Per me, che vivo esattamente dall’altra parte di Roma, arrivare alla Nuvola assume sempre una valenza particolare: quella cioè di un lunghissimo viaggio suburbano (Metro B, da Jonio a Eur Fermi, praticamente l’intera tratta). Mi immergo insomma nei meandri oscuri della città per uscire alla luce in un luogo lontano e sconosciuto. Per questo, ogni volta che mi avventuro fin lì, ho come questa strana sensazione di distacco dalla realtà, e di contiguo accesso a un segreto luogo della fantasia. Sarà anche la particolare fisionomia della costruzione: un’enorme e irregolare nube atmosferica dentro una teca trasparente. Sarà la grossa scritta rossa sulla facciata, le immense scale mobili, e poi il piano superiore, dove si entra letteralmente dentro la nuvola e le geometrie conosciute sembrano distorcersi e confondersi del tutto. Dove sono?, mi trovo spesso a chiedermi. Sarà anche che là dentro è pieno di libri, di quegli strani oggetti che di solito faticano così tanto a farsi spazio nel mondo. Più libri più liberi (da ora PLPL) mi dà sempre l’impressione di essere un luogo misterioso, quasi un non-luogo: c’è gente in fila dovunque, e poi altra gente che corre, e i bar sono stracolmi. È come essere in un classico sito di transizione, in una stazione, in un aeroporto, in un posto che forse esiste solo come astrazione. Magari è proprio così, e questa è un’immaginaria interruzione dalla quotidianità, da quella triste realtà dove dei libri sembra non importare niente a nessuno. Ecco perché mi piace andare a spasso per PLPL: è insieme straniante e confortevole. Come se abitassi un mio luogo della mente privato, eppure condiviso con tantissime altre persone.

Più libri più liberi 2019. ©Musacchio, Ianniello & Pasqualini.

In mezzo agli stand delle case editrici scorgo gente di ogni tipo. Ci sono, di mercoledì, molti bambini, ragazzini, adolescenti: probabilmente sono venuti con la scuola. La maggior parte di loro corre, si affretta. Sono tutti pieni di energia. Li guardo confuso, torturandomi di domande. Che cosa pensano i bambini della lettura? Leggono, e se sì, in futuro leggeranno ancora? Anche per loro perdersi tra i mille colori delle copertine è un’esperienza magica, proprio come per me, oppure vivono tutto questo soltanto come una noiosa gita scolastica? Non lo so – è così difficile entrare nella testa dei bambini –, però è bello immaginare che qualcuno di loro possa aver trovato tra gli stand quel libro che li conquisterà e che ameranno alla follia, quel libro che gli permetterà di far pace con la lettura – perché spesso la verità è questa: in molti devono fare pace con la lettura. Insieme ai miei colleghi di Artwave ci interroghiamo su cosa dovremmo fare noi tutti, la società, la scuola, per far sì che i bambini si appassionino alla lettura. Io cito qualche passo di Daniel Pennac. La lettura, dico, non può essere obbligata. E allora che si fa? È più facile farsi domande che trovare una risposta.

Comunque, qui la gente è numerosa, un’autentica folla, soprattutto nel weekend. Tra i corridoi stretti degli espositori si deve quasi fare a gomitate per passare o lanciare uno sguardo alle ultime uscite. La calca a volte è asfissiante, c’è bisogno di uscire un po’ all’aria aperta, di fare uno spuntino, di chiacchierare. In quegli attimi, di nuovo, ci si ferma a riflettere. Io mi perdo a immaginare vite, prendendo spunto da qualche volto che ho scorto tra la gente: qual è il rapporto che quell’uomo ha con i libri? Sembrava proprio essere un professore, ma magari mi sbaglio. I dati che escono periodicamente confermano sempre, come una condanna, che gli italiani non leggono. E allora da dove proviene tutta questa folla? Da dove è venuta fuori? È facile, stando qui, illudersi che quei dati tanto deprimenti si sbaglino del tutto. Ma sì, al diavolo i dati! La gente che legge esiste! Lo so, probabilmente è come chiudersi in una bolla, un fingere di non vedere, di non capire, ma in questo luogo della fantasia tutto è concesso.

Ci sono famiglie, uomini e donne di mezza età dai volti confusi e stralunati – alla ricerca forse di quella vecchia casa editrice di cui non ricordano al nome –, e poi ragazzi giovani e solitari che sbirciano di soppiatto i libri di nicchia di quella collana che gli piace tanto. Lo fanno timidamente, sperando quasi che nessuno li interpelli. Li immagino essere aspiranti scrittori, critici, giornalisti. È facile illudersi, qui, che anche la mia generazione sia una generazione di grandi lettori. Io mi identifico un po’ in tutti loro. Se passa qualcuno con in mano un libro che ho letto e amato, gli sorrido senza farmi vedere.

