Cari odiatori delle feste, inutile nascondere la testa sotto la sabbia: il periodo delle grandi abbuffate, delle reunion familiari, tra addobbi e canti tradizionali, è arrivato! Novembre sta finendo e con esso lo spartiacque tra i giorni autunnali di attesa e il vortice pre-natalizio che ad alcuni dona tanta gioia e spensieratezza, mentre ad altri provoca ansia e malinconia. Se poi siete nati negli Stati Uniti d’America tutto inizia molto prima, anticipato dalla festa di Halloween, per arrivare al Thanksgiving Day, il Giorno del Ringraziamento, che si festeggia l’ultimo giovedì di Novembre, per ricordare i padri pellegrini che nel 1621, a Plymouth in Massachussetts, raggiunsero l’America a bordo della Mayflower. La storia narra che, dopo un primo povero raccolto, con l’aiuto dei nativi americani che conoscevano bene la coltivazione di granoturco e l’allevamento dei tacchini, i primi europei oltreoceano ottennero abbondanti frutti per cui ringraziare il Signore insieme alla propria famiglia.

The First Thanksgiving Jean Louis Gerome Ferris. Fonte: wikipedia.org

Da quel primo Ringraziamento siamo arrivati al numero 398 nel 2019, e questo giorno, come i più inflazionati eventi festosi, si è caricato di altri significati, perdendone gli originali. Rimane quasi intatto il menù sulle tavole degli americani, tra tacchino cotto per ore, salse agrodolci ai mirtilli, torta di zucca, patate dolci e pane al granturco. In un mondo globalizzato e in cui le serie tv dettano le abitudini quotidiane di molti di noi, risulta davvero difficile non essere a conoscenza di queste tradizioni; basti pensare alle puntate incentrate sul Thanksgiving di Friends, Grey’s Anathomy, New Girl, How Met your Mother, per citarne solo alcune. Cucinare insieme mentre alla TV scorrono le immagini molto kitch della Parata di New York sulla 5th organizzata dai grandi magazzini Macy’s è la colonna portante che scandisce la giornata tra sonnolenza, dispute familiari, sospiri e divano.

Un episodio sul Ringraziamento dalla serie Friends. Fonte: booksqadgoals.com

Riposo e noia che precedono una giornata tutt’altro che rilassante, quella del Black Friday, il venerdì nero, la data che uno shipping-addicted ha ben presente nel calendario: ormai sbarcato anche in Europa, è il momento in cui il commercio apre le sue porte a folle di consumatori per acquisti forsennati a caccia dell’ultimo sconto. Tutto sarebbe iniziato proprio per colpa di Macy’s che nei roaring ‘20s, precisamente nel 1924, avrebbe deciso di dare ufficialmente il via alle compere natalizie facendo sconti eccezionali su tutta la merce. Niente di negativo, sembrerebbe: e allora perché parlare di “venerdì nero”?

Le ipotesi sono diverse, a partire dal colore nero con cui venivano registrate le entrate sui libri contabili, fino alla definizione proposta dalla polizia di Philadelfia che sottolinea il caos di un giorno in cui traffico e negozi vanno letteralmente il tilt a causa delle folle in preda alla frenesia. Comprare, comprare, comprare: questo è il mantra, l’unica cosa che conta davvero, e lo dimostrano le file di persone accampate al freddo fuori dai grandi magazzini, con il sapore della pumpkin pie ancora ben presente in bocca. Il consumismo e le leggi del marketing fagocitano, dunque, le credenze religiose e i costumi popolari, intaccando i ritmi annuali di quasi mezzo mondo e diventando vere e proprie tradizioni, così come il vestito rosso di Babbo Natale, cucitogli addosso da Coca Cola.

Scena dal film I love shopping. Fonte: cinefatti.com

Ed ecco che non solo i grandi colossi e gli e-commerce per eccellenza ma anche i piccoli esercizi commerciali iniziano a confrontarsi con la marea nera del venerdì più famoso di tutti, applicando affascinanti sconti e tentando anche il più ligio dei consumatori. A questo punto viene naturale riflettere su come si stia trasformando il significato delle Feste e sul perché vengano sempre più assimilate al profitto e alle leggi di mercato. Si potrebbe partire proprio dall’idea che ha portato il regista Tim Burton a realizzare uno dei suoi capolavori, Nightmare Before Christmas, in cui il Re delle zucche, Jack Skeleton, si ritrova a festeggiare un Natale che non gli è affine per natura, trasformandolo in un vero e proprio incubo. Burton spiega che l’ispirazione è arrivata proprio osservando gli esercizi commerciali e la velocità con cui passassero da vetrine e scaffali addobbati con zucche e decorazioni autunnali legate ad Halloween, per poi trasformarsi in un batter d’occhio in un trionfo di pungitopo, fiocchi rossi e babbi natale made in China.

Il reparto addobbi nei grandi magazzini di Macy’s, New York. Fonte: pinterest

L’intenzione non vuole essere quella di dare un parere naif e illuso sul significato delle feste: fa parte della tradizione lo scambio dei doni che implica senza dubbio la necessità di un acquisto e del coinvolgimento di denaro. Ma la corsa, l’affanno, la necessità di comprare il superfluo non aggiunge nulla alla vera atmosfera che questi giorni dovrebbero avere, ma anzi, ne distorce l’essenza, l’origine, la bellezza, tramutandola in stress e nervosismo, spreco e malata frenesia, dando man forte a logiche malsane e viziose. Invece di rinchiuderci nei centri commerciali, mangiando fast food spesso scadente, tra il vociare confuso della gente e musica a volumi altrettanto indigesti, sarebbe bello tornare al concetto di condivisione spontanea, considerando questo periodo come una privilegiata occasione per trascorrere del tempo di qualità con i veri affetti, lasciando da parte lavoro, e-mail, routine. Che poi sia cuocendo un tacchino, vedendo un film o ascoltando i best of dei vecchi canti, non importa: ciò che conta è avere le proprie tradizioni, a prescindere dalle leggi universali o dal Paese di appartenenza, che rendano il proprio nucleo di relazioni, tra famiglia e amici, unico e irrinunciabile: è proprio questo il motivo per cui dire grazie, anno dopo anno.

In copertina: un’immagine della puntata dedicata al Ringraziamento della serie New Girl. Fonte: bestproducts.com
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