da una sex advisor che l’ha informata per la prima volta della pratica a cui era stata sottoposta e del dolore che avrebbe provato durante il rapporto sessuale. Jaha è scappata in Georgia, dove nel 2014 ha lanciato una petizione su Change.org diretta all’allora presidente Barack Obama. In poco tempo, la sua iniziativa ha preso il volo e le firme sono aumentate in modo esponenziale. È stata invitata dai network statunitensi e ancora oggi lavora con le istituzioni gambiane per fermare la FGM. È entrata in rotta di collisione con la generazione precedente alla sua, soprattutto con suo padre che ritiene la pratica insegnamento del Corano. Ciò che sconcerta è che l’infibulazione sia praticata da donne “tagliatrici” che godono di immenso prestigio sociale. Jaha ha chiesto alle donne del suo villaggio come mai non si scaglino contro un’atrocità del genere. “Non possiamo combatterla perché non siamo educate” le ha risposto una, evidenziando il sintomo di un sistema in vigore anche in Europa fino agli anni Sessanta. Senza educazione, senza conoscenza, non può nascere consapevolezza né del proprio corpo né delle proprie esigenze ed è impossibile migliorare la propria condizione. L’ignoranza, così come l’indottrinamento scolastico, sono alla base di qualsiasi sistema tirannico.

FGM fra tradizione e riti di passaggio

Quando un sistema governativo come una dittatura o una monarchia attua pratiche incivili per mantenere il potere, è più semplice scagliarvisi contro. Nel caso della FGM non esiste più alcun establishment dispotico da combattere se non quello della tradizione. Quando non esistono volti specifici da contrastare, si dichiara guerra agli usi e i costumi, nemici alquanto più temibili. Le pratiche culturali sono estremamente radicate nell’imprinting sociale dell’individuo e ribellarvisi comporta emarginazione e perdita di prestigio. In fin dei conti, le pratiche che ci legano ai nostri gruppi sociali vengono a stento messe in discussione.

Ho dovuto aspettare fino alla Prima Comunione perché mia madre mi portasse a fare i buchi al lobo. Per lei, gli orecchini erano sinonimo di donna e le bambine che già li portavano avevano avuto rubata una parte d’infanzia. Nonostante l’impazienza di crescere mi facesse invidiare le bambine che portavano gli orecchini dalla nascita, non ho mai pensato di ribellarmi a questa tradizione familiare. Per di più, non bramavo d’essere come loro, ma solo la loro possibilità di portare gli orecchini. Mi fidavo del giudizio di mia madre, come la maggior parte delle bambine a otto anni. Comunione sta a buchi alle orecchie come patente sta a maggior età. Quando io mi sono fatta i buchi alle orecchie, Jaha è stata informata dei suoi doveri coniugali. Si tratta di riti di passaggio dal valore simbolico che non possiedono alcun valore intrinseco ma che acquisiscono significato in relazione ad un contesto e ad una condizione ben precisi.

La mutilazione genitale femminile funziona secondo lo stesso principio in 28 paesi dell’Africa sub-sahariana, in Yemen e Iraq.
Quando Jaha ha iniziato la sua battaglia contro la nemica invisibile detta “tradizione”, non erano ancora state sperimentate pratiche di de-fibulazione. La sutura della vulva era considerata irreversibile. Tuttavia, nel 2017 la dottoressa Ivona Percec ha condotto la prima operazione di de-fibulazione con successo e la ricerca medica ha fatto enormi progressi. Con i movimenti migratori, anche in Italia si stima siano presenti tra le 61mila e le 80mila vittime e la chirurgia ginecologica deve far fronte a una sfida che restituisca a queste donne il diritto a disporre del proprio corpo e della propria vita sessuale. In un mondo sempre più globale, i problemi di uno sono i problemi di tutti e affrontarli insieme dovrebbe diventare la norma.

Immagine di copertina: From Unsplash.
© riproduzione riservata