Gioca con il vento Phia Ménard, la straordinaria artista che presenta in questi giorni, al Teatro India di Roma, due lavori preziosissimi realizzati con la sua Compagnie Non Nova. Due spettacoli in cui visioni poetiche, danza, teatro di figura e giocoleria si mescolano generando un linguaggio inedito, potente ed evocativo, che emoziona, commuove e fa riflettere. E c’è da essere grati al Teatro India-Teatro di Roma, nonché alla sua curatrice Francesca Corona, per aver portato nella Capitale questi due gioielli performativi: Vortex, in replica domenica 2 febbraio, rivolto ad un pubblico adulto, e L’après-midi d’un foehn, dedicato ai più piccoli, in scena sabato 1 alle 11 e domenica 2 alle 16.

Phia Ménard è regista, danzatrice, performer e giocoliera: nata nel 1971 in un corpo maschile, Ménard ha una formazione legata soprattutto alla danza e alle tendenze innovatrici del circo contemporaneo. Nel 1998 fonda la sua compagnia e dieci anni dopo, nel 2008, completa la sua transizione male to female avviando parallelamente la sua ricerca sugli elementi naturali: l’acqua, il ghiaccio, il vento. Sono così nate le Pièces de glace e le Pièces du vent. “Con il vento abbiamo lavorato in maniera pragmatica e lo abbiamo testato attraverso numerosi tentativi che hanno più a che vedere con l’artigianato che con la ricerca scientifica” racconta Phia Ménard. E ancora “Esattamente come il ghiaccio, il vento è un elemento instabile. Il vento rende nervosi, è freddo. Ci chiede, a noi umani, di adattarci a lui, e non il contrario. In questo senso ci obbliga a non possederci, a mollare la presa sulla nostra volontà di controllare tutto. Bisogna lasciargli lo spazio e allo stesso tempo non perdere il filo dei propri propositi. Qualsiasi cosa si faccia, lui non risponde mai allo stesso modo”.

Il vento inteso dunque come elemento foriero di variabilità, imprevisto, eventualità inattesa. In un’arena di ventilatori il pubblico viene accolto per assistere ad un evento che condensa il magico, il rituale e il performativo.

Nel vortice con Phia Menard

L’immagine iniziale di Vortex è fortissima: una figura maschile inquietante, enorme siede sul bordo del palco circolare su cui sono installati i ventilatori; indossa un abito elegante, un po’ retrò. Due sacchetti di plastica che vengono tagliati e fissati con lo scotch a formare una sagoma umana che diventerà creatura. Prima solo una poi due tre quattro e moltissime altre: figure colorate, leggere, densamente poetiche danzano con il vento sulle musiche di Debussy. L’atmosfera eterea è interrotta bruscamente dall’omone ben vestito che muta in un’enorme forma nera antropizzata; segue la lotta tra l’ombra e il corpo che la possiede. Si rivela un’altra creatura, bianca, lucida e fragile ma l’anima che sta sotto vuole uscire, vuole sbucciare questo ulteriore rivestimento, vuole farsi carne e pelle a tutti i costi, non importa il dolore, l’umiliazione, il tormento: la lotta prosegue e si susseguono altre immagini, tante quante le stratificazioni di cui siamo fatti tutti. Ménard mette in scena la strenua battaglia che ci identifica in quanto persone, esseri umani, in costante mutamento: chi sono realmente io? Quale corrispondenza c’è tra il mio aspetto esteriore e il mondo invisibile che mi abita?

Fuoriesce dal ventre un’oscurità inaudita, un tornado di materia oscura che volteggia in alto e in basso; viene meno anche la buccia bianca, si inizia a percepire un corpo-verità ma la transizione non è ancora finita. Giunge il momento del parto, fortissimo, violento e al tempo stesso commovente: Ménard porta sul palco un’ontogenesi rovesciata, da fuori a dentro, dall’esterno all’interno. Resta quindi l’ultimo strato, il più sottile: l’artista lo lacera, a piccoli morsi in un furioso, cogente divenire farfalla in corpo di donna. 

La danza del nuovo fauno che gioca con il vento

Il poema sinfonico memorabile di Claude Debussy è la cornice sonora e visiva in cui si muove la performance che Ménard e la sua Compagnia dedicano ai bambini e alle bambine, giocando sull’assonanza tra il faune della tradizione e il foehn, il vento transalpino caldo e secco che con il suo soffio dà vita ad un racconto coreografico delicato e poetico in cui delle semplici buste di plastica si trasformano in colorate marionette danzanti.

Il set scenografico è lo stesso di Vortex così come permane il tema della mutazione, del cambiamento che viene forse addirittura potenziato nell’ottica di offrire al giovanissimo pubblico una suggestione ricca di incoraggiamento, tenerezza e poesia. Il burattinaio esperto, interpretato da Silvano Nogueira, è ora demiurgo ora osservatore partecipante dell’avvicendarsi di queste creature sospese tra cielo e terra. Vividissimi, anche in questo lavoro, i colori, le luci, le forme che costruiscono chiaroscuri talmente comunicativi da non aver bisogno alcuno della parola, della verbalità.

In entrambi gli spettacoli non si possono non apprezzare la bellezza delle immagini, la cura e il rigore della tecnica, la presenza vigorosa dei performer -la stessa Ménard in Vortex e lo straordinario Nogueira nel Après-midi, la scelta del palco a forma di cerchio che crea immediatamente uno spazio di condivisione più autentico e profondo con il pubblico. Ma ciò che impressiona è soprattutto la forza della verità di una storia di dolore e affanni, di lotta e di emancipazione. Una storia impressa nel nostro dna, che da sempre muove la creazione artistica in tutte le sue forme che Ménard e la sua Compagnia raccontano con un linguaggio del tutto inedito e innovativo.

Non nova, sed nove: non cose nuove ma modalità nuove.

In copertina: un ritratto dell’artista Phia Ménar. Fonte: www.cienonnova.com.
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