Una storia, quella del Pride Month, che risale a ormai più di cinquant’anni fa, ma che continua ad essere più attuale che mai. Per comprendere la sua importanza e per non vanificare tutti i passi avanti fatti negli ultimi anni, è necessario tornare alle sue origini e ripercorrere le tappe che hanno segnato il movimento per la liberazione e l’emancipazione sessuale che ha cambiato per sempre la storia del mondo.

 

I Moti di Stonewall

 

«Noi siamo ovunque»

(Slogan dei manifestanti durante i Moti di Stonewall del 1969)

Sono passati cinquantuno anni dal giorno in cui è stata scritta la storia della comunità LGBTQ+.

Nella notte fra il 27 e il 28 giugno 1969 otto agenti della polizia, di cui solo uno in uniforme, fecero irruzione nel Stonewall Inn, un noto bar gay in Christopher Street, nel Greenwich Village di New York, arrestando decine di persone, accusate di indossare abiti femminili o semplicemente perché prive di documenti d’identità, oltre ad alcuni dipendenti del bar.

Lo storico locale Stonewall Inn di New York. Ph. credit: https://www.flickr.com/photos/skinnylawyer/

Nonostante gli avventori dei locali gay in città fossero abituati a queste retate e il personale fosse generalmente in grado di riaprire il bar nella notte stessa o in quella seguente, stavolta le autorità misero in atto un’irruzione del tutto immotivata, a tarda notte, scatenando la rabbia e le proteste dei presenti, ormai stanchi di anni di soprusi e intimidazioni, che organizzarono una vera e propria rivolta, quella che è passata alla storia, appunto, come rivolta di Stonewallmoti di Stonewall.
Questi consistettero in una serie di violenti scontri fra gruppi di omosessuali e la polizia a New York, che perdurarono per ben cinque giorni.

I dettagli sugli scontri sono in parte avvolti dalla leggenda, anche se è ormai certo che numerose persone vennero picchiate selvaggiamente o umiliate dalla polizia; mentre i dimostranti lanciarono bottiglie e pietre scandendo lo slogan “Gay Power!“. La folla, stimata in circa 2.000 persone, si scontrò contro oltre 400 poliziotti.

La polizia inviò rinforzi composti dalla Tactical Patrol Force, una squadra anti-sommossa originariamente addestrata per contrastare i dimostranti contro la Guerra del Vietnam (quelli, infatti, erano anche gli anni infuocati delle rivolte studentesche e del Sessantotto). Le squadre anti-sommossa arrivarono per disperdere la folla (vi ricorda qualcosa?), ma non riuscirono nel loro intento e vennero bersagliate da oggetti e frasi di scherno dei dimostranti.

Icona dei moti di Stonewall è diventata la donna transessuale Sylvia Rivera, che, seconda la versione più accreditata, dopo essere stata pungolata con un manganello, avrebbe cominciato la protesta gettando una bottiglia contro un poliziotto.

Una foto scattata durante un gay pride. Ph. Jesse Yelin. Fonte: Pexels.com

In seguito a questi fatti, si formò un vero e proprio Movimento di liberazione gay. Per la fine di luglio a New York si formò il Gay Liberation Front (GLF), che entro la fine dell’anno si sparse a macchia d’olio nelle città e nelle università di tutti gli Stati Uniti. Organizzazioni simili vennero presto create in tutto il mondo: Canada, Francia, Regno Unito, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Australia e Nuova Zelanda.

L’anno seguente, il 4 giugno del 1970, in commemorazione dei moti di Stonewall, il GLF organizzò una marcia dal Greenwich Village a Central Park, a cui presero parte tra i 5.000 e i 10.000 uomini e donne.

Da allora questo avvenimento viene considerato simbolicamente il momento di nascita del movimento di liberazione gay moderno in tutto il mondo. Per questo motivo il movimento LGBTQ+ ha scelto il 28 giugno come data della “Giornata mondiale dell’orgoglio LGBT” o “Gay pride“.

 

Le celebrazioni virtuali a causa del Covid-19

Vista l’eccezionalità del momento, quest’anno le celebrazioni si terranno tutte solo online. Per il Pride Month 2020 non è quindi prevista nessuna parata ma una serie di manifestazioni digitali. L’appuntamento più importante si terrà il 27 giugno con il “Global pride 2020”, una diretta streaming no-stop di 24 ore durante la quale saranno trasmessi spettacoli, esibizioni musicali, interventi da parte di attivisti e personaggi pubblici a favore dei diritti LGBTQ+.

