Vi siete chiesti come mai gli amanti si baciano sulle labbra? O come mai usiamo l’ammorbidente? Roland Barthes, semiologo strutturalista, classe 1915, ha speso la vita intera attorno a questo tipo di domande per decostruire i rituali in cui la società francese di metà ventesimo secolo si era rinchiusa. Barthes riprende la semiotica di Ferdinand de Saussure, distinguendo nelle parole il significante e il significato. Il primo è l’oggetto fisico a cui il parlante si riferisce usando un determinato termine, mentre il secondo è la connotazione che la cultura linguistica ha attribuito a quell’oggetto. Una “mela rossa” non ha significato di per sé ma la lingua che gliene attribuisce uno. È la società parlante quella lingua che decide deliberatamente che la mela rossa è un frutto e che dunque è commestibile. E’ ancora la medesima che connota la mela rossa con l’uso simbolico che ne viene fatto. È la mela di Adamo ed Eva, quella avvelenata di Biancaneve, quella di Steve Jobs.

In particolare il libro Miti d’Oggi, pubblicato nel 1957, distrugge capitolo dopo capitolo le credenze acritiche dei nostri cugini d’oltralpe. Ad essere sinceri, dovremmo ammettere che questo libro riguarda anche noi. Ci sono dei miti che valicano i confini nazionali, investendo la vita quotidiana di molte società.

Roland Barthes. From Flickr

Barthes nasce a Cherbourg, una cittadina della Bassa Normandia. Ancora neonato, la guerra gli strappa il padre e la madre si trasferisce con il piccolo Roland da alcuni parenti a Bayonne, nella Francia dei Pirenei. Nel 1924 la madre decide di trasferire nuovamente la famiglia a Parigi, dove darà alla luce il figlio illegittimo di un ceramista. Nonostante la morale del tempo, la mamma di Roland si sposerà con un professore parigino e Barthes si sentirà sempre responsabile della sua felicità.

Nel 1934, durante un periodo di convalescenza per un attacco di emottisi, Barthes scopre i grandi classici della letteratura francese. Passa l’intera estate nei libri di Proust, Balzac e Baudelaire. L’anno seguente decide d’iscriversi alla Facoltà di Lettere Classiche della Sorbona. Nel 1943 conseguirà anche una laurea in grammatica e filologia, titoli che costituiranno la base della sua ricerca semiologica.

La sua delicatezza polmonare lo costringe più volte a letto, ricavando moltissimo tempo per i suoi studi e sfuggendo alla chiamata alle armi durante la Seconda Guerra Mondiale. Dedica la sua vita all’insegnamento, prima al liceo e poi nelle più prestigiose università europee. È durante una di queste convalescenze che si diffonde all’interno del sanatorio la notizia della sua omosessualità. Proprio grazie a questi momenti riesce a staccarsi dalla società per osservarla nel suo insieme e carpire le sue contraddizioni, i sensi che attribuisce alle sue azioni.

“Esiste solo un modo per sfuggire all’alienazione dell’odierna società: allontanarsi.”

Sono gli anni in cui lo studio dei comportamenti sociali muove i suoi primi passi dopo le pubblicazioni di Comte e le scoperte di Freud sull’inconscio. Lévi-Strauss e Todorov pubblicano i loro scritti più famosi e Barthes vi si immerge appassionandosene. Costruisce rapporti con molti intellettuali del secondo dopoguerra, di cui ricordiamo gli italiani Pasolini e Calvino. In particolare il secondo verrà più volte citato da Barthes per la sua capacità di mettere in dubbio i rituali e le fortezze razionali che gli esseri umani si costruiscono per convivere con il dolore.

Barthes si cimenta nella decodificazione del linguaggio e si accorge che è proprio la lingua quotidiana a portare in sé le ideologie del tempo. “È la storia umana che fa passare il reale allo stato di parola,” scrive in Miti d’Oggi. La parola è ciò che definisce la normalità. Se la storia conferisce al termine “omosessuale” lo stato di anormalità, il linguaggio ne risente ed è su questo che il nostro pensiero si fonda. Il mito è il modo in cui la Storia continua ad esercitare la sua influenza su di noi. Barthes invita a riflettere sulla norma, “l’uomo medio” e i suoi rituali personali e sociali, mettendo in dubbio la narrativa egemonica. Cosa vorrà dire “italiano” alla luce del COVID-19? Secondo il medico inglese Christian Jessen significa prendere una pandemia come scusa per farsi un riposino. Quali saranno le connotazioni della nostra nazionalità dopo questa esperienza?

black and white board

Thais Ribeiro from Unsplash

Barthes è uno dei primi a riflettere anche sulle immagini visuali. La cultura popolare dal secondo dopoguerra in poi inizia a fondarsi esponenzialmente sulla comunicazione visiva. Il linguaggio visuale, lo sappiamo bene noi affezionati ai social media, equivale alla parola. Ai giorni nostri, la normalità viene definita anche attraverso le foto che ricevono più like su Instagram. Le parole più utilizzate durante i tempi della cultura scritta equivalgono agli odierni post sui social. Lo studio di Barthes si concentra in particolare sulle copertine dei quotidiani francesi, come nel caso del ritratto di un bambino soldato di colore francese apparso su Paris Match nel giugno del 1955. Questo tipo di rappresentazione porta alla luce le contraddizioni della politica imperialista della Francia che, ancora nel secondo dopoguerra, conviveva con le rivolte nelle sue colonie africane. Al giorno d’oggi, un bambino soldato sulla copertina di un importante settimanale porterebbe in sé ben altre connotazioni. Al contrario, in quel contesto storica fomentava lo spirito nazionalista di una borghesia provata dalla guerra e bisognosa di riscoprire la sua grandezza attraverso la normalizzazione dell’Altro all’interno delle proprie categorie.

Paris Match no 326 1955

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