di Carlotta Proietti

Tra i partecipanti spicca la figura della giovane direttrice artistica coreana Kim Bora, che con il suo double bill, ‘A longtalk to oneself‘ (Una lunga conversazione con sé stessi) e ‘Somoo‘, porta in scena i concetti di libertà e naturalezza della donna e della spontaneità dei suoi movimenti, oggigiorno condannati dalla società coreana. Giappone, Francia, Belgio, Finlandia, Slovenia, Messico, Italia e Brasile sono solo alcuni dei paesi in cui la giovane emergente coreografa coreana ha avuto occasione di mostrare le sue creazioni.

Credit: © TaeminCho

Somoo è una coreografia dalla durata di 45 minuti nella quale si esibiscono 6 ballerine, talvolta a momenti alterni e altre in gruppo, riempiendo lo spazio del palcoscenico con un’armoniosa e accurata disposizione.

Il titolo fa riferimento ad una performance in maschera della tradizione coreana, da sempre rappresentata dal genere maschile. Per contrasto, in Somoo la coreografa porta all’esagerazione comuni movimenti del corpo femminile, intenzionata ad indagare la percezione dello spettatore rispetto a queste movenze considerate tabu per la società.

Credit: © TaeminCho

In questa composizione si alternano mosse e gestualità tipiche della tradizione coreana, come la posizione di entrambi i palmi sul petto e l’inchino, nel tentativo di rappresentare un’immagine fantasiosa degli organi genitali femminili. Vengono inoltre utilizzati movimenti ricorrenti come quello del bacino, considerato fondamentale nel corpo di una donna in quanto portatore degli organi riproduttivi. Il movimento del bacino deve essere, infatti, secondo Bora, naturale e anche nella sua esagerazione non deve mai essere motivo di imbarazzo o vergogna.

Credit: © GeunTae Kim

Le danzatrici ballano su una superficie acquosa, simbolo di vita, e appaiono per la maggior parte della coreografia come burattini legati a dei fili che non permettono il naturale movimento del corpo, simboleggiandole restrizioni imposte alla figura femminile nella società coreana. Nel corso della performance si percepisce la volontà delle danzatrici di liberarsi di questi fili e poter finalmente essere libere di muoversi, fino a quando questo accade nel finale.

Affascinante è il legame che le danzatrici hanno con il loro corpo e la percezione di esso che consente la realizzazione di una vera e propria storia, emozionante e seducente agli occhi dello spettatore. Quest’ultimo è inconsciamente invitato ad interagire con questo turbine di emozioni e immagini tanto da associare ad ogni mossa un significato logico che favorisca una prudente narrativa.

Credit: © GeunTae Kim

Il tutto però non è totalmente lineare, in quanto Kim Bora utilizza contrasti nel corso della sua coreografia con lo scopo di creare false aspettative per lo spettatore. Circostanza che lo rende ancora più enigmatico e intrigante.

Questa peculiarità è evidente nel suo assolo ‘A long talk to oneself’, dove un microfono posizionato al centro del palcoscenico inganna le previsioni dello spettatore facendogli pensare che prima o poi verrà utilizzato, mentre la coreografia si conclude senza che questo succeda. Questa decisione è un’analogia con la condizione della donna alla quale non è consentito di esprimersi come e quando desidera.

Credit: © GeunWoo Kim

Suggestiva è anche la scelta musicale, in quantola coreografia inizia con una musica contemporanea moderna per poi essere sostituita dalle note dello strumento tradizionale asiatico Gayageum. Anche qui c’è la volontà da parte della coreografa di ritornare alle origini, precedenti ai preconcetti moderni.

Un’esperienza coinvolgente e toccante che tratta il tema della femminilità in maniera insolita e curiosa.

© riproduzione riservata