Era il 2015 quando la Pixar Animation Studios creò un altro capolavoro: Inside Out. Il lungometraggio di animazione è la storia delle emozioni che prova una bambina prima, durante e dopo il trasloco, narrando la difficoltà del crescere, lasciandosi alle spalle l’età più bella, l’infanzia. La morale c’è e ci insegna che esistono le difficoltà, i dolori, la tristezza; questi sentimenti non devono essere annullati da una positività imposta dall’alto, ma vissuti e accettati perché ci sono momenti dell’esistenza in cui tutto può non andare bene.

Lo si legge ovunque. Sui social, sulle vetrine, sui blog: “Andrà tutto bene” è lo slogan scelto per affrontare questo periodo di forte crisi umana, il tutto accompagnato da un raggiante arcobaleno. Lungi dal voler spegnere questo ottimismo che va a ondate, fatto di simboli, arte da balcone e dirette della qualunque su Instagram, giunge però il momento di fare una riflessione. Sul perché ostinarsi a cavalcare forzatamente un ottimismo assoluto, sul perché ci sia la necessità di tramutare questa quarantena in un laboratorio di idee, creatività, attività molteplici e produttive.

Un lodevole articolo del New York Times vuole proprio tranquillizzare l’essere umano affermando che già in condizioni normali è difficile essere una macchina dedita al dovere che funziona alla perfezione; figuriamoci se non possiamo perdonarci la nullafacenza nel bel mezzo di una pandemia globale. Ed è qui il centro di questa riflessione: permetterci la tristezza, l’apatia, la routine tra divano e letto. Non deve per forza andare tutto bene; e come potrebbe con 27.682 morti solo in Italia, ventisettemila seicentoottantadue morti. E non importa la fascia d’età, sono i nostri sacrosanti morti. Famiglie dilaniate e dimezzate, madri e padri salutati velocemente tramite un telefono, nei casi più umani. E che ben venga la retorica del dolore e della disperazione poiché questo è il momento adatto per sentirsene avvolti.

Concita De Gregorio con una frase coglie perfettamente il sentimento di cui stiamo parlando: “Non andrà tutto bene. Andrà come deve, come può. Ma soprattutto: andrà come vogliamo che vada.”. Un’altra splendida riflessione è stata pubblicata dalla raffinata cantautrice Maria Antonietta:

“Non credo nella dittatura del positivo. No, non sono sempre felice, e no, non penso che andrà comunque tutto bene per tutti. Non è mancanza di fiducia nel mondo, nelle persone o nel futuro. Si tratta piuttosto di fare i conti con quei sentimenti scomodi di cui fare a meno, ma che esistono e continueranno a farlo. Dolore, paura, frustrazione, invidia, solitudine. (…) Non si trasformeranno in positivi, non c’è il trucco, ma si trasformeranno in legami più veri con le persone a cui li avete confessati.”.

E si ritorna così all’introduzione con il film Inside Out: disgusto, rabbia, paura e tristezza inevitabilmente cannibalizzano la gioia e dobbiamo solo accettarlo con più serenità possibile. Decidere di vivere la realtà per quella che è, al di là del pessimismo e dell’ottimismo, abbracciando ogni giornata con le sue sensazioni e i suoi contrasti, ci aiuta ad attraversare un periodo mai vissuto fin’ora. Essere continuamente in gara con se stessi, forzandosi di sorridere e di trovare l’arcobaleno oltre la tempesta semplicemente non è una soluzione universale. Quando una relazione finisce o viviamo un lutto, l’unico modo per superarlo è metabolizzarlo con il tempo, assaporando intensamente e intimamente ogni fase che ci porta alla libertà e a una nuova consapevolezza individuale.

Non significa affatto che ci si debba crogiolare nella nullafacenza o nella disperazione; ma bisogna perdonarsi se non si è la versione migliore di noi stessi perché il mondo fino ad ora conosciuto deve cambiare, insieme alle abitudini, da una cena fuori al ristorante all’emozione di un viaggio. Criticare per trovare a tutti i costi un capro espiatorio non aiuta a risolvere un momento complesso che non ha necessità di essere risolto con ricette facilone, di pancia e populiste. Non è colpa di nessuno se la pandemia si è impadronita della nostra società, della quotidianità, del lavoro e, apparentemente, del futuro.

Forse, come in tanti hanno detto, questa quarantena, se accettata, può essere un’occasione per focalizzarci sui momenti di felicità più onesti e sinceri, a prescindere dalle apparenze e dalla routine. E probabilmente è vivendo appieno il sentimento opposto, la tristezza, che si può raggiungere una più serena lucidità di cosa abbiamo e di cosa davvero non ci serve.

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