“La pioggia è l’unica cosa che gli inglesi ‘fanno’ meglio degli altri”, affermava, con scoperta ironia, la scrittrice americana Marilyn French. Nessuno li batte su questo fronte e per loro un giorno senza pioggia equivale a “un tempo pieno di sole”.

A riscattare questo plumbeo scenario ci hanno pensato, nel passato, scrittori e poeti di fama, i quali, proprio nella pioggia – pur criticandone apertamente la martellante e inclemente insistenza – hanno riconosciuto una musa ispiratrice. Geoffrey Chaucher, il padre della letteratura inglese, la definiva “una spina nel fianco”, che non concede tregua nemmeno quando si chiudono gli occhi e ci si addormenta, placidi, fra le braccia di Morfeo. Il poeta romantico Percy Bysshe Shelley diceva che preferiva guardare in basso invece che in alto, perché le saette provenienti dalla volta celeste gli incutevano un paralizzante timore reverenziale: eppure, chiosava, è nei giorni di pioggia che la sua penna d’oca verga i versi con maggiore naturalezza. E quell’”ingrato” di John Keats – che amava fare lunghe passeggiate per la campagna inglese soprattutto quando imperversava il maltempo perché così si sentiva purificato dalla scorie del mondo – una volta scrisse: “It’s impossibile to live in a country which is continually under hatches (sotto coperta, secondo il linguaggio nautico) Rain! Rain! Rain!”. E la pioggia fu la musa ispiratrice anche di Charles Dickens che compose in tre mesi il ponderoso romanzo “Bleak House”. In quei novanta giorni non comparve mai un raggio di sole, o meglio quasi mai. E quando la pioggia cessava, a tratti, di cadere, anche Dickens cessava di scrivere, in attesa che quelle “lacrime dal cielo” – che tanto contribuivano, per sua stessa ammissione, a rendere ancor più fertile la sua già vulcanica immaginazione – riprendessero, copiosamente, a sgorgare.

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