Flemmatica, mite, vivacissima: i ritratti fotografici ci restituiscono Pina Bausch mentre fuma, parla o sorride. Meglio di chiunque altro, l’ha descritta Federico Fellini, che le ha offerto il ruolo dell’arciduchessa cieca nel film del 1983 “E la nave va”:

Ecco che lì, davanti a me, nell’andirivieni confuso e sudato dei camerini del Teatro Argentina, tra uno svolazzare di asciugamani e porte aperte e sbattute, timida, composta, diafana, vestita di scuro, c’era Pina Bausch. Una monaca col gelato, una santa sui pattini a rotelle, un volto da regina in esilio, da fondatrice di un ordine religioso, da giudice di un tribunale metafisico che all’improvviso ti strizza l’occhio.

 

Un ritratto di Pina Bausch. Ph. Francesco Carbone

Nata nel 1940 a Solingen, città della Renania Settentrionale-Vestfalia, vive l’infanzia in mezzo al trambusto dei clienti che frequentano il ristorante dei genitori.

Nel 1955 viene ammessa nella Folkwangschule di Essen, scuola diretta dal ballerino e coreografo Kurt Jooss, allievo di Rudolf Laban: basta questo nome per allacciarsi al periodo innovativo dei primi trent’anni del Novecento. Uno tra i padri fondatori della danza contemporanea, Laban in Germania propugnò la libertà dai condizionamenti del codice classico-accademico. In Francia e in Russia, ricercatori teatrali del calibro di Jacques Copeau, Konstantin Stanislavskij, Vselovod Mejerchol’d, Evgenij Vachtangov vollero accantonare le convenzioni della finzione, dell’imitazione formale della realtà, per cercare l’organicità del processo creativo, la sincerità dell’attore.

Dalla fine del secolo scorso il teatro, oltre che sulla parola, punta le sue carte sul corpo e sul gesto. Allo stesso modo, la danza si serve anche della parola.

Intorno al 1960, in seguito a una borsa di studio, Pina Bausch è a New York, presso la Juilliard School of Music: ha come docenti Antony Tudor e José Limón.

Nel 1969 diviene coreografa del Folkwang Tanzstudio, subentrando a Jooss nella direzione artistica. Nel 1973 viene invitata a dirigere il Wuppertal Ballet, rinominato Tanztheater Wuppertal Pina Bausch.

 

Scarna, cerea, a occhi chiusi, la vestale sonnambula avanza con le braccia protese in avanti come a cercare un abbraccio. Ininterrottamente, un uomo (il compagno Rolf Borzik, poi sostituito nel ruolo dal danzatore marocchino Jean-Laurent Sasportes) sposta le sedie al suo incedere per consentirle un passaggio oltre gli ostacoli, un varco. “Café Müller” (1978) è una dichiarazione d’amore infelice, il segno tangibile di una solitudine che cerca disperatamente di essere colmata, un incontro difficile tra il maschile e il femminile. Opera manifesto su musiche di Henry Purcell, il capolavoro che vede la Bausch protagonista è incastonato nel film di Pedro Almodóvar “Parla con lei” (2002), insieme alle riprese di “Masurga Fogo” (1998). Il teatrodanza di Pina Bausch apre e chiude il melò.

Pina Bausch in “Café Muller”. Ph. Francesco Carbone

Realismo surreale e giocoso, leggerezza circense o da cabaret, implicita complessità nellapparente stile naïf, i suoi pezzi sono colmi di danza anche quando la danza non c’è. Danzare, anche senza farlo, è la formula ricorrente in tutta la sua produzione. Fondamentale è il legame emotivo che si instaura tra gli interpreti e il pubblico. Il palcoscenico, lungi dall’essere luogo di mera esibizione, diventa uno spazio d’incontro. Nel caso emblematico di “Nelken”, Dominique Mercy esegue rabbiosamente e perfettamente i suoi entrechat six solo per accontentare le aspettative del pubblico. La dimensione privata dei pezzi (“Stücke”), esistenziale oltre che spettacolare, ha incontrato nel tempo contestazioni e insulti, prima di trovare consensi e successo. Ma è la coreografa stessa a trovare le parole più adatte per spiegare la direzione che il suo lavoro ha gradualmente preso, in modo più evidente a partire dal 1978: 

Cosa faccio: osservo. Forse è proprio questo. Non ho mai fatto altro che osservare persone. Ho visto o cercato di vedere soltanto rapporti umani e ho cercato di parlarne. Ecco che cosa mi interessa. E non so neppure cosa possa esserci di più importante.

 

Non conforme alla pura tecnica accademica, in contrasto con lidealismo dei protocolli del balletto istituzionale, la ricerca del nuovo e dello sconosciuto fa sì che la drammaturgia di Pina Bausch sia un particolare montaggio del materiale formato da sequenze o piccole scene create dai danzatori sullo stimolo delle domande poste loro. Dallimprovvisazione guidata da brevi messaggi, input, si arriva a un’alta codificazione. L’assemblaggio delle partiture fisiche e verbali prevede collegamenti analogici, allusivi, metaforici, che richiedono da parte dei fruitori un filtro prelogico, alogico. I danzatori della compagnia, internazionale e multietnica, si esprimono in modo diretto, immediato, naturale.  Molto spesso il tema sotteso è la relazione tra uomo e donna: amore, gelosia, rabbia.

