Ce lo avevano anticipato Monique Veaute e Fabrizio Grifasi, rispettivamente Presidente e Direttore artistico della Fondazione RomaEuropa: ci avevano avvertiti che l’edizione 2019 sarebbe stata politica, poetica e provocatrice, all’insegna di quel pensiero Chtulu promosso da Donna Haraway che decostruisce le grandi divisioni binarie, rinuncia alla tentazione dell’unità e rivela nel molteplice la vera entità del mondo. E, se è vero che “chi ben comincia, è a metà dell’opera”, la scelta di aprire la 34esima edizione del Festival con Furia di Lia Rodrigues davvero promette molto, molto bene.

Danzatrice, coreografa e pedagoga brasiliana, Rodrigues è tra le esponenti più significative del movimento di rinnovamento artistico di San Paolo degli anni ’70. Nel decennio successivo intraprende un percorso di formazione con la Compagnie Maguy Marin e nel 1990 torna in Brasile e fonda la sua Companhia: nel 2004, decide di trasferirsi nella favela di Maré a Rio de Janeiro, una delle più grandi della città, intraprendendo una coraggiosa attività di insegnamento parallela alla produzione artistica; infine, nel 2009, inaugura il CAM-Centro de Artes de Maré, un luogo che diventa ben presto catalizzatore di esperienze artistiche, estetiche ed umane. Uno spazio di incontro, dialogo, formazione e riflessione dal valore inestimabile che si associa alle iniziative della ONG Redes da Maré dando vita, insieme a Silvia Soter, alla Escola livre de dança da Maré, la scuola di danza gratuita per i residenti del quartiere.

Spettacolo di Teatro Popolare: “Uirapuru” della Companhia Brasileira de Mystérios e Novidades, Centro de Artes da Maré. Foto © Douglas Lopes.

In una città dove la violenza è straordinariamente ordinaria, il CAM si erge come una cattedrale nel deserto con i suoi progetti educativi dedicati all’arte, alla danza, alla creatività. E di questa espressività in movimento, quintessenza dell’impegno e degli sforzi di una vita intera dedicata ad una visione di utopia urbana che ha tanto in comune con la pedagogia degli oppressi di Freire, si nutre il gruppo di danzatrici e danzatori che hanno calcato il palco dell’Auditorium Parco della Musica nelle prime tre serate della 34esima edizione del Roma Europa Festival.

In Furia i nove magnifici interpreti- Leonardo Nunes, Felipe Vian, Clara Cavalcante, Carolina Repetto, Valentina Fittipaldi, Andrey Silva, Karoll Silva, Larissa Lima, Ricardo Xavier- danzano sulle musiche tradizionali dei popoli Kanakas della Nuova Caledonia: un lavoro corale che nasce dal dialogo, dall’osservazione della realtà circostante, dalle urgenze improcrastinabili del presente, prima fra tutte l’Amazzonia in fiamme.

 

Benché, secondo la coreografa brasiliana, l’arte non possa e non debba cambiare di fatto il mondo- questo è il potere/dovere di chi si occupa di politica, afferma opportunamente Rodrigues, non degli artisti- certamente ha la capacità di influenzare profondamente la collettività e di indurre riflessioni importanti che hanno poi inevitabili ricadute anche sul piano sociale. 

Settanta intensi minuti che raccontano il Brasile più autentico: il sincretismo religioso, gli orrori delle violenze e della miseria, la potente energia che si sprigiona dalla disperazione e dalla pretesa- a dir poco legittima- di riscatto.  Il risultato è un connubio di poesia e trance: i danzatori e le danzatrici di Rodrigues costruiscono un’estetica visuale possente e ipnotica, resuscitando oggetti-spazzatura a cui è stata rinnegata qualsiasi funzione o utilità e trasformandoli in idoli dalla forza ancestrale.

Si parte dalla terra e poi si sfiora il cielo, si ritorna verso il basso e, di nuovo, si riemerge dall’abisso, nell’esaltazione dei corpi, di tutti i corpi che generano un vortice di colori e di splendido, terrificante entusiasmoRodrigues e i suoi giovani interpreti sublimano la furia e la violenza della realtà servendosi dell’immaginazione come porta d’accesso privilegiata ad una condizione trascendente che piomba dritta e avvolgente sullo spettatore e lo inchioda mentre echeggiano le opere, soprattutto quelle poetiche, della scrittrice afrobrasiliana Conceição Evaristo.  

Una, in particolare, ci sembra condensare in parole tutta la forza creativa emanata da Furia:

Na escuridão da noite

meu corpo igual

fere perigos

adivinha recados

assobios e tantás.

 

Na oscuridão igual

meu corpo noite

abre vulcanico

a pele étnica

que me reveste.

 

Na escuridão da noite

meu corpo igual

boia lágrimas, océanico,

crivando buscas

cravando sonhos

aquilombando esperanças

na oscuridão da noite.

 

Nell’oscurità della notte,

il mio corpo uguale

porta pericoli

indovina i tanti

messaggi e i fischi

 

Nell’oscurità uguale

il mio corpo nero

apre vulcanico

la pelle etnica

che mi riveste

 

Nell’oscurità della notte

il mio corpo uguale,

galleggia sulle lacrime, oceanico,

al setaccio ricerca,

inchiodando sogni,

radunando speranze

nell’oscurità della notte

Dalla raccolta Poemas da recordação e outros movimentos, trad. di C.Cassese (si ringraziano per la consulenza linguistica Flavio Marzadro e Flávia Cardoso).

In copertina: i giovani danzatori e danzatrici della Companhia Lia Rodrigues. In galleria alcune scene da “Furia”. Courtesy of Ufficio Stampa- RomaEuropa Festival.
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