Sabato 30 maggio, a Piacenza, era previsto il Piacenza Pride 2020, la prima parata in calendario in Italia per quest’anno. Anche questo evento, ovviamente, è stato annullato per via dell’emergenza sanitaria.
“Il Covid 19 – si legge sul sito Gay.it – ha scombinato tutti i piani per questo singolare Pride Month. Ma non per questo la comunità LGBT si è arresa. Le battaglie per richiedere pari diritti, una legge contro l’omotransfobia, il matrimonio egualitario, le adozioni e l’essere riconosciuti come famiglia non si fermeranno mai, nemmeno con una pandemia”.

Ph. Rosemery Ketchum. Fonte: Pexels.com

I dati allarmanti sull’omofobia, bifobia e transfobia nel mondo

Nonostante tutte le conquiste e i grandi passi avanti compiuti in questi anni verso l’uguaglianza e la parità dei diritti (soltanto nel 1990 l’Oms ha depennato dalla lista delle malattie mentali l’omosessualità e la transessualità), i dati sui casi di discriminazione e di violenza nei confronti del mondo LGBTQ non sono affatto rassicuranti e anzi compongono un quadro allarmante nel mondo e anche nella civile e progressista Europa.

(U.S. Air Force photo by Senior Airman Tabatha Zarrella/Released)

Per analizzare più da vicino la questione possiamo dare un’occhiata ai dati contenuti nel rapporto “State-Sponsored Homophobia 2019” curato dalla International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association (ILGA).

A livello mondiale, come si può evincere da questo rapporto, la situazione è ancora, nel complesso, preoccupante. Nel 2019 ci sono ancora 70 stati nel mondo in cui l’omosessualità è considerata illegale. Si tratta del 36% dei Paesi riconosciuti dall’Onu, vale a dire più di un terzo del totale.
Rispetto al 2017, secondo i dati ILGA, c’è stato solo un piccolo miglioramento e il numero di luoghi in cui gli atti omosessuali sono puniti dalla legge è ancora decisamente troppo alto. Così come drammaticamente alte sono le pene. In alcuni posti – come il Sudan, l’Iran, lo Yemen o l’Arabia Sauditasi può arrivare fino alla morte (in tutto sono undici i Paesi Onu in cui gli atti omosessuali consenzienti possono essere punti con la sentenza capitale). In altri Paesi – cinque in tutto, tra cui Uganda, Zambia e Guyanasi rischia invece il carcere a vita.

La criminalizzazione dell’omosessualità sembra quindi un fenomeno molto esteso soprattutto in Africa e Asia. È in questi due continenti infatti che si concentra la maggior parte dei Paesi nei quali atti sessuali consenzienti tra persone dello stesso sesso sono puniti dalla legge.

Il traguardo dell’eliminazione dell’omofobia passa anche dall’applicazione di forme di protezione dalle discriminazioni che persone omosessuali, bisessuali e transessuali possono subire in vari contesti della vita quotidiana. Anche su questo fronte la situazione globale è piuttosto diversificata. In alcuni Stati – secondo il rapporto ILGA – la Costituzione prevede questo tipo di protezione (ad esempio in Sud Africa, Portogallo, Bolivia, Messico, Ecuador e Svezia). Più comuni sono misure di anti-discriminazione generiche garantite per via di leggi ordinarie; sono previste in 53 stati e praticamente in tutti i Paesi membri dell’Unione europea. In tutti i casi, però, queste forme di protezione sono, a livello globale, presenti soltanto in una minoranza di Paesi.

Anche per quel che riguarda i diritti civili di queste persone, essi, nel mondo, sono tutt’oggi prerogativa di una piccola quota di Paesi (il 14% del totale per le unioni civili e il 13% per i matrimoni, secondo i dati ILGA). Diversa la situazione in Europa, dove le unioni civili o i matrimoni fra persone dello stesso sesso riguardano ormai la maggioranza degli stati. Da questo punto di vista, all’interno del Vecchio Continente si possono notare due spaccature, una più profonda fra l’Ovest, più moderno, e l’Est europeo, ancora in ritardo nel riconoscimento di questi diritti, e fra l’area mediterranea (Italia, Grecia, Croazia), che si muove più timidamente, e il Nord Europa, decisamente più avanti.

Come per i matrimoni e le unioni civili, il rapporto ILGA conferma che, per le adozioni da parte di coppie omosessuali, a livello globale, la situazione è molto simile (tra il 14% e il 16%, a seconda della forma di adozione presa in considerazione). Anche in questo caso, l’Europa si conferma un’area complessivamente virtuosa, anche se in modo disomogeneo. Il riconoscimento del diritto a qualche forma di adozione per le coppie e omosessuali (adozione congiunta o adozione del figlio del partner, avuto in una precedente relazione) è infatti prevalente solo nell’Europa settentrionale (con l’aggiunta di Spagna e Portogallo). Mentre nell’area mediterranea – Italia inclusa – e nel’Est europeo i sistemi legislativi non prevedono simili diritti.

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