È la rotazione il leit motiv indagato da Alessandro Sciarroni, coreografo, performer e regista italiano, recentemente insignito del Leone d’Oro alla carriera, in Pratica Futura, l’evento presentato lo scorso mercoledì 15 gennaio: una doppia performance adattata agli spazi di Palazzo Altemps a Roma, in collaborazione con Anna Lea Antolini per la seconda edizione della rassegna Ō/ Tempo di, progetto multidisciplinare diretto da Cristiano Leone, in corso fino al 24 giugno.

Lo sguardo proiettato in avanti dell’artista marchigiano, tra gli innovatori più importanti della scena europea, si nutre anzitutto di una scoperta che sa di Novecento e tradizione: la prima delle due performance a cui abbiamo assistito, Save the last dance for me, è un viaggio alla scoperta della polka chinata, un ballo di coppia “alla Filuzzi”, ovvero rigorosamente bolognese, che veniva eseguito solitamente proprio sotto i portici della città. Una pratica in via d’estinzione, essendoci ormai solo una manciata di ballerini in grado di eseguirla, che ha attraversato la magnifica Sala delle prospettive dipinte di Palazzo Altemps grazie ai due interpreti, Gianmaria Borzillo e Giovanfrancesco Giannini: coniugando perfettamente tecnica e presenza scenica, origini folk e sperimentazione contemporanea, i due danzatori sono stati in grado di generare un’atmosfera rarefatta e senza tempo, uno spazio di sospensione momentanea dalla realtà in cui il movimento dei corpi tesi e connessi si è lentamente propagato in circolo, coinvolgendo lo sguardo degli astanti fino all’esplosione di gioia e autentico entusiasmo del frullone, l’abbraccio-piroetta finale che è quasi un’acrobazia, una sfida alla forza centripeta della rotazione.

Gianmaria Borzillo e Giovanfrancesco Giannini in “Save the last dance for me”, Palazzo Altemps, Roma. Ph. Cristina Cassese.

Nella Sala del Galata suicida, in prossimità dell’enorme scultura marmorea, ha avuto luogo Don’t be Frightened of Turning the Page, un solo in cui è proprio Sciarroni il protagonista: il performer gira su stesso, semplicemente e magicamente, riproducendo attraverso il suo corpo il moto del nostro Pianeta, dei corpi celesti, dei fenomeni migratori di molte specie animali. Non c’è volontà di imitazione o di descrizione: nessun riferimento esplicito alla danza dervisci piuttosto che al vorticoso roteare della pizzica salentina. Il movimento di rotazione è un mistero che Sciarroni non intende né descrivere né spiegare ma che sperimenta, assicurandone fino in fondo l’integrità. Non c’è mai sottolineatura didascalica, nulla che nemmeno vagamente rimandi a qualcos’altro: non c’è niente da capire, niente da conoscere in anticipo, niente da decodificare. Quello che c’è è l’incanto di un movimento sacro, l’euforia del vortice, la paura del vuoto: c’è la gamma di sensazioni pure che abbiamo sperimentato da bambini quando abbiamo scoperto la possibilità del movimento rotatorio e con essa il rischio, la vertigine, il periglio, il divertimento, inteso propriamente come il dirigersi altrove, il cambiare, l’evolversi.

Alessandro Sciarroni in “Don’t be Frightened of Turning the Page”, Palazzo Altemps, Roma. Ph. Cristina Cassese.

C’è la sapienza del corpo di questo straordinario artista che è tra i pochi a saper porre in dialogo tradizione e contemporaneità, passato e presente, norma ed eccezione. E la cornice meravigliosa del rinascimentale Palazzo Altemps si presta eccellentemente a fungere da luogo di incontro tra le arti e le tecniche, i saperi consolidati e le istanze ancora da validare, nel solco dell’indagine promossa dal Festival e sintetizzata in quella Ō, l’interiezione che già i latini usavano per esprimere parimenti gioia, dolore, stupore, ammirazione.

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