Ph. Francesco Carbone

Dal 1980Peter Pabst e Marion Cito diventano rispettivamente lo scenografo e la costumista di ogni spettacolo. La malinconia struggente di un tappeto di garofani rosa da attraversare, come in “Nelken” (1983), o l’esilarante accensione cromatica di una montagna di fiori rossi da scalare, come in “Der Fensterputzer” (“Il lavavetri”, 1997), quando non veri elementi naturali quali erba, terra, acqua come in “Vollmond” (“Luna piena”, 2006): paesaggi materiali di intensa suggestione concorrono a rendere i pezzi di Pina Bausch autentiche esperienze sensoriali. È da qui che si parte: dalla ricerca della verità dell’azione scenica. L’eleganza degli abiti lunghi o la semplicità disarmante delle sottovesti non impediscono di compiere acrobazie. In sede di performanceparola e gesto raccontano il mondo intero.

Ph. Francesco Carbone

Sintesi delle arti visive, musicali e coreutiche, un altrove magnifico è reso presente qui e ora. È sempre così negli spettacoli di Pina Bausch. Le pagine del diario di viaggio trasposte in scrittura scenica, frutto delle tournée in giro per i continenti, celebrano nel tempo: Palermo, Madrid, Vienna, Los Angeles, Hong Kong, Lisbona, Roma, Budapest, Istanbul, Brasile, Giappone, Corea, India. Del 1986 è lo spettacolo “Viktor”, dedicato a Roma. Gli altri pezzi che il Tanztheater Wuppertal realizza in Italia sono “Palermo Palermo” (1989) e “O Dido” (1999). “Água” (2001) è il tassello brasiliano dell’itinerario geografico e culturale intorno al globo terrestre. Aspirazioni all’apice, ampie gestualità di braccia tese, cadute verticali da altezze piramidali, forsennate corse trattenute sul posto, pulsazioni tachicardiche sedate, assoli ritmati su toni bassi discendenti (musiche di Baden Powell de Aquino, Caetano Veloso, Gilberto Gil, David Byrne, ma anche canzoni di Tom Waits e P. J.Harvey),“Água” racconta con eccezionale dinamismo il fascino tropicale del Paese sudamericano.

“Vollmond”, regia e coreografia di Pina Bausch. Ph. Francesco Carbone

Sorta di reportage artistico dei soggiorni relativi al primo viaggio nel 1979 e a quelli nel 2006 con la Compagnia a Calcutta e nel Kerala, in “Bamboo Blues”, creato nel 2007 e dedicato all’India, la tessitura contrappuntistica con la ripetizione di leitmotiv alterna corteggiamenti e scenette stile Bollywood al languore amoroso espresso nei termini di autentica passione, con struggimento. Veli bianchi mossi dal vento, canne di bambù come giacigli su zattere oscillanti di qua e di là, un nastro giallo al cardamomo tra le mani degli spettatori in prima fila accomunati per una sera ai profeti e alle sibille di Pinturicchio, la lussureggiante foresta tropicale nelle proiezioni video, tutto ricrea la suggestione fascinosa dell’oriente asiatico, non senza la provocazione del sari bianco a strisce blu indossato con scarpe rosse fiammanti a tacco alto.

Nel 2002 Pina Bausch ha detto in occasione del discorso tenuto all’ Università di Bologna per il conferimento della laurea honoris causa:

Danzare deve avere un fondamento diverso dalla pura tecnica e dalla routine. La tecnica è importante, ma è solo un presupposto. Certe cose si possono dire con le parole, altre con i movimenti. Ma ci sono anche dei momenti in cui si rimane senza parole, completamente perduti e disorientati, non si sa più che fare. A questo punto comincia la danza e per motivi del tutto diversi dalla vanità… Questa è la cosa meravigliosa della danza: il corpo è una realtà senza la quale niente è possibile, ma oltre la quale si deve saper andare…

Nel 2007 è insignita del Leone d’oro alla Carriera per la Danza alla Biennale di Venezia.

Poco prima dell’inizio delle riprese del film che Wim Wenders vuole dedicarle, Pina Bausch muore di cancro il 30 giugno 2009, all’età di 68 anni. Presentato al sessantunesimo Festival del cinema di Berlino, “Pina”, musical/documentario del regista tedesco, esce nel 2011.

A partire dal 2020, sarà disponibile online l’archivio che include 9.000 video e 200.000 foto e documenti relativi alla produzione della geniale coreografa. “Saranno così accessibili i materiali universali della sua eredità artistica”, ha detto suo figlio Salomon Bausch, direttore della Fondazione Pina Bausch istituita 10 anni fa.

 

Ph. Francesco Carbone

In copertina: un ritratto di Pina Bausch. Fonte: www.teatrodiroma.net
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