Gli stand dell’edizione 2019 di PLPL. ©Musacchio, Ianniello & Pasqualini.

La spaccatura – chi è qui perché ama i libri, chi è qui forse un po’ per caso – ogni tanto però la si percepisce: per esempio nel corso dei tanti eventi organizzati nella fiera. Ci sono infatti gli incontri super-pop, come quelli nella bellissima Sala Nuvola, pieni zeppi di gente, e al contrario quelli che si svolgono nelle salette appartate, dove si respira un clima più tranquillo, più intellettuale. Ma è giusto che sia così. La verità, penso, è che molte persone sono qui soltanto per un evento a cui magari partecipa un personaggio dello spettacolo che gli piace, oppure sono stati trasportati a forza da quel noioso amico tanto ossessionato dai romanzieri russi, o forse semplicemente non sapevano cosa fare nel week-end. Ma in fondo, chi se ne importa? È bello e basta che qui sia pieno di gente, no? La letteratura, e in generale la cultura, dovrebbe essere un enorme calderone nel quale aggirarsi alla rinfusa, un ascensore indefinibile, un insieme disomogeneo; è importante passare da una cosa all’altra, coinvolgere più gente possibile, non categorizzare se stessi né gli altri.

Ho salito e sceso le scale mobili che conducono al piano superiore un milione di volte. Dentro la nuvola il passatempo preferito è quello di mettersi in posa per una foto. L’ho fatto anch’io, d’altronde. Passo così dall’ennesimo giro di case editrici all’ennesima presentazione di un libro. Intorno a me volti stanchi, affaticati, allegri. Ogni tanto mi sfila vicino un personaggio famoso. Io però continuo a interrogarmi sui sentimenti degli sconosciuti. È un dialogo immaginario infinito. Cosa avrà comprato quel ragazzetto dalla faccia tanto soddisfatta? E quelle due donne che camminano vicine, così sicure di sé, chi saranno, delle giornaliste importanti, delle scrittrici?

Ci fermiamo spesso agli stand delle case editrici, conversiamo con editori e redattori. Il primo giorno, il mercoledì, sono tutti pimpanti. Nel weekend sono invece terribilmente stanchi. È un lavoro duro, il loro. Parlare con la gente del mestiere dà l’idea di quanto l’editoria sia un lavoro difficile e insieme affascinante, che conduce verso immense gioie come verso immense delusioni. Un’occasione come PLPL, penso, non è solo un’esposizione del proprio catalogo, ma anche, per alcune case editrici, del proprio essere più profondo, del proprio spirito, o meglio, del proprio corpo. Noi lettori di solito vediamo i libri e basta, cioè la forma finale di un processo lunghissimo. Qui possiamo scorgere l’intero macchinario, che è fatto di cervelli, mani, piedi, capelli. Per me è sempre divertente dare un volto a una casa editrice. Mi capita spesso di continuare ad associare un certo catalogo alla faccia del ragazzo che mi ha venduto un libro al loro stand, e che poi magari era solo un tirocinante. Chi lo sa. I libri, mi ripeto, sono vivi, sono carne pulsante. Camminiamo allora in mezzo a un groviglio di vita, fatica, delusioni, felicità, disperazione.

La Nuvola Convention Center di Roma. ©Musacchio, Ianniello & Pasqualini.

Riguardo ai libri, la cosa che ogni volta mi colpisce di più sono i colori delle copertine. Così tanti, così diversi fra loro: mi sento quasi come se facessi parte di un grande carnevale. È tutta una finzione?, mi chiedo. Ma non è la letteratura stessa la finzione più grottesca? Qui è un enorme labirinto. Lettere dell’alfabeto e numeri indicano le postazioni delle case editrici. Quelle più conosciute hanno a disposizione uno spazio più grande, sempre pieno di gente, quelle meno famose devono chiudersi invece in un piccolo anfratto, che però immagino divenga una sorta di casetta per la gente che ci lavora. In questo labirinto capita spesso di perdere la bussola: non sai bene dove ti trovi. Ma quante case editrici ci sono? Compro dei libri, spendo più soldi di quanto avrei potuto, eppure quei volumi, per quanto diversissimi, saranno accomunati per sempre, come degli orfani dai caratteri opposti che vengono però dallo stesso orfanotrofio. Nella mia libreria, come faccio sempre, sistemerò i volumi comprati a PLPL l’uno vicino all’altro. I libri, penso, hanno anche questo strano potere di rievocare qualcosa: in questo caso un luogo, anche se della fantasia, e un tempo.

Uscito dalla fiera, di domenica, fa freddo, ed è buio. Di sera la Nuvola è davvero molto bella. Io ho i miei libri nella borsa e sono felice.

Crediti immagine di copertina: ©Musacchio, Ianniello & Pasqualini.
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