Nell’epoca digitale, il copyright è troppo spesso una materia sottovalutata. Quando pensiamo al diritto d’autore, tendiamo a riferirci ai libri, alle opere d’arte o alle fotografie. Molti studiosi dei media hanno invece iniziato una discussione sul carattere anacronistico delle attuali leggi sul diritto d’autore con la nascita del Web 2.0.

Per comprendere come mai la legislazione sul copyright sia considerata obsoleta, occorre risalire alla nascita di Internet che si sviluppa a partire dall’incontro della cultura hippie e yuppie nella California degli anni Sessanta. Gli hippies si battevano per un luogo che diventasse l’emblema della libertà d’espressione. Definivano questo spazio un’agorà elettronica, libera dalle norme dell’egemonia americana. Internet rappresentava per loro il luogo d’espressione della controcultura che si schierava contro lo spirito imperialista degli Stati Uniti in Vietnam. Gli yuppies, al contrario, non nutrivano la stessa vocazione umanista. Richiedevano invece un marketplace elettronico, dove lo stato non potesse controllare e regolare lo scambio di merci. Di fatto, il sogno degli yuppies era di portare all’estremo la cultura capitalista americana. Sembrerà a questo punto che hippies e yuppies abbiano ben poco in comune. Tuttavia, i due gruppi rientrano sotto quella che è stata definita da Barbrook e Cameron come Ideologia Californiana. I due accademici formularono questa definizione nel 1995 per spiegare come yuppies e hippies condividessero un’ideologia libertaria che ancora oggi costituisce il presupposto teoretico del web. Nonostante i due gruppi declinassero la libertà in modo diverso, l’uno con la libertà d’espressione e l’altro con quella del libero scambio, entrambi avevano una fede cieca nella tecnologia come mezzo di risoluzione per i mali della società. Questa convinzione è ciò che viene definito determinismo tecnologico, ovvero credere che al progresso scientifico e tecnico segua inevitabilmente anche uno sociale.
Nonostante internet sia nato dalle esigenze militari americane, in particolare all’inizio della Guerra Fredda, venne reso fruibile agli accademici nei primi anni degli anni ’70. Internet come lo conosciamo ora nacque dunque come uno spazio libero dove scambiare le proprie idee.

L’Homebrew Computer Club nacque in California durante gli stessi anni. Si trattava di un circolo di sviluppatori di software di cui facevano parte Jobs, Wozniak, Stallman e Gates. I suoi membri erano dediti allo sviluppo, al miglioramento e allo scambio di software su cui non veniva applicato nessun tipo di copyright. Quando la legge sulla proprietà intellettuale venne estesa anche ai software nel 1976, i puristi dell’ideologia hippie storsero parecchio il naso. Bill Gates scrisse invece una lettera all’Homebrew Club; ne scandalizzò i membri affermando che gli sviluppatori di software avrebbero dovuto smettere “di farne un hobby” e pretendere di essere pagati per le ore passate nei propri garage sparsi per gli Stati Uniti. In molti puristi si scagliarono contro il sentiero intrapreso da Gates ma la legge ormai era stata approvata e il proprietario di Microsoft aveva già lanciato un nuovo modus operandi.

File:Bill Gates Letter to Hobbyists.jpg - Wikimedia Commons

La lettera di Bill Gates agli “hobbyists,” i membri dell’Homebrew Computer Club che si schieravano contro l’estensione della proprietà intellettuale ai software.

Da allora si sono formati tre diversi approcci al copyright: i sostenitori del copyright, i difensori del copyleft (l’abolizione del copyright), e i sostenitori della licenza creative commons. La discussione attorno alla proprietà intellettuale viene addirittura definita “la guerra contemporanea” dagli accademici. 
Per comprendere il ruolo del copyright nella società digitale del Web 2.0 è fondamentale soffermarsi sui moderati, in particolare sull’iniziatore di tale filosofia: Lawrence Lessig, CEO di Creative Commons che applica l’etichetta “some rights reserved” ai contenuti del proprio database. I creatori di opere d’arte, fotografie, o  libri, possono utilizzare questa licenza ai propri lavori in modo da lasciare allo user la libertà di modificare o di riutilizzare il loro materiale senza rinunciare alla sua paternità. Ci sono varie licenze tra cui gli artisti possono scegliere e che permettono altrettanti gradi di libertà al consumatore.

File:Lawrence Lessig Headshot.jpg

Lawrence Lessig. Fonte: Wikimedia Commons.

Lessig è una vera e propria star del mondo accademico. Durante le sue conferenze giudica sbagliata la scelta di chi si scaglia contro il copyright; la proprietà intellettuale serve ad incentivare il creatore. Se questi non avesse garanzie e una certa forma di controllo sulle proprie opere, sarebbe frenato nella creazione di nuova cultura. D’altra parte non si trova d’accordo nemmeno con i sostenitori del copyright.
Nel libro The Social Media Reader (2008), spiega come le leggi sul copyright non mantengano il passo con l’innovazione tecnologica. Nell’era digitale, generiamo una copia ogni volta che accediamo alla cultura di massa. Tali leggi sono obsolete perché fondate sul consumo passivo della cultura. Lessig definisce invece quella attuale una read/write culture, ovvero una cultura che si fonda sull’assimilazione e sulla riproduzione delle suoi componenti. Basti pensare alla quantità di meme che un solo video virale riesce a produrre. Lessig sostiene che le attuali leggi sulla proprietà intellettuale non tengano conto della sottile, se non invisibile, linea di demarcazione tra produttori e consumatori digitali. C’è addirittura chi sostiene che i consumers siano ormai diventati prosumers, produttori e consumatori al tempo stesso.

“Leggi agli antipodi rispetto alla cultura di massa creano una generazione di criminali”, argomenta Lessig. La legge varia a seconda dello stato, ma di base la logica applicata sarebbe la seguente; se ripostiamo la creazione di un fotografo su Instagram e ne cambiamo il significato originale, aggiungendo per esempio un testo o una canzone, abbiamo tecnicamente creato un remix e violato anche il copyright. All’interno di una discussione che ancora non vede la luce infondo al tunnel, Lessig continua a chiedere che le leggi sulla proprietà intellettuale si concentrino sulle “attività significative.” Se accedere alla cultura digitale significa creare automaticamente una copia, la violazione del copyright non può più giudicare su questa base. La legislazione dovrebbe piuttosto valutare il contesto e i fini con cui tale copia viene generata. Di conseguenza, dovrebbe essere istituita una netta distinzione tra professionisti, che spesso rubano idee e creature altrui, e dilettanti (amateurs), che invece si appropriano della propria cultura attraverso un consumo attivo senza fini disonesti.

Immagine di copertina: Photo by Stanislav Kondratiev on Unsplash. Secondary Image: Photo by Umberto on Unsplash.
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