Fu notoriamente Karl Marx a introdurre per primo nella storia il concetto di capitale. L’ideatore del comunismo e della lotta di classe ne parlava limitandolo alla sua accezione economica. Il capitale economico definiva dunque la disponibilità finanziaria del singolo, che dipendeva dalla classe sociale di appartenenza. La borghesia, i detentori dei mezzi di produzione, beneficiavano del sistema capitalistico, mentre i proletari possedevano solamente la propria progenie. Fino a Pierre Bourdieu, il capitale era una categoria olistica tramite cui definire i ceti e la società nel suo complesso.

Alla fine degli anni Novanta, il sociologo francese allarga invece l’analisi del capitale economico, inserendolo in un sistema alquanto articolato. Analizzando le disuguaglianze sociali della società frammentata di fine Novecento, Bourdieu elabora i concetti di capitale simbolico, culturale e sociale. Queste tre forme di capitale si affiancano e si intersecano con il capitale economico e tra di loro. La complessità del pensiero di Pierre Bourdieu è tuttavia solo apparente perché inscindibile dalla pratica. Di fatti, Bourdieu afferma che la cultura risiede interamente nella pratica, dove la teoria dei quattro capitali si dispiega in modo alquanto manifesto.

Il capitale simbolico

Secondo Pierre Bourdieu, gli esseri umani agiscono e classificano la realtà secondo schemi interiorizzati durante la socializzazione, ovvero durante la crescita. Il capitale simbolico è costituito dalle forme di potere invisibile che guidano le azioni umane. Si tratta ad esempio dei concetti di onore e prestigio sociale. Oltre a formare parte integrante dell’eredità famigliare, chi possiede questo tipo di capitale è in grado di esercitarlo su chi invece ne è privo.

La violenza simbolica costituisce il mezzo di questa imposizione; la classe dominante impone la propria visione del mondo e i propri schemi di classificazione alla società intera. Cosa definire prestigio sociale? Come classificare cosa sia onorevole? Chi delinea questi concetti ha la società in pugno e riesce a mantenere la propria posizione di preminenza sociale.

Bourdieu parla dunque di una ricchezza a tutti gli effetti. Per di più, la violenza simbolica permette di definire anche l’identità altrui. È l’arma di cui si sono fatte forti le potenze occidentali durante il neocolonialismo, il mezzo con cui la società patriarcale ed eterosessuale impone a donne e queer uno stato di subordinazione. “Se non ti metti una maglietta scollata, sei una poco di buono” è un esempio di violenza simbolica all’interno dei rapporti di genere.

Donna manifesta contro la discriminazione

Una donna manifesta contro le discriminazioni etniche e di genere a San Francisco. Photo by lucia on Unsplash

Il capitale sociale

Studiando le forme di discriminazione e di oblio sociale, Pierre Bourdieu conclude che ogni individuo possiede una rete di relazioni che ne determinano l’appartenenza a un preciso ceto. Chi cresce nelle fasce elevate della società, possiederà una fitta rete di relazioni prestigiose che gli permetteranno di realizzarsi da adulto. Sono relazioni coltivate all’interno di scuole esclusive, bar e luoghi di ritrovo precisi. Nella Milano degli anni Sessanta, così come in molti altri luoghi, era particolarmente in uso sostenere di conoscere un ragazza/o della “Milano bene”. Questo modo di dire sottintendeva un intero stile di vita, le conoscenze e le frequentazioni di una persona.

Nonostante le differenze sociali sembrino appianate nella società contemporanea, i ragazzi/e possiedono ancora una mappa mentale sui significati dei luoghi della propria città. Si sa cosa cerca chi a Milano il sabato sera si reca alle Colonne di San Lorenzo. Le differenze tra chi fa aperitivo in Moscova e chi alla Terrazza Aperol in Duomo sono nette. Si sa che le notti d’estate a Trastevere appartengono agli americani che praticano religiosamente binge drinking. I Parioli sono diversi dalla Magliana e via discorrendo.

