Il 17 maggio del 1865 veniva firmata la Convenzione Telegrafica Internazionale, che diede vita all’Unione Internazionale delle Telecomunicazione, oggi organo dell’Onu. La stesura di questo documento rivoluzionò il modo di fare informazione per i giornalisti e modificò persino lo stile di scrittura. Dato che le comunicazioni telegrafiche costavano parecchio e dovevano essere tradotte in codice Morse, i giornalisti iniziarono a scrivere articoli più succinti con un linguaggio diretto e preciso. La prosa cruda e la struttura delle frasi di Hemingway ne sono la prova. Oggi il telegrafo si trova solo tra le bancarelle scapestrate della domenicale Porta Portese romana o all’Est Market di Milano, ma la sua invenzione e uso diffuso diede il via alla rivoluzione elettronica che cambiò il volto della comunicazione.

Venne inventato negli anni Quaranta dell’Ottocento dalla fusione di un hardware, la macchina fisica, e un software, il codice Morse. Per questo motivo, non si può individuare il nome e il cognome di un inventore; fu invece un consorzio di professionisti a implementare e diffondere la nuova tecnologia. Grazie alla Convenzione, le agenzie di informazione (wire services) come Reuters, Associated Press, e la Stefani in Italia (che diventerà l’ANSA alla fine della Seconda Guerra Mondiale), consolidarono la responsabilità di ricercare informazioni a livello locale, per poi trasmetterle ai grandi quotidiani internazionali. Per questo motivo, oltre alle telecomunicazioni, oggi si celebra anche la società dell’informazione.

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Al giorno d’oggi, la rivoluzione digitale ha naturalmente preso il posto di quella elettronica. La maggioranza del mondo occidentale possiede un telefono cellulare con cui ricevere e creare conoscenza all’interno del mondo del web. Se pensiamo a Wikipedia, ci accorgiamo che l’utente è in grado di consultare ma anche di modificare una voce dell’enciclopedia. Su Instagram o Facebook si possono condividere informazioni e notizie locali che, se diventeranno virali, attireranno l’attenzione dei quotidiani nazionali. La comunicazione è diventata bottom-up, ovvero dal basso (l’utente) verso le grandi corporazioni di informazione. Questa dinamica ha creato l’illusione che le telecomunicazioni, internet e il digitale siano una forza democratica capace di realizzare la tanto agognata uguaglianza e promuovere eque opportunità.

Ci sono tante ragioni per cui Socrate chiederebbe una doppia dose di cicuta dopo aver sentito queste affermazioni. Ci soffermeremo però su quella più evidente a tutti durante il Covid-19: il divario digitale all’interno delle scuole italiane. Il remote learning ha evidenziato una forma di polarizzazione sociale 2.0. Già a marzo, l’Internazionale aveva definito il digital divide come la “zavorra” d’Italia. Uno studio dell’AgCom (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) del 2019 aveva evidenziato che il 97% delle scuole italiane risultava connesso ad Internet. Tuttavia, questa prima statistica non prendeva in considerazione la qualità della connessione. Da una ricerca più approfondita, è emerso che solamente l’11,2% delle scuole italiane possiede una connessione adeguata alle esigenze degli studenti. Ci sono anche due problemi più strutturali che contribuiscono al divario digitale: l’età media dei professori, che si aggira attorno ai 49 anni, e le battaglie di Tim e Open Fiber per installare la fibra nel territorio italiano.

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Gli insegnanti italiani sono i più anziani d’Europa. Il dato non è un male di per sé, ma lo diventa quando gli insegnanti non sono disposti ad adattare i propri metodi d’insegnamento a una platea studentesca che cambia, riflettendo la progressiva digitalizzazione della società. In Italia manca la media literacy, l’alfabetizzazione digitale, ovvero la conoscenza della grammatica dei cosiddetti hypermedia. Paradossalmente, molti insegnanti italiani sono più analfabeti dei loro stessi studenti in questo campo.

L’allora Premier Matteo Renzi aveva avviato nel 2015 la diffusione capillare della cosiddetta banda larga lungo la penisola. Open Fiber, la società ENEL e Cassa Depositi e Prestiti era stata deputata a realizzare il progetto. Tuttavia, è entrata da subito in concorrenza con Tim. Come per dimostrare che Nietzsche aveva formulato correttamente l’eterno ritorno dell’uguale, il progetto interamente italiano si è incartato tra pratiche burocratiche e cavilli legali tra le due aziende.

La didattica digitale ne ha risentito silenziosamente, fino a quando il Covid-19 ha evidenziato una disparità didattica digitale che si consuma tra scuole e tra gli studenti. Non tutte le famiglie sono infatti in grado di fornire un computer a ogni figlio. La polarizzazione sociale che ne viene originata è la forma di discriminazione del ventunesimo secolo. Il Covid-19 ha evidenziato che il mondo dell’istruzione italiana risponde alla logica del darwinismo più che all’ideale di garantire pari opportunità agli studenti. Vince chi è più attrezzato, chi possiede già privilegi ai posti di blocco quando l’arbitro sparerà il colpo d’inizio gara.

