Si è occupato, con disarmante competenza, di fascismo, sionismo, antisemitismo, terrorismo, affermandosi come uno degli storici più coraggiosi che la cultura occidentale ha espresso nella stagione del confronto con i totalitarismi: è morto, nei giorni scorsi, all’età di 97 anni, Walter Laqueur, definito dal “New York Times” “scrittore prodigioso, con doti profetiche, che conosceva perfettamente almeno sei lingue”.

Fonte: mosaicmagazine.com

Nato nel 1921 a Breslau (allora Prussia, oggi Polonia), Laqueur è vissuto a lungo in Israele per poi trasferirsi prima a Londra, poi negli Stati Uniti. È considerato uno dei massimi studiosi della storia europea del ventesimo secolo. Tra i suoi libri più noti figurano “La Repubblica di Weimar”, “L’Europa del nostro tempo. Storia del terrorismo”, “Fascismi. Passato, presente e futuro”. In questi ultimi anni si era dedicato principalmente a due temi: il declino dell’Europa e la crescente pericolosità della Russia di Putin. Nel ricordare alcuni dei principali tratti del suo pensiero storico, “The New York Times” evidenzia il fatto che mentre gran parte del mondo “si beava” del crollo del comunismo sovietico, Laqueur metteva in guardia dall’emergenza rappresentata da “un autoritarismo basato sul nazionalismo popolare”. Un nemico, questo, foriero – a suo avviso – di gravi minacce alla stabilità dei già precari equilibri geopolitici internazionali.

Molteplice è stata la sua attività e vari sono stati i suoi interessi. È stato scrittore, giornalista, ricercatore e docente universitario in numerosi atenei, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Israele. Come ricorda Maurizio Molinari sulla “Stampa”, Laqueur affrontò con determinazione “le verità più imbarazzanti” per le democrazie. Iniziò con la Seconda Guerra Mondiale, il nazismo e la Shoah, per sostenere, senza giri di parole, e soprattutto sulla base di una documentazione rigorosa e vastissima, che “pur considerate tutte le possibili attenuanti, ragioni e anche le scuse, non c’è alcuna giustificazione possibile per il mancato intervento contro lo sterminio degli ebrei” da parte di presidenti, monarchi, leader, sindaci, sindacalisti e chiunque altro abbia avuto un qualsiasi responsabilità nell’Europa occupata.

Agli attacchi dell’11 settembre 2001, Laqueur reagì scrivendo libri che attaccano un tabù dell’Occidente”. “Non è vero – dichiara – che il terrorismo islamico nasce dalla povertà perché dai 49 Paesi più poveri del mondo non è arrivato nessun kamikaze. A partorirlo sono piuttosto i Paesi dove regna il fanatismo religioso e l’esaltazione ideologica”. Il riferimento alla pericolosità del radicalismo wahabita e del khomeinismo sciita si accompagna sempre, nel suo vagliare gli accadimenti storici, alla convinzione che la genesi del conflitto arabo-israeliano sia nella “collisione fra opposti impulsi”, quello arabo per “ricevere onore e dignità”, e quello israeliano di “sopravvivere”.

Il suo libro sul “Putinismo”, uscito nel 2015, fece molto discutere. In esso si approfondisce il concetto di “regime autoritario basato sul populismo” destinato a farsi largo sulla scena internazionale: fenomeno questo, lamenta lo storico, che va a detrimento dell’Europa, minando l’assetto e gli equilibri.

Una foto del campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia (Photo: Christopher Furlong/Getty Images)

I suoi amici più intimi, ricordava spesso, erano morti nei campi di concentramento, a Stalingrado e nella guerra di indipendenza di Israele del 1948. Al principio di questo drammatico scenario vi era la morte dei genitori a Auschwitz, per “vendicare” la quale Laqueur decise di studiare indefessamente con l’obiettivo di indagare le cause di un odio cieco e indiscriminato dell’uomo contro il suo simile. E a forza di scavare per dare un solido fondamento a tali cause, lo storico finì per imbattersi, inevitabilmente, anche con gli effetti: determinati – era questo uno dei suoi cavalli di battaglia – dal colpevole silenzio di coloro che avrebbero potuto, se solo avessero voluto, porre un decisivo argine all’infuriare di quell’odio.