Il capitale culturale

Secondo Bourdieu, ogni individuo acquisisce delle conoscenze e delle competenze durante il corso della propria vita. Tuttavia, alcune di queste vengono insegnate al bambino/a fin da quando è un embrione. Il capitale culturale implica infatti una chiara distinzione persino nel sesso del nascituro. Una volta nato, il bambino/a apprende tramite i genitori prima e gli insegnanti poi le cosiddette skills, abilità. Ovviamente, le classi abbienti dettano quali abilità siano fondamentali per avere successo e le trasmettono ai propri figli. Insomma, la legittimazione della cultura dipende sempre dalla classe dominante.

Gusto e corpo

Il gusto è per Pierre Boudieu l’estensione sociale del capitale culturale. I gusti cambiano a seconda della classe sociale di appartenenza. La musica fornisce un esempio illuminante in tal senso. È difficile che i ragazzi/e delle classi abbienti conoscano l’ultimo musicista underground, mentre i ragazzi/e delle classi meno agiate faranno fatica a distinguere Mozart da Chopin. È difficile che un ragazzo/a cresciuti in una classe sociale bassa riescano a comprendere i riferimenti d’opere d’arte moderna. In questa scena di Manhattan, Allen e Keaton mostrano come l’approccio a opere di arte contemporanea vari a seconda del proprio retroterra culturale.

Occorre tuttavia sottolineare che non esiste un gusto giusto e uno sbagliato, ma giudizi diversi su prodotti culturali. A seconda della propria classe di appartenenza e della propria istruzione, si produrranno opinioni diverse sulla cultura che si consuma. Per di più, si tratta per fortuna di conoscenze facilmente recuperabili al giorno d’oggi. Queste distinzioni si sono infatti affievolite soprattutto grazie alla pervasione delle informazioni tramite internet.

Il corpo è poi la manifestazione sensoriale del capitale culturale di ciascuno. L’abbigliamento e la gestualità costituiscono le due maggiori discriminanti in fatto di genere e appartenenza culturale. I punk degli anni Settanta prendevano una posizione netta nei confronti della società proprio a partire dalla moda e quindi dal proprio corpo. Generalmente, i maschi non indossano gonne e le femmine portano sempre una borsa con sè fin dall’adolescenza. Questi dogmi costruiti ma considerati “naturali” fanno parte del capitale culturale ereditato da generazioni. Anche se oggi l’attenzione sulle dinamiche di genere ha rilassato i dettami sul comportamento, l’abbigliamento costituisce ancora una chiara appartenenza sessuale. Se fosse altrimenti, non si noterebbero persone queer che passeggiano per strada. Invece anche gli occhi dei sostenitori della parità di genere ancora si voltano.

La genialità di Bourdieu

La teoria dei capitali diventerà mai obsoleta? La risposta non è certa. Probabilmente si deve tendere però verso un no secco. Se questi capitali costituissero dei compartimenti stagni e indipendenti l’uno dall’altro, si potrebbe pensare che la società contemporanea riuscirà prima o poi a eliminare le discriminazioni. Tuttavia, i quattro capitali sono irrimediabilmente intrecciati. Chi nasce in una famiglia con alto capitale economico, otterrà anche un consistente capitale sociale, culturale e potrà esercitare violenza simbolica su classi subordinate. Chi nasce in situazioni meno agiate, farà più fatica a farsi largo nel mondo perché dovrà necessariamente assumere la visione del mondo delle classi agiate. Dovrà dunque imparare degli schemi mentali secondo cui classificare la realtà che differiscono a quelli appresi in famiglia.

Molti immigrati che giungono sulle coste italiane sono laureati e possiedono un altissimo capitale culturale. Tuttavia, non hanno schemi mentali per orientarsi nella nostra società, una rete di relazioni che li aiuti a trovare un lavoro adatto a loro e non hanno alcun capitale economico. Bourdieu intuì che la possessione del solo capitale culturale non è sufficiente a garantire salvezza o una vita dignitosa. Dato che il mondo ha sempre bisogno di schiavi, parafrasando Socrate, il sistema sociale analizzato da Pierre Bourdieu non avrà soluzione a meno che le classi abbienti non riconoscano i propri privilegi, decidendo di allargare della propria visione del mondo.

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