La società dell’informazione

Dato che le telecomunicazioni rivoluzionano la comunicazione, oggi si celebra anche la società dell’informazione. Scrivere di informazione in Italia è delicato; si tratta di un argomento su cui chiunque ha un’opinione e di cui in pochi hanno un’esperienza diretta. Le aziende e le organizzazioni che formano il quarto potere sono fondamentali per garantire la libera espressione. Negli Usa, si dice che il giornalismo è il watchdog, ovvero lo strumento che dovrebbe supervisionare l’esercizio del potere. “Holding the powerful accountable” significa chiarire e accertare le responsabilità dei potenti all’interno dello sviluppo della nazione e a livello globale.

Con lo sviluppo del digitale, i giornali tradizionali sono entrati in crisi. Il mondo dell’informazione ha dovuto rivoluzionarsi per salvaguardare la libertà e il diritto all’informazione, così come milioni di posti di lavoro. Testate di rilevanza mondiale, come The New York Times, The Guardian e Al Jazeera, hanno lanciato sperimentazioni con la realtà virtuale. Il giornalismo internazionale sta muovendo i suoi passi verso un formato audio-visivo. Gli articoli vengono letti a fatica e questo tipo di servizi offerti in pillole da dieci minuti su YouTube sono il giusto bilanciamento tra diritto d’informazione e la considerazione di nuove pratiche sociali. Il papà che si siede al tavolo aprendo il giornale mentre addenta un cornetto e sorseggia il caffè è un episodio ormai da telefono bianco. Se la cultura viene principalmente consumata su piattaforme digitali e in forma di breve video, è diabolico perseverare dentro i limiti del giornalismo tradizionale.

Questa riforma fatica a prendere piede in Italia. La maggioranza dei format giornalistici bloccano l’innovazione digitale, così come ostacolano l’entrata dei giovani all’interno delle redazioni. Molti giornalisti si lamentano ancora della mancanza d’interesse da parte delle nuove generazioni.

Tuttavia, programmi come Le Iene hanno molto successo tra i giovani, così come i video e gli articoli di ViceNews. Sostenere che le giovani generazioni non sentano la necessità di un’informazione corretta è un errore gravissimo. Più vero è che l’offerta non incontra la domanda. Le testate generaliste non possono presentare titoli e contenuti come quelli de Il Giornale e Libero su Silvia Romano ad una generazione globalizzata che (per fortuna) nemmeno si accorge del colore della pelle del proprio interlocutore (leggi l’articolo del nostro direttore editoriale Alessandro Mancini, oppure il commento della nostra editor Cristina Cassese sulla vicenda). Facciamo un esempio tratto da una storia vera: un nonno mostra una foto del bambino kenyano adottato a distanza al suo nipotino. Il bambino osserva la foto per poi voltarsi verso il nonno e chiedere: “Perché non ha le scarpe?” Quel bambino è diventato uno studente di politica internazionale. La nuova generazione vuole sapere perché ci sono persone senza scarpe e non è minimamente interessata al loro colore della pelle o questioni discriminatorie affini. Il mondo dell’informazione, essendo un servizio alla comunità, dovrebbe rispettare questo desiderio e anche la voglia di una modalità di fruizione diversa.

Il giornalismo del futuro in Italia

Molti giornalisti a difesa del giornalismo tradizionale assomigliano agli insegnanti testardi durante la digitalizzazione scolastica; presentano contenuti più che validi, ma in un formato che non accarezza il destinatario. Qualche direttore ha iniziato ad avviare la propria testata verso questo rinnovamento. Massimo Giannini a LaStampa sarà da tenere d’occhio durante i prossimi anni. Dal punto di vista dell’informazione televisiva, PropagandaLive di Diego Bianchi (La7) va nella direzione di rendere l’informazione più social. Il programma sceglie le informazioni della settimana tramite i commenti degli utenti di Twitter tra un mix di satira (con Makkox e ZeroCalcare) e giornalismo umano, nel senso che entra nelle case dei protagonisti delle storie che racconta. Il risultato appassiona parecchio e il programma ha creato la sua nicchia di affezionati.

Ci sono infine due esempi virtuosi di giornalismo made in Italy che meritano di essere menzionati, data la bassa età media della redazione. Il primo è ViceNews: la redazione italiana della testata newyorkese ha uno sguardo fresco sull’attualità, così come un canale YouTube in cui i suoi giornalisti incontrano e intervistano persone comuni su molti temi scottanti come il populismo o il femminismo.

La seconda testata che vi suggeriamo oggi è la neonata Will_Ita, fondata dai giovani giornalisti Imen Jane e Alessandro Tommasi. L’idea della testata è parecchio innovativa; un giornale che si legge interamente su Instagram e che tratta le notizie con estrema qualità, curando la grafica e il materiale audio-visuale. Nonostante sia una neonata start-up, ha attirato già 318k seguaci sul suo profilo. Insomma, reputiamo i giovani italiani abbastanza interessati, e Artwave ne è un’ulteriore prova.

Oggi, nella nostra redazione vorremmo alzare i calici soprattutto per i giovani operatori del mondo dell’informazione, curiosi e appassionati di verità. Un lavoro che è una vocazione e che, tra mille difficoltà, deve essere nutrito con una sostanziosa dose di coraggio.

Immagine di copertina: Photo by Glenn Carstens-Peters on Unsplash. Secondary Image: Photo by Sharon McCutcheon on Unsplash.
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