“Gli Alleati si spartiscono la Germania e Berlino con il trattato di Postdam e nascono le Nazioni Unite”: solitamente in Italia il programma di storia di quinta superiore finisce con questo stesso ritornello. Alcuni professori si azzardano a rimembrare il fallimento della Società delle Nazioni del presidente americano Woodrow Wilson negli anni Venti: “Quella non aveva funzionato, l’ONU invece esiste tutt’oggi.” Ecco, noi di Artwave siamo convinti che la storia di questa istituzione mondiale meriti un approfondimento più accurato.

La Società delle Nazioni nasce nel 1919 con il Trattato di Versailles, su pressione del democratico Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti dal 1913 al 1921. Nel 1917, Wilson spinse gli Stati Uniti ad intervenire con successo nella Grande Guerra; uscitone vincitore, sperò di imporre l’egemonia economica e culturale statunitense in Europa, arginando nel frattempo il potenziale rivoluzionario bolscevico che si stava diffondendo dalla Russia. Nei suoi 14 punti presentati alla conferenza di Versailles, Wilson incluse anche la creazione di un organismo di cooperazione internazionale che conferisse un ruolo di primo piano alla diplomazia nella risoluzione dei conflitti. I maggiori paesi europei firmarono volentieri, più che altro per ottenere finanziamenti dagli Stati Uniti. Tuttavia, Wilson venne fermato dalla maggioranza repubblicana al Congresso, che proclamava “America’s First” in una politica isolazionista che evitasse d’intervenire nelle questioni europee. La Società delle Nazioni venne comunque istituita anche senza la firma di Wilson; tuttavia, rimase in mano di Francia e Inghilterra e non riuscì a risolvere la crisi sociale e culturale che avrebbe portato all’ascesa del fascismo e del nazismo. L’emblema della debolezza dell’organizzazione fu ben esemplificata dal Primo Ministro inglese Neville Chamberlain, che confuse il concetto di diplomazia con quello di resa, permettendo a Hitler di annettere l’Austria, i Sudeti e successivamente di invadere la Polonia nel 1939. La Società delle Nazioni si è risolta, perciò, in un niente di fatto per tre motivi principali: la politica isolazionista degli Stati Uniti, la sete di potere dei paesi europei e l’esclusione dell’Unione Sovietica per paura del contagio leninista.

Commissione della Società delle Nazioni. Al centro Woodrow Wilson e in primo piano sulla destra Vittorio Emanuele Orlando affiancato da Neville Chamberlain

Con la fine disastrosa della Seconda Guerra Mondiale, i vincitori vollero provare a “riscaldare la minestra”, come si dice delle coppie che si disfano e si rimettono insieme in eterno. Le Nazioni Unite nacquero quindi con l’intento di difendere globalmente i diritti umani fondamentali quali la libertà di espressione, la giustizia, una vita dignitosa e la pace. In realtà, il presidente americano Franklin Delano Roosevelt firmò il trattato d’istituzione delle Nazioni Unite a San Francisco il 26 giugno del 1945, ben prima che la guerra finisse. Tuttavia, la NATO si era di fatto già formata con il Patto Atlantico del 1941 e la Dichiarazione di Mosca del 1943 aveva segnato l’alleanza di Usa e Urss in ambito di sicurezza internazionale. Il 24 ottobre venne invece ufficialmente fondata l’organizzazione.
L’Onu evitò l’errore di escludere dai grandi tavoli mondiali la più grande potenza europea dell’epoca, ovvero l’Urss di Stalin. Anche il secondo sbaglio venne corretto, se non altro per l’estrema indigenza economica dei paesi europei. In quanto all’isolazionismo degli Usa, le guerre in Corea, Vietnam, Sudamerica e Medio Oriente rispondono in modo esaustivo al quesito.

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Da sinistra, il Primo Ministro inglese Winston S. Churchill, il Presidente Franklin D. Roosevelt, e il Premier Josef Stalin.

Ciò che ha generato più controversie dal 1945 ai giorni nostri è sostanzialmente il funzionamento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’organo in questione è il ramo esecutivo dell’organizzazione ed è formato da 5 membri permanenti (Usa, Russia, Cina, Francia, Inghilterra) e da 10 paesi scelti a rotazione tra i 193 membri. Il Consiglio ha il compito di esaminare situazioni problematiche segnalate dall’Assemblea Generale, organo prettamente consultivo. Tuttavia, i 5 membri permanenti possiedono il diritto di veto su qualsiasi risoluzione. Il diritto di veto ha negli anni fermato i lavori delle Nazioni Unite più volte, vanificando sia gli interventi dei caschi blu sul campo che quelli diplomatici. Molti paesi hanno invocato a gran voce una profonda riforma istituzionale all’interno del palazzo di vetro di Manhattan, sede dell’Onu dal 1948.

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L’Onu costituisce oggi una vetrina per chi vuole provare a portare una nuova visione nel mondo, come accaduto per l’intervento di Greta Thunberg lo scorso 24 settembre. I famosi “discorsi all’Onu” costituiscono, in qualche modo, un punto di arrivo per qualsiasi attivista che desideri dare risalto globale alla propria causa. Diventa perciò legittimo chiedersi se il potere dell’Onu si limiti a una mera pubblicità mentre la reale difesa dei diritti umani sta concretamente fallendo. Perfino voci interne all’organizzazione denunciano come non si stia facendo abbastanza per porre fine, tra gli altri, al genocidio della minoranza dei Rohingya in Myanmar. Ex impiegati hanno dichiarato a Vice News che le Nazioni Unite non intendono rovinare la narrazione di una transizione democratica guidata dal Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi.

Quello della Birmania è solo uno degli esempi in cui l’Onu viene accusato di mettere in secondo piano la difesa dei diritti umani. L’Onu è quindi ancora uno strumento valido o è destinato a fallire? Questa domanda è di difficile risoluzione, ma possiamo ricordarci del fallimento della Società delle Nazioni. Oggi le potenze europee sono più forti rispetto al secondo dopoguerra e sicuramente ambiscono ad avere sempre più risalto a livello internazionale: la Germania affianca la Francia al posto dell’Inghilterra, ma la sostanza rimane quella di una lotta per l’egemonia dell’Europa. La Russia di Vladimir Putin siede ancora ufficialmente nel Consiglio di Sicurezza, ma è stata sanzionata più volte da Usa ed Europa in un clima di tesa ostilità. Donald Trump, repubblicano, ha fondato l’intera campagna elettorale sullo slogan “Make America Great Again”; il recente ritiro delle truppe statunitensi dal contingente siriano e la politica dei dazi vanno in una direzione chiaramente isolazionista.

I fattori perché anche l’Onu fallisca nuovamente sono tutti presenti all’appello, ma perdere anche l’ultimo briciolo di coesione e diplomazia internazionale equivarrebbe a consegnare le chiavi del mondo in mano al caos. I diritti umani non sono ancora consolidati e riconosciuti in tutti i paesi del mondo: l’Onu ha bisogno di una riforma profonda che risolva le sue contraddizioni e lotte interne per affrontare le sfide di un mondo che assomiglia poco o nulla a quello di 74 anni fa.

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