Un ponte tra Oriente e Occidente, un atto di ribellione contro l’Establishment, un grido muto: la danza Butō nasce in Giappone negli anni Cinquanta, in uno scenario post atomico. Alle sue origini sono legati i nomi di Tatsumi Hijikata e Kazuo Ōno. La tradizione prosegue. Allieva di Masaki Iwana, Alessandra Cristiani in “Opheleia. Ofelia aiuta Ofelia”, nell’ambito della rassegna Il paese fertile organizzata dai docenti del DAMS dell’Università Roma Tre in collaborazione con la Fondazione Roma Tre Teatro Palladium, procede a ritroso, attraversa soglie percettive, esplora archetipi. Incarna la figura dell’inerme testimone di tragici eventi, la mistica vittima sacrificale, la suicida vinta dal peso delle vesti. Diafana, dalla chioma preraffaellita, in abito verde, danza mentre il vortice la avviluppa. Assistiamo alla messa a nudo del corpo. Simile a una ninfa di Bernini, Ofelia cerca di sfuggire alla cattura del gorgo lacustre. Ripiegata su di sé come la “Danaide” di Rodin, torna più volte a una sorta di condizione originaria, attraversando differenti stati vitali, fino a diventare una sirena con una coda che batte a terra alla ricerca del movimento. Solo quando, affiancata dalla luttuosa coprotagonista, vede un riflesso di sé, riesce finalmente a mettersi in piedi e a esporsi frontalmente.

Performer e coreoregista di “Opheleia. Ofelia aiuta Ofelia, Alessandra Cristiani ci rilascia un’intervista.

 

 

Come si è imbattuta nella danza Butō?

Per un dono intuitivo. Un collega con il quale lavoravo, sapendo che venivo dal teatro fisico ed ero in formazione, mi ha generosamente indicato una pratica corporea e suggerito uno spazio a Roma, l’associazione culturale Controchiave nel quartiere Garbatella, in cui un danzatore giapponese teneva un workshop. Mi relazionavo alla scena attraverso l’attivazione del corpo: le persone che lo sapevano, per approfondire questo scavo, mi hanno portato a conoscere Masaki Iwana! Questo incontro ha poi determinato una scelta: dall’essere attrice, ho iniziato un percorso centrato esclusivamente sul corpo, avvicinandomi molto alla danza. Quindi tutto è nato confrontandomi all’interno della comunità nella quale mi muovevo, con i compagni di viaggio con i quali stavo elaborando un’identità artistica, seguendo delle linee di ricerca più che un linguaggio già accademico. Non sono una danzatrice pura, ho iniziato con il teatro di strada, incline a esplorare con maggiore fiducia il corpo piuttosto che la parola.

 

Perché Opheleia?

Il titolo si rifà al noto personaggio shakespeariano, come pretesto narrativo, per indagare uno stato del corpo, una dimensione energetica. Andando a studiare questa figura e soprattutto l’etimologia del nome, ho trovato Opheleia, ossia la sua matrice più antica, che significa: “Colei che aiuta”. Partendo da questa suggestione etimologica è scaturita la visione del lavoro scenico: ho coinvolto mia sorella gemella e ho costruito la mia Ofelia aiutata da un doppio, una sorta di ombra che entra costantemente in scena compiendo l’azione ripetitiva di portare dei fiori, fino al culmine rappresentato dalla “Pietà”, in cui l’una sorregge l’altra nell’abbraccio finale. La seconda Ofelia rappresenta il Fato, un luogo di inclusione e di ritorno.

 

C’è una sorta di metamorfosi? Sembra di assistere allevoluzione dallo stato embrionale a quello di donna, passando dal dominio umano a quello animale…

Sì, c’è una trasformazione di temperature corporee, il passaggio da uno stato energetico a un altro, una filiazione continua, fino ad arrivare al denudamento completo. Il lavoro parte dal quadro di Millais: Ofelia galleggia a pelo d’acqua, in una laguna verde. Tutta la performance gira intorno al tema dell’annegamento, da intendersi come dimensione dell’oblio, del lasciarsi andare per poi ritrovarsi in qualche luogo. Ofelia cadendo sempre più a fondo ritorna alle forme ancestrali dell’essere: è una parabola di trasformazione.

 

La danza Butō, quindi, può considerarsi illustrativa e rappresentativa?

C’è uno spazio all’interno del corpo, in cui vengono a raccogliersi e si sedimentano le sensazioni, le suggestioni, le emozioni, le materialità che prendiamo da fuori. La danza Butō, come tutte le arti performative, rivolge l’ago della bussola artistica all’indietro, va a toccare le materialità depositate nel corpo, fa uno scavo. La componente psicologica si incontra da un punto di vista energetico. Il grande lavoro consiste nel far sì che l’interno dialoghi con la sua specifica risonanza esterna. Interno ed esterno i sono due fattori che costituiscono l’azione, l’interno del corpo e lo stimolo esterno sono in un rapporto di reciprocità: se non c’è un interno sensibile e ricettivo alle sollecitazioni esterne, quindi se non c’è ascolto, non c’è arte. La perfetta immobilità non esiste, se non al momento della morte. Per poter avere un’apparente immobilità, bisogna avere una dimensione interna molto attiva, altrimenti si è semplicemente fermi. Se lo spettatore percepisce un corpo che abbia una sorta di eco nello spazio, in quel luogo e in quel momento, senza che niente disturbi quella presenza, allora il performer è riuscito nel migliore dei modi.

 

Il canto finale è commovente…

La cantante è Iva Bittová, il contenuto di questa canzone in lingua gitana riguarda una sorella,   in sintonia con la mia elaborazione del personaggio di Ofelia attraverso il tema del doppio.

 

 

6 Aprile 2019, ore 21:00

Teatro Palladium

Piazza Bartolomeo Romano, 8 – Roma

Opheleia, Ofelia aiuta Ofelia

danza e coreoregia Alessandra Cristiani

azione Sabrina Cristiani

musica Iva BittováClaudio Moneta

luci Gianni Staropoli

produzione Lios

foto Giorgio Termini